Costituzione e politica vacante nei “pensieri sinistri”

0

Proponiamo un’altra “pillola” dai “pensieri sinistri” del giornalista bresciano Alfredo Pasotti che analizza l’articolo 1 della Costituzione relativo al lavoro e poi punta sulla politica dopo le ultime elezioni.

Gustavo Zagrebelsky nel favoloso mondo di Amélie

In un articolo su La Repubblica del 2 febbraio (“Fondata sul lavoro” il senso dell’articolo 1), Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale, in un impeto wetheriano di lirismo costituzionale, canta le lodi dell’articolo primo della nostra Carta costituzionale. Alcuni passaggi meritano un commento. Si comincia con l’affermazione che “la Costituzione pone il lavoro a fondamento, come principio di ciò che segue e ne dipende: dal lavoro, le politiche economiche, l’economia. Oggi assistiamo a un mondo che, rispetto a questa sequenza, è rovesciato: dall’economia dipendono le politiche economiche; da queste i diritti e i doveri del lavoro” (il corsivo è mio). Non ricordo nessuna Costituzione di Paesi con un minimo di tradizione di libertà e democrazia alle spalle, che ponga il lavoro nel primo articolo. Per contro, nella Costituzione dell’Unione Sovietica del 1936, nel primo articolo si fa riferimento a operai e contadini e quella in vigore nella Repubblica Popolare della Cina, al primo articolo, si parla di classe lavoratrice e di lavoratori e contadini.

Art 1 CostituzionePer quali sotterranei cunicoli culturali e storici si dia questa sempre sottaciuta consonanza, sarebbe materia di studio per un’anima meno condizionata dai recenti fasti costituzionali del Centocinquantesimo. Così pure non ricordo di aver mai avuto notizia di uno ieri – almeno da dopo cacciata dal Giardino di Eden – in cui brillasse quell’ordine naturale delle cose che Gustavo Zagrebelsky contrappone al deprecabile oggi, cioè uno ieri in cui il lavoro dettava i ritmi dell’economia e non il contrario. Dello ieri, ricordo schiavi e servi della gleba, non una stagione felice in cui il lavoro fosse quello che sembra favoleggiare il Presidente emerito. Dopo una veemente filippica, in realtà per larghissima parte condivisibile, contro gli eccessi di una finanza che ci sta uccidendo, il Presidente emerito ritorna di nuovo sul tema del lavoro, quando affronta il problema di come rimediare alla catastrofe causata dal capitalismo finanziario. Il rimedio, afferma Gustavo Zagrebelsky, è “una politica costituzionale del lavoro” e “chi deve agire sono le forze politiche, sindacali e culturali”, perché si tratta di “un programma concreto di lotta politica” che consiste nel “ritornare all’economia reale, cioè alla produzione di ricchezza per mezzo non di ricchezza, ma di lavoro e di ricchezza investita sul lavoro” (i corsivi sono miei). Un ritorno necessario perchè il panorama presenta una “economia mondializzata, omologata agli standard produttivi delle grandi imprese, la grande distribuzione al loro servizio, la pubblicità che orienta i consumi e crea stili di vita uniformi”.

Il nuovo nemico è dunque l’omologazione economica globalizzata, che va combattuta con armi adeguate. Quali? “Nuove e antiche professioni che cercano di emergere o di riemergere, nuove forme di produzione, di collaborazione fra produttori, nuove reti di col-legamento solidale fra produttori, nuove modalità di distribuzione e di consumo; riscoperta di risorse e patrimoni materiali e culturali esistenti…” Questo sarebbe il programma concreto di Zagrebelsky, la sua idea di ritorno all’economia reale. Io credevo che l’economia reale del nostro Paese fosse la piccola e media impresa, industriale e artigiana, creata e gestita da imprenditori geniali che inventano prodotti nuovi, che investono in attrezzature e uomini, che rischiano pesantemente del proprio e che creano (o cercano di mantenere) posti di lavoro. Immaginavo quindi che dovesse essere l’impresa – non politici, sindacati e intellighenzia – l’attore principale del riscatto economico. Immaginavo che un programma concreto fosse qualcosa come la diminuzione della pressione fiscale, la sburocratizzazione, un ritrovato accesso al credito, e, magari – perché no? – uno Stato che tagli l’oscenità del pubblico spreco e che paghi con più puntualità i suoi debiti alle imprese.

