LIVEMMO – La Vecia dal Val e L’Omasì del zerlo per il Carnevale contadino

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Il Carnevale è l’espressione tipica dell’identità della comunità. Il Carnevale di Livemmo nelle sue maschere si ispira alla vita contadina, sinonimo di povertà e di esclusione sociale, è storia di abbandono, è immagine di un tempo passato che ormai non c’è più.

Il Gruppo folkloristico di Pertica Alta, con il patrocinio del Comune di Pertica Alta, propone il tradizionale Carnevale, con le sue tipiche maschere “La Vecia dal Val & L’Omasì del Zerlo”.

carnevale LivemmoSabato 2 febbraio, alle ore 19, si potrà assistere al ballo dei maschèr, mentre domenica 3 febbraio, alle ore 14:30, avrà inizio la sfilata delle maschere tipiche nella Piazza di Livemmo. Durante l’evento avverrà la rappresentazione di scene tipiche degli antichi mestieri locali e a tutti verranno offerti frittelle e vin brûlè a volontà.

Un alone di mistero avvolge la nascita del carnevale livemmese, le prime notizie frammentarie le troviamo all’inizio del ‘900 nelle cascine del luogo. Promotore nello sviluppo dell’avvenimento nella prima metà del secolo fu, soprattutto, Pietro Meschini, detto “el Manchen”, che amava circondarsi di amici nell’ampia casa colonica di sua proprietà. E se la comparsa della Vecia si perde nella notte dei tempi, l’Omasì risale agli anni 20-30, ben più recente è la figura del Doppio nato negli anni ’60. Si può dire che questa è la tipica raffigurazione di comunità formate da diversi strati sociali, che basavano la propria economia  sull’attività agro-silvopastorale, con scarsa dedizione all’artigianato. Le tre maschere principali portano in piazza la ribellione verso uno “status” generazionale, a classi sociali chiuse e povere prive di una prospettiva futura e condizioni servili di totale sottomissione come quella femminile.

Tale ultima circostanza è rappresentata dalla “Vècia del Val”, la vecchia con il cesto per il setaccio delle graminacee; la donna, attempata, quasi “massèra”, porta, comodamente seduto nel cesto, il suo “òmen”, il suo uomo. L’uomo privilegiato, la donna asservita; l’uno dedito alla vita sociale, l’altra relegata tra le pareti domestiche; il primo gestore del proprio patrimonio, la seconda dedita ai lavori dei campi. Si comprende quindi la “protesta” nei giorni carnevaleschi gestita dall’uomo, che si traveste da donna e che riconosce la contraddittorietà di questa vita. La maschera è costituita da due “individui”, una persona e un fantoccio? Oppure due persone? Lo spettatore è ingannato da questo ingegnoso sistema di composizione e di movimenti. Questa peculiarità riappare nelle altre due maschere, il “Doppio” gigante dal doppio volto e dalle scarpe (“sgalber”) doppie, uguali sia davanti che dietro, che con il suo ambiguo incedere evidenzia la contraddizione che è in ognuno, non permettendo di scoprire l’autentica sua natura, esso rappresenta lo smarrimento delle persone disorientate anni ’60 in seguito all’evoluzione economica e sociale.

La terza maschera è“l’Omasì dal Zérlo” (l’uomo dal gerlo), è di stretta origine contadina. Anche qui le due “maschere-individui” si compenetrano ponendo all’attenzione degli spettatori sempre l’amletico dubbio delle due figure d’uomo. Un contadino trasporta nel gerlo un altro contadino. Nelle antiche comunità agricole della montagna valsabbina, il contadino era chi lavorava la terra per produrre poche graminacee per uso familiare e discreta quantità di fieno che poi avrebbe venduto al contadino che possedeva la mandria, il mandriano o “malghés”, solitamente impossibilitato, causa il quotidiano accudire delle bestie, a produrre sufficienti quantità di foraggio. In base dell’annata abbondante o meno di fieno – con la conseguente oscillazione  del prezzo dello stesso – l’uno prevalere sull’altro, determinando anche la sudditanza tra i  due. L’uno, altero e autosufficiente nella passata  stagione, doveva piegarsi all’altro, inorgoglito dalla presente fortuna e naturalmente, nella carnevalesca finzione, il perdente annuale “trasportava” nella “gerla” il temporaneo vincitore. Lo zerlo non solo era il recipiente utilizzato per portare la vena (minerale di ferro), ma anche una unità di misura che equivaleva circa 156 chilogrammi. Inoltre nella tradizione metallurgica il val (vallo) era l’unità di misura del carbone di legna, che equivaleva a 26 chilogrammi.

Elementi da considerare visto che l’attività più significativa praticata nel medioevo a Livemmo era la lavorazione del ferro. Attorno a queste tre maschere pullulano una serie di personaggi della vita quotidiana: vecchiette e vecchietti, contadini, le vicende notturne delle persone le cosidette “Bianche”, il Dottore, le Suore molto irriverenti, Il Diavolo, l’Osèla-dur, il Prete, la Strega; donne e uomini  vestiti con abiti tipici della tradizione: scialli, panciotti, camicette in pizzo, mutandoni, mantelli, vecchi foulards. A questo Carnevale, simbolo della tradizione, viene affiancata la rievocazione di mestieri artigianali e manuali che stanno scomparendo.