BRESCIA – Dimissioni di Benedetto XVI, i “pensieri sinistri” di Pasotti

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Tra poco più di due ore (alle 17) Papa Benedetto XVI abbandonderà il Vaticano per volare verso Castelgandolfo lasciando, dalle ore 20 di oggi, la sede vacante alla guida della Chiesa Cristiana. Poi sarà solo Papa emerito e si riunirà il Conclave per eleggere il suo successore. L’analisi tra i “Pensieri sinistri” del giornalista Alfredo Pasotti.

Alla vigilia della sede vacante, ho come la sensazione che col gesto drammatico e deflagrante di Benedetto XVI di lunedì 11 febbraio, qualcosa nell’idea che ho di Chiesa – e che molti credenti hanno di Chiesa – sia stato dolorosamente (e forse irrimediabilmente) compromesso. Per cercare di meglio definire questa sfuggente sensazione, provo a commentare qualche commento. Illuminanti in tal senso mi sono sembrati quelli di Ezio Mauro, Eugenio Scalfari e soprattutto di Vito Mancuso, ormai teologo ufficiale del quotidiano La Repubblica. Mi riferisco a quanto scrivono il 12 febbraio. Sono commenti a caldo, ma proprio per questo i più rivelatori. Tutti e tre questi commenti – ma in particolare quello di Mancuso – concordano nel salutare come scelta di laicità la rinuncia di Benedetto XVI al pontificato. Scelta di laicità soprattutto perché la drammatica decisione del Papa – così almeno sembra di intuire – ha finalmente tagliato il rapporto fra ruolo pontificale e dimensione del sacro, facendo con ciò compiere a Santa Madre Chiesa un vistoso passo avanti verso la modernità.

Benedetto XVIInsomma, la rinuncia di Benedetto XVI è una conquista di civiltà, una conquista che scardina quell’idea medioevale, retrograda e oscurantista di sacro che è così poco in linea con le sensibilità e tendenze della cultura più all’avanguardia. Quella che si autodefinisce laica, per intenderci. A me sembra semplicemente una colossale idiozia linguistica, prima ancora che logica o concettuale: parlare di un Papa laico – o che nell’esercizio delle sue funzioni compie scelte di laicità – è come parlare di un Presidente della Repubblica religioso – il quale, cioè, nell’esercizio delle sue funzioni compie scelte di Fede. Cioè, in buona sostanza, un luminoso, laicissimo nonsenso. E tuttavia, i commenti citati mettono il dito nella piaga: la questione cruciale che rende inquietante il gesto di Benedetto XVI è proprio il sacro, la sacralità e il rapporto con la sacralità. Quella di sacro è un’idea decisamente arcaica. Ma non facilmente eliminabile, soprattutto perché, in quanto arcaica, rischia di essere addirittura originaria. E in quanto tale, quindi, fondante. Fondante significa che l’uomo non è immaginabile senza quell’idea.

Sacro significa non tanto il divino, quanto invece la presenza reale del divino – dell’Altro per eccellenza, del ganz Anderes per dirla con Rudolf Otto – nella banalità e miseria del quotidiano. Non quindi il divino di Robespierre che, dal 1794, organizza laicissimi festeggiamenti di Stato in onore dell’Essere Supremo, ma quello di frate Francesco, che lo incontra in ogni dettaglio del mondo. A dispetto del nostro smaliziato disincanto di uomini globalizzati, il centro di gravità permanente della Chiesa, della sua tradizione, della sua storia, della consapevolezza che essa ha di se stessa, è sempre stata quell’idea di sacro, di cui i tre commenti citati auspicano la rimozione. Rispetto all’idea veteroillumistica – quella cioè di liberare gli uomini da uno stato di minorità o di subordinazione culturale – la ragione invocata per questo passo in avanti verso la modernità sembra invece l’idea che il sacro sia all’origine di tutte le nefandezze (innumerevoli e innegabili) di cui purtroppo trabocca la storia di Santa Madre Chiesa. Tantum religio potuit suadere malorum… Quindi, tolto il sacro, ecco tolte le malefatte. Ed ecco una Chiesa più presentabile.

Ed ecco, ancora, una Chiesa finalmente più laica, cioè più umana, dato che, con la scelta di Benedetto XVI “il sacro è più umano e l’umano è portatore di contraddizioni di fronte alla fissità dell’eterno”. Alle parole di Ezio Mauro, fa eco Vito Mancuso: “La funzione ha avuto la meglio sull’essenza, il ruolo sull’identità. Io aggiungo che la laicità ha avuto la meglio sulla sacralità”. Così si evita alla radice il rischio di possibili abusi che il monopolio del sacro inevitabilmente comporta. Cancellare il sacro, quindi, per amore della Chiesa. Mi chiedo tuttavia cosa rimarrebbe della Chiesa, dopo questa auspicata epurazione dal sacro. E’ innegabile che l’idea del possesso esclusivo del sacro sia stata all’origine di infiniti abusi: però liquidare il sacro per prevenire gli abusi, sembra a me, ancora una volta, rotonda idiozia. La drammatica scelta di Benedetto XVI, per quanto forse aldilà delle intenzioni, credo però abbia davvero spinto non poco verso quella modernizzazione della Chiesa auspicata dai commenti che stiamo commentando: per esempio, l’annuncio che oggi, giovedì 28 febbraio alle ore 20, Benedetto XVI torni ad essere Joseph Ratzinger, suggerisce una idea di sacro a orologeria che spinge a chiedersi quanto sia davvero sacro.

