BRESCIA – Ultimi giorni per la bellezza tra mito, magia e frammenti

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Sarà visitabile ancora per pochi giorni, fino al 31 gennaio 2013, “La bellezza tra mito magia frammenti”, mostra pittorica promossa dal Centro Studi Cultura Uomo Territorio che vede l’esposizione di tre artisti: Marco Furri, Lamberto Melina e Beppe Verani.

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Nato a Brescia, docente di Educazione Artistica, Marco Furri ha studiato all’Istituto d’Arte “Savoldo” di Brescia, dove è stato anche docente di “copia dal vero” e “storia dell’arte” e all’Istituto Statale d’Arte “Vittoria” di Trento ottenendo la maturità in Arte Applicata. Laureato presso il D.A.M.S. della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bologna, discutendo la tesi sul “Secondo futurismo di Fortunato Depero” con il prof. Renato Barilli, ha in seguito partecipato a numerose collettive ed organizzato varie personali (dal 1974 ad oggi più di trenta) con notevole successo.

Nelle personali al “Festival dei Due Mondi” di Spoleto (1991-1992-1993) ha ottenuto lusinghieri apprezzamenti dalla critica e dal pubblico. Sue opere sono in collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero e suoi sono i manifesti dei campionato europeo di judo dei 1980 e della manifestazione podistica internazionale ‘Vivi – città” del 1995. Sue anche le copertine dei testi di psicanalisi della dott.ssa Romana Caruso, “Mangiare l’amore”, edito nel 1997 da Franco Angeli in Milano e “Disabili e lavoro. Le opportunità giuridiche e gli strumenti applicativi a Brescia”, scritto dalla dott.ssa Patrizia Albertini e comparso nel 2003 a cura della Provincia di Brescia. Nel maggio del 2001 ha partecipato al concorso nazionale indetto dalla Arcidiocesi di Trento sulla figura di S. Vigilio; l’opera viene segnalata, pubblicata ed esposta al Museo Diocesano di Trento. Suoi sono i cicli pittorici murali eseguiti nelle sale consiliari dei comuni di Bondo, Condino e Spiazzo della provincia di Trento.

Introduciamo invece il Melina affidandoci alle parole del curatore della mostra, Alberto Zaina, che, dopo una breve ma intensa esperienza di insegnamento ha lavorato per  quasi trentacinque  anni nell’editoria scolastica quale redattore, inframmezzando anche attività sindacale a tempo pieno nel campo dell’informazione, come segretario provinciale  dei poligrafici e cartai, affiancando all’attività principale quella pubblicistica con collaborazione a quotidiani e settimanali. Diplomato in paleografia, diplomatica e archivistica presso la Scuola del Ministero dei Beni Culturali presso l’Archivio di Stato di Mantova, da oltre trent’anni egli si dedica alla critica d’arte contemporanea, organizzando mostre, coltiva studi storici e archivistici collaborando a studi, convegni, pubblicazioni.

«Nato in Piemonte, Lamberto Melina – scrive Zaina – risiede ora nel bresciano dopo molti anni vissuti a Milano, ma i suoi geni originano dal delta del Polesine. Un pittore della grande pianura del Po in senso trasversale, di fatto, ma anche artisticamente, se si risale al significato della Padanìa quale indicazione non solo etnica o geografica, ma soprattutto come un preciso territorio artistico-culturale individuato dallo storico Roberto Longhi all’inizio del  secolo scorso.

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Il grande critico valorizzò l’arte bresciana quale elemento più interessante della Lombardia artistica del Cinquecento, per quella adesione al “vero” che è una costante caratteristica dell’arte della Padanìa geografica, un iter che  procede dal Foppa ai tre grandi bresciani del XVI secolo, passando attraverso Caravaggio fino al Pitocchetto. Si può dire che, con una trasvolata di vari secoli Melina, pur senza cadere nel facile trabocchetto del citazionismo assume i valori del vero, trasportandoli nella sua pittura, un vero concreto, fatto però non solo di corpo, ma anche di una profonda e sottile finissima disamina dell’interiore profondo dell’uomo e della sua essenza. Un vero, che si sostanzia in splendore di forme, da cui traluce il respiro dello spirito  dei problemi del vivere.

Talento naturale, lontano per indole dall’indottrinamento accademico, nonostante la sua laurea in  filosofia estetica, si è dedicato all’arte tout-court attraverso un proprio percorso, lontano dai movimenti. I suoi esordi sono stati agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso dove la più importante personale si è tenuta a Brescia, alla Piccola Galleria Ucai (1992). Prosegue intensamente la sua attività fino al 1995. Si tratta di opere  ciclo, fatte di intensa,  meditata e profonda capacità di realizzate con grande sensibilità e virtuosismo tecnico e preziosità cromatiche, opere in cui emergono figure femminili in situazioni attingenti l’analisi psicologica, con chiari riferimenti psicanalitici e  apparentamenti con l’eleganza e l’ambiguità psicologico-erotica del secessionismo klimtiano. Poi  la sua attività artistica quasi si ferma. E’ il tempo in cui si dedica all’attività di art-director e designer. Riemerge come artista nel 2008 dopo un periodo di profonde riflessioni, interrotto solo rarissimamente da isolate presenze in pubblico in particolare con disegni in bianco e nero, ottenendo subito il riconoscimento della critica e del mercato (vincitore assoluto Premio Afrodite 2010, vincitore Premio Città di New York 2010).

