BRESCIA – La Cgil lancia Grillo: “Rinnovarsi fa bene al sindacato”

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Il risultato del voto di domenica e lunedì è sorprendente nelle dimensioni, ma non nella tendenza. Si sapeva – si legge in un comunicato diffuso dalla Cgil di Brescia – che il Movimento Cinque Stelle avrebbe fatto il pieno di voti, anche se nessuno, probabilmente nemmeno loro, immaginava potesse diventare il primo partito alla Camera. Sono loro ad aver vinto, non altri. Se i numeri (quelli veri, non i sondaggi) dicono qualcosa, il dato è che dal 2008 a oggi il centrodestra ha perso più di 7 milioni di voti rispetto al 2008: la Lega si è dimezzata e il Pdl quasi. Dati, questi, che trovano anche conferma nella fine del monopolio di questi due partiti in provincia di Brescia. L’alternativa centrista rappresentata da Monti si è sgonfiata: si può discutere se il 10% sia tanto o poco, sicuramente è molto meno di quanto si aspettassero i protagonisti di quel progetto quando hanno deciso di scendere o salire in politica, a seconda di come la si osservi. Vorrei tornare però sulla cavalcata spiazzante del Movimento Cinque Stelle.

Il segretario bresciano della Cgil Damiano Galletti
Il segretario bresciano della Cgil Damiano Galletti

Premetto – continua Damiano Galletti, segretario del sindacato bresciano – a scanso di equivoci, che non ho votato per loro. Ebbene, a osservare la differenza nel voto tra Camera e Senato, non credo di sbagliarmi di molto se dico che nella fascia 18-25 anni quattro elettori su dieci hanno votato per quel movimento. E già questo, di per sé, dovrebbe interrogarci molto. Non voglio addentrami nelle critiche del leaderismo e del populismo. Non perché sottovaluti tali questioni, anzi. Non vorrei però essere vittima dell’opposto: vedere solo, il negativo, e non provare a scorgere altro in quel voto e in quel movimento. Il leaderismo c’è, certo, ma nel Movimento Cinque Stelle si avverte anche la voglia di protagonismo e di partecipazione di tanti giovani, uomini e donne. Gli stessi, ma non solo, che nelle ultime settimane hanno riempito le piazze d’Italia (lasciate vuote da altri, in primo luogo dalla sinistra) non solo per vedere “un comico”, come in modo avventato molti hanno detto. Si può disquisire sui limiti della democrazia diretta, anche e soprattutto nella versione on line, ma quella istanza di partecipazione c’è.

E, comunque, non credo che i partiti in campo (o, meglio, quelli che si autodefiniscono tali), a parte rare eccezioni, abbiano in questo momento molto da insegnare a proposito di democrazia. Beppe Grillo ha intercettato il dramma sociale della crisi. Piaccia o meno, è stato lui a far vibrare di più il disagio sociale, la mancanza di lavoro o il lavoro precario e sottopagato, il problema di un’Europa burocratizzata che si preoccupa dei conti pubblici degli Stati ma non delle condizioni di vita dei suoi cittadini. Grillo ha anche intercettato la più che legittima protesta contro i privilegi. Non occorre essere “grillini” – continua la nota – per indignarsi contro i rimborsi spese da decine di migliaia di euro e le feste di nozze pagate con il denaro pubblico. Eppure nessuno tra i partiti tradizionali ha dato segnali veri di discontinuità in tal senso, anzi. Il Movimento Cinque Stelle non si è però limitato a questo, ha anche provato a immaginare il futuro. Limite ambientale e delle risorse, rifiuto delle grandi opere a favore del recupero del territorio, innovazione tecnologica, reti wi-fi, non sono derive bucoliche, come anche in queste ore afferma qualcuno, ma sono un pezzo importante del futuro. Grillo è stato l’unico che ha posto in modo forte il “limite ambientale” nel suo programma e ha indicato una strada diversa dal rigore recessivo montiano o dalla spensierata continuità col passato di Pdl-Lega.

5 StelleE veniamo al centrosinistra. La coalizione di Bersani non è riuscita a intercettare il disagio di milioni di cittadini – lavoratori, piccoli artigiani, pensionati – e non ha suggerito alternative di immaginario. Ha criticato Berlusconi e la Lega: ma questo era facile. Non ha criticato però Monti e, anzi, è stato a volte più montiano del re stesso. Non si tratta di recriminare o di fare critiche a posteriori, ma è indubbio che il centrosinistra è stato timido. Serviva più coraggio, ma non c’è stato. Eppure, se c’è del vero nel pensare che la crisi che stiamo vivendo impone una rilettura collettiva dell’economia, dell’uso delle risorse, del nostro rapporto all’interno della società e nei rapporti con lo Stato, servono anche proposte radicali per guardare al futuro. Sia chiaro: proposte non più di sinistra, ma più innovative e più in grado di guardare al futuro. Proposte per l’oggi ma in grado di immaginare un futuro migliore e diverso che non sia semplicemente quello di avere i conti a posto e lo spread basso. Che sono problemi reali, ma è difficile che scaldino i cuori. Insomma, il centrosinistra è mancato in quello che in passato ha fatto meglio, non per il fatto che evocava il sol dell’avvenire ma perché era in grado di sentire e tradurre bisogni e desideri dei cittadini.

E di trasformarli in proposta. Sono affezionato alle categorie di destra e sinistra, me le tengo ben strette e credo che abbiano ancora senso ma tante persone, soprattutto giovani, meno legati di quanto lo siamo noi alle categorie tradizionali della politica, hanno visto nel Movimento Cinque Stelle un grande fattore di cambiamento. Non preoccupandosi di pesare ogni frase per capire se questa fosse di destra o di sinistra. Per il centrosinistra, a questo punto, dopo la sconfitta non nei numeri ma nei fatti, rinchiudersi nella logica delle grandi intese o dei governi di responsabilità (su cosa?) sarebbe la fine: politica prima ancora che in termini di voti. Significa che il centrosinistra deve farsi dettare l’agenda da Grillo e Casaleggio? Ovviamente no, ma un po’ più di coraggio senz’altro sì, quello servirebbe. In Lombardia abbiamo perso. Uso il plurale – va avanti il comunicato – perché la Cgil, non solo a Brescia e forse come mai in passato, si è spesa pubblicamente per Umberto Ambrosoli. L’aria sta cambiando anche da queste parti. Roberto Maroni ha vinto, ma siamo lontani dalle percentuali dell’era formigoniana: Lega e Pdl non hanno più la maggioranza assoluta dei consensi e oltre il 50% dei cittadini ha votato per il cambiamento. Una riflessione di carattere generale, però, dobbiamo farla anche rispetto al sindacato. Quelle istanze di cambiamento, quella voglia di partecipazione, di volontà di non subire il declino, di immaginare un futuro migliore parlano anche a noi. Di mutazioni ne sono state fatte parecchie negli anni, dalle origini a oggi. Nati a fine Ottocento, abbiamo vissuto nelle grandi trasformazioni del Novecento. Per certi versi, passatemi l’inciso, il sindacato è rimasta l’unica organizzazione di massa che dal Novecento è passata quasi indenne nel nuovo secolo. Niente è per sempre però, si sa, ed è bene che nuove e profonde mutazioni coinvolgano il sindacato. Non perché ce lo dice Grillo ovviamente, che vorrebbe addirittura cancellarci. Non per diventare compatibili alle esigenze di Marchionne – questo è un mestiere che lasciamo ad altri – ma per continuare a rappresentare in modo adeguato gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici.