Addio Pietro, con te se ne va la parte più bella della nostra giovinezza

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Sono stati anni bellissimi, quelli della gioventù vissuta da atleti con grandi speranze nel cuore e un mito nella mente: quello di Pietro Mennea. Lui aveva cinque, forse sei anni più di noi, che frequentavamo le prime menneaclassi superiori. Da quando aveva incontrato il prof Carletto Vittori la sua vita da atleta era cambiata. Una vita da asceta, con allenamenti durissimi, al centro atletica di Formia, in inverno in palestra a potenziare la forza con i pesi e in primavera-estate in pista a trasformare la potenze in velocità.

E anche la nostra vita era cambiata. Da ragazzini fancazzisti, come se ne vedono tanti oggi in giro, ad asceti dello sport pure noi, magari meno asceticamente dediti alla pista e più semplicemente affascinati da un mondo che ci ha legati ad amicizie che ancora oggi – a quasi quarant’anni di distanza – sopravvivono ai capelli bianchi o alla calvizie incipiente o a qualche chiletto di troppo che ci distruggono le speranze di essere sempreverdi. Anche se noi – gli eterni Peter Pan – l’avevamo tentata, l’avventura di rimanere sempre giovani fondando addirittura una squadra di eterni sognatori e l’avevamo anche chiamata, appunto, “Evergreen”.

Anche noi – come Pietro Mennea – avevamo il nostro coach, il prof Bruno Lorenzini, maestro di sport e anche di vita.

Quanti ricordi ti porti via caro Pietro. E anche un altro pezzo della nostra convinzione che saremmo rimasti sempreverdi, eterni Peter Pan che sul “tartan” della pista del ”Morosini”, il “nostro” campo di atletica, abbiamo trascorso le giornate forse più belle della nostra vita. Cercando di imitare le tue partenze e il tuo modo di correre, nella speranza sempre tradita, che bastasse così poco per essere campioni.

Ci piaceva anche il tuo modo di essere ribelle, sempre arrabbiato con il mondo intero senza sapere, forse bene, nemmeno il perché. Ci piaceva il tuo modo un po’ naif di affrontare le sfide. E di vincerle. Di affrontare le polemiche, a volte sterili come possono esserlo le polemiche dei ventenni, nei confronti di un altro grande dell’atletica italiana- Livio Berruti – grande ma troppo elegante, troppo signore per essere anche amato da noi ragazzini della provincia bresciana.

Te ne sei andato quasi in silenzio, lasciandoci sgomenti per non aver saputo vincere la gara più importante, quella che ti avrebbe lasciato tra noi e ci avrebbe permesso di continuare a sperare di essere eterni, “Evergreen”.

Ora abbiamo la certezza che non è così. Non siamo eterni. E la rabbia – a volte – non basta a vincere una gara. Ci piace credere che continuerai ad allenarti sulle piste dei cieli e magari ci aspetterai, guardandoci con tenerezza, mentre trascorriamo la parte rimanente della nostra vita terrena a sbatterci da mattina a sera senza sapere bene – a volte – nemmeno il perchè. Magari – un giorno – correremo insieme e riusciremo perfino a coronare il sogno di essere più veloci di te.

Addio Pietro, ti sei portato via la parte più bella della nostra giovinezza. Ma ti perdoniamo perchè ci hai anche fatto tanto sognare.