VaticanoInsinuare il dubbio su questo, significa spalancare la porta all’idea di una Chiesa come multinazionale dell’etica, retta da un consiglio di amministrazione alla cui presidenza c’è un Papa. Una Chiesa che magari potrà essere magistra, ma che verrebbe al tempo stesso ridotta a una corporeità senza più anima per quanto dinamica, efficiente, irreprensibile. Mia madre, nell’apprendere della drammatica decisione di Benedetto XVI, ha pianto. Perché nel suo mondo – in cui il concetto di laicità non esiste – il sacro è una presenza essenziale e diffusa. Perchè quel mondo, per un momento, ha vacillato nelle fondamenta. Perché, per i rapporti che lei crede che esistano fra Dio e il Papa, quella rinuncia è una nota stonata, qualcosa di non coerente con il resto del quadro a cui ha affidato tutta una vita. A mia madre – e a me – non dice nulla l’idea di una Chiesa semplicemente Magistra senza essere anche Mater, cioè una Chiesa nella quale ci sia dottrina, dirittura morale e sapiente diplomazia, ma mancante del legame sacrale che vincola chi ne è parte. La legittimità di quel suo essere magistra si fonda nel suo essere mater. Non viceversa.

Può essere culturalmente démodé o politicamente scorretto, ma non credo ci sia possibilità di deroga su questo punto. Il sacro non è naturalmente appannaggio esclusivo della Chiesa. Ma la Chiesa, per come la conosco, è nella sua totalità una testimone eminente della possibilità e della presenza del sacro nel nostro quotidiano. La Chiesa non possiede il sacro e men che meno lo possiede a tempo, perché il sacro non si possiede e non si può possedere. Al massimo si può custodire. Anche se in forme molto umane e a volte anche troppo umane. Le nefandezze che possono aver compiuto i Papi nel buio dell’alto medioevo o nella luminosità del rinascimento, non hanno certo compromesso l’integrità del sacro. I Santi hanno vissuto nella stessa Chiesa cui appartenevano gli indegni, e spesso contemporaneamente e l’episodio di Abramo alle querce di Mamre dovrebbe suggerire qualcosa. Quando c’è di mezzo il sacro, tutto è molto più complicato da decifrare e da giudicare, tutto molto più sfumato e cangiante. Certo, eliminare il sacro semplificherebbe molto le cose.

In questo quadro di magnifiche sorti e progressive, avremmo forse pastori meno indegni, ma probabilmente non avremmo Santi. Da modesto credente, noto che quando viene proclamato il Tu es Petrus et super hanc petram aedi-ficabo ecclesiam meam, la Chiesa ricorda che Nostro Signore, a Simone figlio di Giona, ha chiesto di essere pietra. Non altro. Alla pietra tocca essenzialmente di stare lì. Stare lì in modo che tutto appoggi su di essa. Simone figlio di Giona, non aveva lauree in teologia, nè master a Harward, né capacità manageriali. Non gli fu chiesto di essere amministratore delegato o presidente di un consiglio di amministrazione. A lui fu chiesto solo – si fa per dire – di essere roccia, in tutta la pregnanza del significato fisico e metaforico del termine. Ecco perché la mia idea è che un Papa deve prima di tutto e soprattutto stare lì e permettere che tutto appoggi su di lui, perché il suo compito primario non è quello di far funzionare, amministrare o fare discorsi.

In questi giorni, alla vigilia del nuovo Conclave, c’è maggior inquietudine che in passato. Non per gli scandali che agitano (come sempre e forse meno di sempre) Santa Madre Chiesa, ma perchè il gesto di Benedetto XVI ha insinuato il dubbio che quell’essere roccia – quella particolare manifestazione del sacro – possa essere condizionato: dalla salute, dall’età, dal senso della propria inadeguatezza o indegnità, e così via. Non è naturalmente possibile giudicare il gesto di Benedetto XVI perché le ragioni di una scelta sono sempre complicate e spesso nascoste, e del resto Nostro Signore ci ha suggerito di evitare giudizi per evitare guai maggiori. Ma definire conquista di civiltà quel gesto, significa cancellare in un colpo le ragioni di una fede. E l’esser laico a prezzo dell’esser cristiano è una conclusione che faccio fatica a sottoscrivere.

Alfredo Pasotti