Nel periodo di “latenza” si è dedicato allo sviluppo interiore di stilemi e dedicandosi alla fondazione teoretica dl proprio agire artistico, saggiando al contempo molteplici tecniche artistiche, dalla video arte alla computer art, che usa non come approdo, ma come mezzo tecnico di sperimentazione e scavo dell’immagine, lasciando poi alla sensibile mano e alla mente che la guida il compito di costruire le sue immagini sulla tela. A conclusione di questo percorso concettuale, che è stato focalizzato nell’intervista  concessa a Prometeo, ben conscio anche della teoretica che sta alla fonte dell’attuale malessere dell’arte – “il problema dell’arte contemporanea non è l’uso della tecnica, ma è la significanza che viene data all’atto” –  realizza la mostra “Vivida ombra” alla Torre Avogadro, di Lumezzane applicazione pratica a sé stesso del suo teorema filosofico-metaforico. Melina  procede dal vero, con un processo di destrutturazione della figura, immergendo le immagini in un’ombra assoluta dove perdono la loro realtà oggettuale, ri-emergendo come  “cose” (Res) e volti e corpi (Humana) fatti  di densità e di carezzevole, cruenta luce.

Una tecnica raffinatissima e davvero stupefacente, una capacità di dosare la luce nelle sue composizioni pressoché monocrome, quasi sempre un bianco e nero appena intinto nel raro colore. Cromìe di  leggere ciprie di luce colorata  che rendono  affascinanti le sue composizioni, così ricche di una qualità altissima, e però non ostentata, perché  sgorga da una meditatissima sedimentazione di leggere  pennellate o di fitti e delicati tocchi di matite a costruire figure ed oggetti di raffinatissima semplicità luminosa. Se Caravaggio usava una luce radente e tagliente per esaltare il vero e Rembrandt poneva nelle  figure una fonte irradiante di luce, Melina con il suo processo di lenta estrazione del bianco dalle profondità del nero,  costruisce figure e oggetti fatti di solida bellezza luminosa: “vivida ombra”, appunto, dove tenui e dosatissime colorazioni carezzano i neri profondi ed emergono nei filtri della luce.

Una capacità anche, di affondare andare a cercare radici  senza farsi attrarre dagli eccessi del vero o nella retorica di certe nature morte, la sostanza del vero “secentesco” diventa solo luce e ombra, e perde la pesantezza del dramma  per farsi essenzialità umana, sostanza “morale”  dove l’”idea” vien  esternata portandola dalla buia platonica caverna  per approdare alla luce e farsi sostanza pittorica. Così storie come quella di Magdala o Giuditta o Ermengarda,  si raccontano con la semplice figurazione di un “ritratto”  nella scena di  figura semplice accompagnata dall’allusiva presenza di un  simbolo,  o di una scarna ambientazione. Realizza una  felice fusione  tra essenzialità di figurazione  e semplici  allusività, così che il suo punto di partenza “quasi” secentesco approda  a una espressione modernamente propria, dove, se proprio si volesse ancora richiamare l’arte del passato ci stanno anche  adombramenti di  Neoclassicismo e il Secessionismo, ma depurati dall’eccessiva influenza della “statuaria neoclassica” o dall’ambiguità dei decadenti, come si può ammirare in Pandora, che pare quasi concludere un ciclo per aprirne un altro, ricco ancora di grandi risultati».

Terzo espositore della mostra sarà Beppe Verani, cremonese, per molti anni appassionato docente di Scuola Statale, dedica ora il suo tempo interamente alla pittura.

Beppe Verani
Beppe Verani

Egli ha partecipato alle più significative Rassegne Internazionali d’Arte, quali ARTEFIERA  Padova, MIART  Milano, ARTE FIERA Reggio Emilia, AERT JONCTION Nizza e GENT Belgio, oltre ai maggiori Concorsi Nazionali di Pittura Contemporanea, dove ha ottenuto importanti riconoscimenti. Verani è stato invitato nel 1999 a Casoli, Teramo, per la realizzazione di un murale nell’ambito della manifestazione “Casoli pinta”. Ha realizzato, nel 2003, il drappellone per il palio di Torrita di Siena. Alla sua produzione artistica si sono interessati numerosi critici d’arte ed il suo nome compare sui cataloghi d’Arte e sugli annuari più prestigiosi.

La mostra, sita presso la sala dei SS. Filippo e Giacomo, in via Battaglie 61 a Brescia, sarà visitabile dalle 15:30 alle 19:30.