Pensieri sinistri. Dall’eccezione all’accezione in politica

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Vi proponiamo una nuova puntata dei Pensieri sinistri di Alfredo Pasotti, giornalista e storico di Lumezzane, parlando di politica  e crisi istituzionale a livello nazionale.

“Viviamo in uno «stato d’eccezione» permanente. E anche stavolta il soggetto che più di tutti lo alimenta e lo esaspera è Silvio Berlusconi. Se il tentativo del leader della coalizione che ha vinto comunque le elezioni è tuttora in standby, o verosimilmente fallirà, la responsabilità è del Cavaliere. Del suo avventurismo istituzionale. Del suo titanismo politico. Del suo sfascismo giudiziario. Come ha spiegato lo stesso Bersani al termine del suo colloquio con Napolitano, il suo governo non può nascere non solo perché è limitato numericamente, ma anche perché è ricattato politicamente. Le «condizioni e le preclusioni inaccettabili» poste dal Pdl sono uno scandalo della democrazia. Pur essendo arrivato terzo alle elezioni (con un collasso di 6,5 milioni di voti persi) il Cavaliere si siede alla sua maniera al tavolo della trattativa, cioè con la rivoltella in mano.

BerlusconiPretendendo la poltrona del Quirinale per sé o per Gianni Letta. Subordinando ancora una volta i suoi bisogni personali e processuali agli interessi del Paese. Giocando ancora una volta al tanto peggio tanto meglio: se la minaccia funziona, bene. Altrimenti si torna subito a votare, e lui o vince l’intera posta, o tutt’al più pareggia di nuovo, avendo guadagnato nel frattempo altri mesi preziosi per fuggire dai tribunali”. (Massimo Giannini, Lo stato d’eccezione, La Repubblica, 29 marzo). Segnalo il brano qui sopra perché mi pare un eccellente Bignami della fede antiberlusconiana, sul modello delle risposte, secche e facili da memorizzare, date dal Catechismo di San Pio X alle domande cruciali della dottrina cristiana. Riassume, pro instruendo populo, in forma di articoli, le tesi salienti dell’antiberlusconismo. Allo scopo didattico aggiunge poi – pro motione cordis – quell’enfasi oracolare che riesce ad accendere gli animi opportunamente addormentando ogni forma di buon senso. Intendiamoci, non ho alcuna simpatia per Berlusconi nè per questo PDL. Ma la loro rozzezza sconsiderata e brutale mi appare meno detestabile del gesuitismo piccato e malevolo, la cui inconcludenza domina il versante opposto. Ad ogni buon conto, dalla summula di Massimo Giannini traggo solo i seguenti tre spunti, vivamente raccomandando ai più esigenti la lettura integrale dell’articolo.

1. Collassi e mezze vittorie

Berlusconi ha avuto un collasso di 6,5 milioni di voti persi, mentre Bersani è leader della coalizione che ha vinto comunque le elezioni.
Bersani, per completezza, ha vinto lasciando sul terreno elettorale 3.450.783 voti rispetto alle politiche del 2008, il 28,52% dei propri consensi. Ha vinto solo perché il vituperatissimo Porcellum, a firma di Roberto Calderoli, gli ha garantito alla Camera il premio di maggioranza. Nel lontano 1953, il partito in cui Pierluigi Bersani è nato e cresciuto, fece le barricate in Parlamento per opporsi ad un’analoga legge elettorale – la cosiddetta legge truffa voluta allora da Alcide De Gasperi nel tentativo disperato di garantire la governabilità del Paese. Ironie della storia. Ora, anche il meno dotato dei cronisti di paese noterebbe che perdere tre milioni e mezzo di voti senza essere stati al governo, senza avere tra i piedi uno come Berlusconi, schierando oggettivamente un parco parlamentari mediamente più presentabile rispetto a quello dello schieramento opposto e con la crème dell’intellighenzia nazionale che tifa esplicitamente a favore dovrebbe indurre anche un politburo come quello del PD a farsi qualche domanda. E invece no. Che un Governo Bersani sia impossibile perché limitato numericamente – cioè perché Bersani non ha vinto le elezioni – è un dettaglio. Anche Rosi Bindi, forse, giungerebbe a concludere che se non fosse limitato numericamente, Bersani saprebbe ben cosa farsene del ricatto politico del Cavaliere. Ma se non è colpa del Cavaliere, vana è la vostra fede – come ebbe a dire l’Apostolo.

