Allarme lavoro: “Lo stato che fa? S’indigna e poi getta la spugna”

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Ne parlano i media, ne parlano i politici, ne parlano i giornali: quella che viene definita ‘disoccupazione giovanile’ prende sempre più le sembianze d’un toro che nessuno riesce a prendere per le corna. Non le istituzioni, che propongono da anni le stesse ‘ricette’ senza mai dare concretezza alle mille belle parole; non i sindacati, che sembrano preoccuparsi più degli ammortizzatori sociali che non del vero problema che affligge la nostra società; non le imprese, che è già tanto se riescono a chiudere i bilanci in positivo.

disoccupazioneEppure, il diritto al lavoro dovrebbe essere uno di quelli che si suole definire un diritto fondamentale dell’uomo, sul quale lo stato italiano risulta essere imperniato. Un valore fondante, così come si legge nell’articolo col quale si apre la nostra Carta Costituzionale: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. E i membri dell’assemblea costituente, nel lontano 1948, avevano avvertito l’esigenza di meglio specificare l’essenza di tale diritto: l’articolo 4 della Costituzione, infatti, non solo lo riconosce, ma prevede un ruolo attivo da parte dello Stato che dovrebbe ‘promuovere le condizioni’ che lo rendono effettivo. Il verbo al condizionale è d’obbligo, perché il dato normativo, in un periodo come quello attuale, finisce con l’essere un dato vuoto. In altre parole, quello al lavoro non è altro che un diritto inesistente.

La disoccupazione giovanile continua a crescere: i senza lavoro tra i 15 ed i 24 anni hanno superato il 37% della popolazione giovane, secondo quanto risulta dai dati Istat diffusi nei giorni scorsi. 641 mila ragazzi che, spesso dopo anni di sacrifici (la maggior parte di loro sono laureati) e tante aspettative, si vedono costretti a fare i conti con una realtà assai diversa da quella immaginata, quando sui banchi di scuola decidevano un indirizzo in base a quel che ‘da grandi’ avrebbero voluto fare. Non se la passano meglio neanche i meno giovani, visto che il tasso globale di disoccupazione è in costante crescita. Per non parlare poi dei cassintegrati, dei lavoratori dipendenti costretti ad indossare la veste della ‘partita Iva’ per lavorare, di coloro che possono contare solo su un contratto a chiamata o, peggio ancora, un contratto di lavoro a progetto (questi ultimi non possono nemmeno contare su un CCNL con minimi salariali, non hanno diritto al Tfr e così via).

Si sente dire che si tratta di una crisi europea, come se il mal comune provocasse il famoso ‘mezzo gaudio’. In realtà esistono anche Paesi virtuosi che, nonostante la crisi, vedono calare il tasso di disoccupazione. È il caso della Germania e del Regno Unito. E intanto, ormai da mesi, è partita la corsa verso gli ammortizzatori sociali, talmente tanti e talmente complessi da perderci la testa: disoccupazione ordinaria, disoccupazione con requisiti ridotti, disoccupazione agricola, prepensionamenti, cassa integrazione in deroga, cassa integrazione di solidarietà … e chi ne ha, più ne metta. Non si dimentichi però che il welfare comporta per lo Stato costi non trascurabili e che la gente di certo preferirebbe un lavoro ad un sussidio periodico, magari corrisposto con mesi di ritardo.

Si sente parlare ormai da troppo tempo di ‘riforma del lavoro’ e tra i molteplici aspetti che dovrebbero essere rivisti la signora Elsa Fornero ha pensato bene di dedicare la sua attenzione in via prioritaria al famoso articolo 18, rendendosi complice, in una certa misura, di centinaia di licenziamenti.

E pensare che il 1968 non è poi così lontano da noi: pensare che a quei tempi erano stati gli studenti a fare la differenza, pensare che a quei tempi c’è stato chi ha dato la vita per un ideale, per qualche diritto. Oggi, invece, la gente vive seduta tranquilla sulla poltrona della rassegnazione, dimenticandosi i propri diritti, i propri doveri e talvolta dimenticando anche la propria dignità.