MILANO – 50 anni di giornalismo per Franco Abruzzo. “Editoria in crisi? Perché seguono il potere”

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“Il sonno dei giornali ha partorito la crisi di oggi” è il titolo dell’intervista pubblicata mercoledì su Varese News per i 50 anni di carriera nel giornalismo di Franco Abruzzo, storico presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Visti i temi molto attuali di cui tratta, con un occhio alla crisi editoriale, alle sue cause, ma anche alla ricerca di soluzioni, vi proponiamo integralmente l’intervista dei nostri colleghi legati al network Lombardia News. Ricordiamo che Franco Abruzzo proprio ieri ha ricevuto la medaglia d’oro per il mezzo secolo di professione nella carta stampa.

Da Cosenza a Milano, un viaggio iniziato proprio con la passione per il giornalismo. L’amore per Milano, il rapporto con la Calabria. Cronista d’assalto, grande amico di Walter Tobagi, 18 anni come presidente dell’Ordine di Milano, i lunghi anni a Il Giorno e al Sole 24 Ore. La visione di un giornalismo di battaglia e di controllore dei poteri. Aver dimenticato il ruolo di “guardiano” ha determinato le pesanti difficoltà odierne dei giornali. “La stampa è un potere? No, è l’occhio dei cittadini sui palazzi della politica, dell’economia e della finanza. Il sonno dei giornali ha partorito la crisi di oggi. E i lettori hanno girato le spalle alle edicole”.

Franco AbruzzoCinquanta anni di professione sono un traguardo importante. Come ci si sente e che ricordi hai?

“Ancora oggi il lavoro non mi manca: incomincio la mattina e tiro tardi. Anche se mi concedo intervalli dedicati alle passeggiate tra Sesto San Giovanni (dove vivo dal 1967) e Milano (dove ho lavorato e dove continuo ad agire). Ho lasciato “Il Sole 24 Ore” il 1° marzo 2001 dopo 18 anni di lavoro. Non è facile per tanti andare in pensione soprattutto se non si ha un progetto di vita. Ho lasciato la presidenza dell’Ordine dei Giornalisti di Milano il 7 giugno 2007 dopo 18 anni e 22 giorni. Ho sempre pensato allo sbocco universitario nelle due materie che amo: storia del giornalismo e diritto dell’informazione. Dal 2001 e fino al 2011 sono stato docente a contratto prima di Storia del giornalismo e poi di Diritto dell’informazione presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e presso l’Università Iulm di Milano. Insegno Diritto in diversi altri corsi e master. Curo il mio sito personale e anche un notiziario giornaliero che spedisco per email a 64mila giornalisti, avvocati, magistrati, docenti universitari. Tratto e approfondisco argomenti legati al mondo dei media. Pubblico in riviste giuridiche online, qualche volta mi capita di essere ospitato in riviste giuridiche di grande livello. Qualcuno mi ha definito “un giurista prestato al giornalismo”. La frase mi lusinga e mi onora”.

Come è iniziata la tua carriera giornalistica?

“Nel ’60 chiesi a mio padre perché chiamassero Sesto San Giovanni la Stalingrado d’Italia. La risposta fu netta. “A Sesto sono tutti comunisti stalinisti”. Senza volerlo, mio papà decise il destino del figlio, che si innamorò del giornalismo tanto da farne la scelta della propria vita e da sopportare l’emigrazione da Cosenza a Milano nel febbraio del 1962. La scelta dell’emigrazione fu naturale, non fu un peso: l’emigrazione per i calabresi è un dato familiare. Il destino ha voluto che finissi a Sesto nel 1965-67 per una decisione del direttore del “Giorno”, Italo Pietra. Lavoravo alle pagine della provincia. L’incontro con Tobagi è stato decisivo per la mia vita: non potevi stargli al fianco e discutere con lui se non avevi maturato una buona preparazione in vari campi. Nel 1975 ero stato assunto da Eugenio Scalfari per far parte della squadra di “Repubblica”. Avevo firmato, poi, però, ero rimasto al “Giorno” al quale ero attaccato visceralmente. Era salito da Cosenza a Milano proprio con l’obiettivo di lavorare al “Giorno”, il quotidiano più moderno d’Italia, e c’ero riuscito con tanta fatica. Portavo avanti una linea che puntava a far rimanere “Il Giorno” nell’area pubblica. La contrapposizione Eni-Confindustria era stata archiviata. Quella linea era perdente. L’Eni non ci dava i mezzi per far concorrenza al Corriere della Sera. E cominciò il declino del Giorno, determinato anche dall’uscita del Giornale di Montanelli e dalla Repubblica di Scalari. Quando ho capito come stavano le cose, ho accettato l’offerta di Gianni Locatelli, direttore del Sole 24 Ore”. Era il novembre 1983”.

