BRESCIA – Carcere malato, quando la pena diviene un delitto

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Ier sera, presso la Sala Buozzi della Camera del Lavoro di Brescia, si è tenuta un’assemblea pubblica volta ad affrontare una tematica di grande attualità, quella cioè delle carceri italiane e delle condizioni in cui esse versano. Il dibattito si è concentrato in modo particolare su Canton Mombello, e a parlarne sono stati Franco Corleone, garante dei detenuti nel Comune di Firenze e presidente della Società della Ragione, l’avvocato Stefania Amato, Presidente della Camera Penale di Brescia, e due portavoce dei familiari dei detenuti.

Canton Mombello TN
Il carcere di Canton Mombello

L’incontro è stato organizzato dal ‘Comitato per la chiusura del carcere lager di Canton Mombello’, che tramite un volantino ha sollevato alcune questioni: per risolvere il problema del sovraffollamento i politici locali hanno proposto l’imminente costruzione di una nuova struttura, ‘Verziano 2’ o ‘Nuovo Canton Mombello’, ma di essa non v’è alcuna traccia nel piano carceri nazionale. Non va poi trascurato il fatto che sono oltre 2mila le sentenze della Corte Europea dei Diritto dell’Uomo di Strasburgo pronunciate contro il nostro Paese e tra le più frequenti motivazioni di condanna figurano, oltre all’irragionevole durata dei processi, le condizioni disumane in cui vivono i detenuti nelle nostre carceri. Il Comitato, inoltre, ha presentato all’Asl Brescia in data 7 novembre 2012 un esposto nel quale sono state messe in rilievo le sue responsabilità e si è fatto leva sulle sue competenze, giacchè con legge 244 del 2007 è stato disposto il trasferimento al Servizio Sanitario Nazionale di tutte le funzioni sanitarie svolte dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dal dipartimento della giustizia minorile del Ministero della Giustizia. Il Comitato nell’esposto ha evidenziato un concorso di responsabilità: non solo quella dell’Asl ma anche quella del sindaco di Brescia, in qualità di responsabile della salute pubblica della città e quindi anche della popolazione carceraria di Canton Mombello.

Ad aggravare la situazione, secondo il Comitato, anche le soluzioni che il Governo Monti ha adottato per porre rimedio al sovraffollamento carcerario: col decreto per le liberalizzazione soggetti privati hanno ricevuto delega per la costruzione di nuove prigioni. Il Comitato ha infatti sottolineato che in questo modo le carceri da luogo di espiazione della pena finiranno col trasformarsi in un vero e proprio business legale, che favorisce imprenditori e banche con obiettivi di profitto.

A confortare le richieste dei detenuti di Canton Mombello, che per lungo tempo hanno portato avanti uno sciopero della fame, sono intervenuti gli avvocati della Camera Penale di Brescia che in segno di protesta il 22 novembre 2012 si sono astenuti da tutte le udienze per richiamare l’attenzione del legislatore, cirradini e magistrati sul dramma del  Carceresovraffollamento del carcere bresciano, sollecitando la magistratura, in attesa che qualcosa si muova a livello legislativo, ad effettuare un uso accorto e custituzionale della misura cautelare della custodia in carcere. Nel corso dell’assemblea sono stati snocciolati un po’ di dati, per meglio comprendere la drammatica situazione che coinvolge Canton Mombello: il carcere bresciano, costruito alla fine del 1800, ha una capienza tale da poter ospitare 208 detenuti, ma nel corso del tempo è arrivato a raggiungere quota 600. Attualmente sono oltre 400 i prigionieri rinchiusi in quello che il Comitato definisce ‘carcere lager’ e nella maggior parte si tratta di stranieri. Pur rappresentando questi ultimi solo l’8% della popolazione nazionale, in Italia costituiscono il 60% dei detenuti, percentuale che sale al 70% a Canton Mombello. La causa di ciò non deve essere ravvisata in una maggiore propensione dello straniero a delinquere rispetto al cittadino italiano. Infatti, dei detenuti di Canton Mombello meno del 20% sono persone condannate in via definitiva, con sentenza penale passata in giudicato. Tutti gli altri, invece, si trovano in carcere in quanto sottoposti all’applicazione della misura cautelare maggiormente afflittiva, restrittiva della libertà personale. Nel corso dell’incontro s’è parlato, seppur in modo improprio, di ‘carcere preventivo’ per facilitare la comprensione della situazione. Ed ecco che ben si comprende il motivo di una così alta percentuale di detenuti stranieri: una delle alternative, senz’altro più mite, alla misura cautelare della custodia in carcere è quella degli arresti domiciliari. Gli stranieri, regolari o non in Italia, spesso non possiedono un abitazione e non hanno nel nostro Paese familiari disposti ad offrire la loro ospitalità: in altre parole, non potendosi applicare la misura cautelare degli arresti domiciliari, si aprono le porte del carcere.