Bersani2. Titanismo e tafazzismo

Sconfitto dalle urne – sei milioni e mezzo di voti in meno è propriamente una catastrofe politica, non un banale collasso – il Cavaliere credo abbia poco da fare il titano. E in effetti – se ho chiara la nozione di titanismo – non mi pare proprio che questo sia il suo peccato (politico) di questi giorni, per quanto sia uno che non si fa mai mancare nulla. Ora, anche chi non ha gran familiarità con Machiavelli, sa che la politica non è un paese per vergini: è prassi normale che si cerchi di incassare il massimo politicamente consentito dalle circostanze. Se non altro per rispetto alla quota di popolo sovrano da cui si è ricevuto il consenso. Se il titanismo politico è questo, direi che è malattia comune. Ma se titanismo fosse vantare pretese smisurate rispetto al proprio valore e alla propria forza – sembra che nell’articolo il titanismo del Cavaliere sia il volere un uomo di proprio gradimento per la Presidenza della Repubblica – bisognerebbe usare maggior prudenza. E’ più smisurato chiedere un uomo gradito per la Presidenza della Repubblica, o chiedere di governare senza averne i numeri? E di governare, tra l’altro, contando sulla ben nota affidabilità di uno schieramento che ha già sepolto altre volte, e di propria iniziativa, il Primo Ministro uscito dalle sue fila? Prometeo era un titano. Ma anche suo fratello, Epimeteo lo era.

3. Partito Sfascista

E’ innegabile che per Berlusconi e gli antiberlusconiani, le di lui pendenze giudiziarie siano una vera e propria ossessione – e per tutti noi una maledizione. Se a ragione o a torto, saranno i giudici e la storia a stabilirlo. Credo tuttavia sia sotto gli occhi di tutti, quanto al Cavaliere sia poi davvero servito ululare contro i giudici comunisti, o convocare presìdi davanti ai Palazzi di Giustizia o minacciare manifestazioni di piazza contro la giustizia ingiusta. Certo, poteva andargli anche peggio, ma se di fatto il sistema giudiziario ha retto così a lungo ai suoi assalti, credo abbia ormai poco da temere. Ma non credo che sia lo spirito di giustizia a tenere costantemente in ebollizione il tema giudiziario. Credo sia qualcosa di molto più sottile. Provo a spiegarlo. Forse qualcuno ricorderà la figura retorica della sineddoche, un artificio prevalentemente usato nella poesia d’antan, per il quale si menziona una parte per indicare il tutto – che so, il termine uomo per dire tutta l’umanità. E questa è letteratura.

Tuttavia non è difficile notare come nel linguaggio comune sia ormai consuetudine dire Berlusconi per dire centrodestra. Il gioco sottile è far dimenticare che questa sineddoche è letteratura. Perché in questo modo succede che la parte viene insensibilmente identificata con il tutto. E si viene a insinuare sottilmente il principio da assodare: quello che vale per la parte deve valere necessariamente per il tutto. Ecco allora il miracolo per cui la letteratura diventa politica: costruita un’immagine adeguata di Berlusconi (puttaniere, mafioso, evasore, corrotto e corruttore, ecc.), basta estenderla ai dieci milioni che lo hanno votato Berlusconi, i quali diventano automaticamente puttanieri, mafiosi, evasori, corrotti e corruttori, ecc. O dei diversamente abili, se volessero sottrarsi a questo giudizio. Ecco la ragione sotterranea dell’insistenza giudiziaria. Al grido di giustizia giusta!, vengono automaticamente e inesorabilmente messi fuori gioco dieci milioni di elettori, perché, in fondo, quale diritto hanno dieci milioni di indegni (cioè puttanieri, mafiosi, evasori, corrotti e corruttori, ecc.) di fare politica? Di occuparsi del Bene Pubblico? E la prova provata che i dieci milioni non possono che essere degli indegni, è che hanno votato Berlusconi. Se non fossero degli indegni, non avrebbero votato un indegno. Logico, no?

Questo meccanismo psicopolitico spiega molte cose. Per esempio spiega come un Massimo Cacciari, che pone all’interno del Pd la questione settentrionale, viene guardato come un invasore alieno. Spiega perché un Matteo Renzi che guarda non a Berlusconi ma alle istanze dei dieci milioni di italiani che lo hanno votato, diventa un traditore da passare per le armi. Basta leggere una raccapricciante intervista a Stefano Fassina (La Repubblica del 25 marzo 2013) per rendersi conto della metallica ottusità dell’apparato del PD. E’ questo autismo politico che sta scavando la fossa ai Democrats. Insieme alla buona stampa, che, con l’ausilio dei Giannini, sta dando in questo momento una robusta mano anche ad affossare il Bel Paese.

di Alfredo Pasotti

a.pasotti@alphacon.biz