La tua seconda tappa di vita professionale è stata come presidente all’interno dell’Ordine dei giornalisti. Che ricordi hai di quel periodo?

“L’Ordine ha la forza delle delibere e ha una potenzialità enorme in tema di garante dei diritti dei giornalisti. Ho puntato subito sulla difesa dei più deboli, gli sfruttati, i giornalisti senza diritti, ma ho anche avviato la battaglia per la formazione dei giornalisti in Università. Ho promosso il potenziamento dell’Istituto “Carlo de Martino” per la Formazione al giornalismo, la nostra scuola di giornalismo che ha preparato in 30 anni ben 682 giornalisti professionisti; ho sviluppato interventi nel campo della tutela delle regole deontologiche, ho fatto del mensile “Tabloid” il giornale della identità professionale”.

Qual è la condizione dei giornalisti oggi?

«Oggi il problema centrale è quello della difesa della professione di giornalista, che gli editori vogliono distruggere. Gli editori vogliono assemblare i materiali presenti nella rete utilizzando giovani precari e affidare la parte nobile, i commenti, a persone di fiducia (ambasciatori e professori universitari). Un nucleo di giornalisti professionisti molto qualificato provvede, invece, alla creazione, all’assemblaggio e alla fattura del giornale. Questo disegno va contrastato con energia e determinazione. Bisogna difendere il ruolo storico del giornalista, mediatore intellettuale tra i fatti e la gente, e battersi perché chi ha interessi privati in altri settori non possieda giornali. Il non collateralismo partitico e sindacale dovrà costituire il patrimonio comune di tutti i giornalisti. Non collateralismo vuol dire presa di distanza da ogni centro di potere esterno o interno al giornalismo professionale: valore questo da praticare concretamente. Bisogna battersi per introdurre una norma antitrust del tipo “chi ha interessi privati in altri settori non può possedere giornali”. E’ necessario che i giornalisti si stringano attorno ai valori fondamentali della Costituzione, i valori di libertà, di dignità della persona, di giustizia, di solidarietà, di uguaglianza, di libertà di manifestazione del pensiero. La legalità deontologica è un valore da difendere contro chi pensa di ridurre i giornali a meri veicoli di pubblicità spacciata per notizia, di gossip, di foto raccapriccianti e/o impressionanti, di articoli elaborati incollando le agenzie di stampa. Occorre rispondere a una semplice domanda: “Chi è?”. Ho spiegato indirettamente la crisi odierna dei giornali: i giornali sono i cani di guardia dei poteri. Il guaio è che la gente li avverte come incorporati nei poteri e non come controllori degli stessi. E’ esplosa così la disaffezione. E le vendite sono crollate”.

Ricordi e rimpianti: cosa non faresti più se potessi ricominciare?

«Negli anni Cinquanta in Calabria non c’era lavoro e non c’era una università. Io sono figlio di quella stagione. Studente a Roma, poi capisco che Milano è la capitale dell’editoria e che bisogna andarsene. Guadagnavo allora da 15 a 30mila lire al mese e le prospettive erano nere. Non c’erano quotidiani in Calabria. Nel 1975 ricevo un affettuosa telefonata di Giacomo Mancini, che mi invita a lavorare al “Giornale di Calabria”. Lo ringrazio e spiego che ormai il mio destino professionale è legato a Milano. Milano mi ha conquistato e non sono capace di distaccarmi. Dovevo fare i conti anche con mia moglie Diana, veneta-francese, che non voleva saperne di trasferirsi in Calabria. Anche oggi non resterei in Calabria. Lo dico con franchezza. Milano offre opportunità che nella mia terra non esistono. Mi sento italiano e casa mia a Milano, come a Cosenza. Questa nostra Nazione è stata costruita dai nostri nonni, dagli emigranti con le rimesse e dai combattenti, 6 milioni di uomini su 35 milioni di abitanti, che sul Piave hanno forgiato l’unità vera della nostra Patria, soffrendo fianco a fianco, per 41 mesi terribili. A Milano e in Lombardia non mi sono mai sentito estraneo o diverso”.