Una soluzione al problema del sovraffollamento potrebbe essere ravvisata nella costruzione di nuovi istituti di pena, ma in un periodo economico come quello attuale, in cui debito pubblico e spread continuano vertiginosamente a salire, sorgerebbe il problema di reperire i fondi necessari per tali opere. Tuttavia, nel corso dell’assemblea, in modo provocatorio, è stato sottolineato che non seguono lo stesso trend gli stipendi dei manager e dei direttori delle carceri: nel 2012 è stata raggiunta la somma record di 543mila euro annui per un manager.

Il problema del sovraffollamento affligge tutte le carceri italiane, ma Canon Mombello detiene, in termini percentuali, in primato. I detenuti, quindi, sono costretti fisicamente in celle piccolissime, nelle quali i letti distano un metro e mezzo e impediscono l’apertura delle finestre. Un odore infernale divampa a Canton Mombello. Oltre a ciò, c’è anche un’emergenza di natura sanitaria, giacché HIV, scabbia, tubercolosi ed altre malattie trovano terreno fertile. Continuano a crescere anche i suicidi: l’ultimo caso verificatosi nel carcere bresciano risale allo scorso aprile, quando un croato ha deciso di togliersi la vita.

Franco Corleone ha sottolineato come le denunce sulle condizioni delle carceri in Italia abbiano avuto inizio ancora nel secolo scorso e ha manifestato il suo spirito critico nei confronti di alcune leggi vigenti nell’ordinamento giuridico italiano, leggi che ha definito ‘criminogene’ esse stesse. Con tale aggettivo intendeva descrivere la Legge Fini-Giovanardi, che, mettendo tutte le sostanze stupefacenti sullo stesso piano, prevede cornici edittali di pena particolarmente severe per il reato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Legge che, ha ricordato Corleone, nel 2012 ha portato in carcere 28mila persone. Accusata dal garante anche la Legge Cirielli, da lui considerata come una legge ad personam finalizzata a tutelare gli interessi dell’allora Ministro della Difesa, e la Bossi-Fini, con la quale è stato introdotto il reato di clandestinità. Corleone ha quindi sottolineato l’esigenza di dotare lo stato italiano di un nuovo codice penale che si sostituisca all’ormai datato e obsoleto Codice Rocco; un codice che depenalizzi fattispecie delittuose caratterizzate da un lieve disvalore sociale e che al tempo stesso introduca l’utilizzo, in via preferenziale, di pene alternative al carcere. Il garante, a titolo esemplificativo, ha ricordato che in Germania e negli Usa è previsto per le carceri il numero chiuso e sulla scorta di tale modello ha invitato ad un ripensamento del sistema dei delitti e delle pene, riallacciandosi al pensiero di Cesare Beccaria.

L’avvocato Stefania Amato, in qualità di Presidente della Camera Penale di Brescia, ha a sua volta sottolineato come l’Unione delle Camere Penali, un’associazione senza scopo di lucro che da oltre 30 anni si prefigge l’obiettivo di promuovere la conoscenza, la diffusione e la tutela dei valori fondamentali del diritto penale e del giusto processo in una società democratica, si sia attivata, attraverso i suoi associati, per portare all’attenzione del legislatore il problema delle Carcere polizia_penitenziariacarceri italiane. L’avvocato ha criticato il frequente abuso, da parte della magistratura, dello strumento della custodia cautelare in carcere, misura spesso disposta in modo scellerato senza indagare la possibilità di ricorrere a misure cautelari alternative e ha rimarcato l’ingiustificata possibilità in fase di esecuzione della pena di ricorrere a misure alternative in presenza della recidiva. Ha, inoltre, parlato dei ritardi della giustizia, ritardi che talvolta impediscono ai detenuti di poter godere dei benefici ai quali hanno diritto. Tuttavia, l’avvocato Amato, ha sottolineato anche che negli ultimi tempi qualche passo avanti, per tutelare i diritti dei detenuti, lo si sta facendo: infatti, alla fine del 2012, è stata introdotta la ‘Carta dei diritti e dei doveri del detenuto’,  una sorta di vademecum dei prigionieri. Altri segnali importanti si sono visti anche a Canton Mombello: prima di Natale si è svolto un certo di musica classica ed uno di musica leggera, una palestra ha donato al carcere biciclette per lo spinning, ai detenuti è stata data la possibilità di fare joga. In totale accordo con Corleone, anche Amato auspica un intervento legislativo in materia. Non solo: auspica anche, facendosi portavoce delle Camere Penali, il ricorso a misure quali l’amnistia e l’indulto.

Volgendo uno sguardo alle istituzioni, va ricordato che, su proposta del Ministro della Giustizia Severino, il Governo Monti aveva proposto di ricorrere, in presenza di determinate fattispecie delittuose per le quali è prevista una pena detentiva inferiore a 4 anni, alla sospensione del processo per la messa alla prova: in altre parole, il processo viene sospeso, l’indagato viene affidato ai servizi sociali e se la prova si conclude con esito positivo si assiste all’estinzione del processo. Purtroppo, a causa dei tempi tecnici ai quali il Governo Monti era vincolato, tale istituto non è riuscito ad entrare in vigore.

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” recita il terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione italiana. I relatori hanno perciò rivolto un invito alla società civile per rivendicare la civiltà anche negli istituti di pena.