Credevo insomma che fosse l’impresa a produrre ricchezza vera e posti di lavoro. Evidentemente mi sbagliavo. Nel favoloso mondo di Amélie in cui vive Gustavo Zagrebelski l’impresa – quella che ognuno di noi conosce e spesso vive quotidianamente – semplicemente non esiste. In quel mondo da feuilleton ottocentesco esiste solo la grande impresa di comodo, funzionale alla filosofia che se ne vuol fare. Del resto, la Costituzione più bella del mondo accenna all’impresa in un solo articolo, il 43, e all’azienda pure una sola volta, all’articolo 46. Nel primo caso, per dire che particolari imprese possono essere trasferite allo Stato. Nel secondo per riconoscere la possibilità ai lavoratori di partecipare alla gestione delle aziende. Solo in un altro articolo, il 41, si parla di iniziativa economica. Ma, dopo aver detto frettolosamente che è libera, passa subito a precisare che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e che la legge deve incaricarsi di indirizzarla all’utilità sociale. La Costituzione teme l’impresa o, quantomeno, ne diffida. In compenso abbiamo interi articoli dedicati alla tutela del lavoro (il 35), ai diritti del lavoratore (il 36), perfino uno ai diritti della lavoratrice (il 37), al sindacato (il 39), allo sciopero (il 40). E’ così che la Costituzione riconosce la dignità e il valore dell’impegno, della capacità di rischiare del proprio, della dedizione, dello spirito di sacrificio di milioni di imprenditori. E mentre il vituperato tessuto di imprese produce ricchezza vera, lotta disperatamente per almeno conservare il lavoro vero, quelli come Gustavo Zagrebelsky non se ne accorgono nemmeno e confezionano programmi concreti di lotta. Così, nell’inchiesta che compare nella stessa pagina dell’articolo del Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Ilvo Diamanti osserva che “il pubblico impiego oggi è (ri)diventato il lavoro preferito dalla maggior parte degli italiani”. Chissà perché…

Sviste democratiche

In un articolo di Ezio Mauro sulle ultime politiche (La sede vacante, in La Repubblica, del 27 febbraio 2013), c’è un passaggio particolarmente rivelatorio – una specie di lapsus freudiano – che dice di come una corposa area dell’intellighenzia italica considera il voto degli italiani e di conseguenza anche gli italiani che votano. “I mercati ci hanno già messi nel mirino per l’evidente, clamorosa instabilità scelta dagli elettori”. Dunque, instabilità scelta dagli elettori: ovvero gli elettori – il Popolo Sovrano dell’articolo primo della Costituzione – hanno scelto l’instabilità.  E’ una inesattezza non da poco per un Direttore come Ezio Mauro, perché, Costituzione alla mano, il Popolo Sovrano direttamente non è affatto chiamato a scegliere chi lo governa, ma chi lo rappresenta. Che è poi il senso dell’ordinamento parlamentare: gli elettori non scelgono il Governo, ma scelgono il Parlamento che sceglierà il Governo. Nello spirito e nella lettera della Carta Costituzionale, gli italiani non sono quindi affatto chiamati a scegliere fra stabilità e instabilità. Sono chiamati a scegliere chi dovrà decidere (peraltro autonomamente, perché la stessa Costituzione proibisce il vincolo di mandato) fra stabilità e instabilità. Come mai dunque, una simile svista? Non so se Ezio Mauro sia tra quelli convinti che, anche questa volta, gli italiani abbiano sbagliato a votare, come gli sconfitti stanno tentando di suggerire per trovare una ragione alla dolorosa sconfessione uscita dalle urne (in una intervista del 6 marzo anche il sommo Umberto Eco afferma che il Popolo Sovrano raramente fa scelte razionali…). Ezio Mauro accenna invece (più sommessamente che può) a quello che si potrebbe chiamare il paradosso della democrazia (anzi uno dei paradossi), che provo a illustrare. Il bello della democrazia è la pluralità delle opinioni.

parlamentoLo spirito democratico, non ponendo limite e anzi favorendo la libera espressione delle diversità di opinioni, è tanto più democratico, quanta più diversità esprime. La democrazia, in tal senso (che è poi il suo senso), è sostanzialmente rappresentatività. Ora va da sé che rappresentare non coincide con governare, né dal punto di vista semantico né dal punto di vista politico. E, secondo logica, appare chiaro che più il consenso è frazionato, meno è aggregabile. Come a dire che, per quanto banale e brutale possa apparire, il tasso di democrazia è inversamente proporzionale al tasso di governabilità. Come avrebbero dovuto fare gli italiani per scegliere la stabilità, secondo il sottinteso auspicio di Ezio Mauro? Ovviamente concentrare il voto in massa su uno dei competitori. Il che a me sembra null’altro che una surrettizia nostalgia di plebiscito. Che sappiamo quale non rimpianta epoca della nostra storia abbia contrassegnato, perché plebiscito e democrazia non possono agevolmente convivere. L’auspicata modifica della legge elettorale è un palliativo istituzionale, se l’intenzione è quella di assegnare al Popolo Sovrano l’onere di decidere la stabilità. Bisognerebbe avere la coerenza di rinunciare all’ordinamento parlamentare della Repubblica, perché in questo tipo di ordinamento non è logico (e nemmeno possibile, se non a prezzo di forzature) che sia il Popolo Sovrano a scegliere chi deve governarlo. Ma è esattamente quello che il quotidiano diretto da Ezio Mauro non vorrebbe, visto che sostiene senza riserve comici di grido e Presidenti emeriti della Corte Costituzionale, che cantano le lodi della Costituzione più bella del mondo.

di Alfredo Pasotti

a.pasotti@alphacon.biz