MILANO – “L’ultima thule” di Francesco Guccini, già disco d’oro

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Lui, Francesco Guccini, il ‘chierico vagante’ e ‘bandito di strada’, il ‘non artista’, solo ‘piccolo bacelliere’ ha detto Addio, come nella canzone in cui confessa, forse timidamente, che a volte si vergogna di fare il suo mestiere. Nato nel 1940 fra i castagni dell’Appennino pistoiese, ha debuttato nel 1967 e si configura come uno degli esponenti di spicco della scuola dei cantautori italiani. I suoi testi sono vera poesia, denotando una tale familiarità con l’uso del verso da poterlo in un certo senso definire un ‘poeta contemporaneo’, anche se lui, di certo, non sarebbe d’accordo con tale affermazione. In fondo, confessa ne ‘L’avvelenata’: “Mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d’un cantante; giovane ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo e un cazzo in culo e accuse d’arrivismo, dubbi di qualunquismo son quello che mi resta”.

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Francesco Guccini agli esordi

Delle sue canzoni si sentono gli odori, si vedono i colori, si sentono i graffi del tempo che scorre e della nostalgia, si rivivono le gesta dei classici della storia e della letteratura, come Gulliver e Don Chisciotte, si assaporano le passioni che dall’infanzia, trascorsa nella sua amatissima Pavana fra i castagni dell’Appennino e fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia, lo hanno accompagnato fino a ‘L’ultima thule’, album uscito lo scorso 27 novembre.

Le registrazioni sono avvenute nel paese delle sue Radici, Pavana, nel mulino di Chicòn, il mulino dei nonni, per intessere poesie che sanno di vecchiaia, ma anche di infanzia, di esperienza, ma anche di ingenuità, come se tutta la sua storia musicale fosse legata da un unico filo conduttore che lo ha riportato alle sue radici, radici che in molte sue canzoni, da ‘Piccola città’ a ‘Incontro’, da ‘Eskimo’ a ‘Canzone delle osterie di fuori porta’, vengono descritte con quel tono nostalgico e con quell’arguzia intellettuale di chi il trascorrere del tempo lo conosce. E lo capisce. Non per niente ‘cantare il tempo andato’ è Il tema per eccellenza del cantautore. Parole che sanno anche di pane, di vino, di farina e di sudore. Ancora una volta, Guccini si è messo le ali per giocare con le parole a rimpiattino, per riempire un manifesto con cose e facce da raccontare, per rivestire esili vite e ripagare storie minime e talvolta ignobili. Canzoni fatte di fumo, che vestono la stoffa delle illusioni, nebbie, ricordi, pena profumo. “Son tutto questo le mie canzoni”, conclude il Maestro in ‘Una canzone’.

La scelta della location non è stata di certo casuale, ma è una metafora nella metafora: il mulino dei nonni per Guccini è un luogo simbolico, un posto importantissimo dove è cresciuto. I suoi testi sono dunque stati registrati tra lo scrosciare del ruscello che scorre a fianco, immerso nella natura. Un’atmosfera magica, insomma, al tempo stesso fonte di ispirazione, che di certo non si sarebbe potuta creare tra le quattro mura di uno studio.

Torna quindi un’alchimia di parole, poesia e musica, che riesce ancora una volta – eravamo certi che il Maestrone non ci avrebbe deluso – a descrivere il reale, un reale fatto di presente ma soprattutto di passato. Un groviglio di emozioni che si sono annidate nel Guccini d’oggi e in quello di allora. Come copertina dell’album un veliero fra i ghiacci polari, una foto scattata da Luca Bracali, fotografo e giornalista, durante i suoi viaggi. “Quando ho visto quella immagine – ha spiegato il cantautore modenese – mi sono detto che era lei”.

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Il nuovo album, ‘L’ultima thule’

Guccini che tempo fa cantava “ho tante storie ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto”, ha dichiarato che ‘L’ultima thule’, il suo 24esimo album sarà l’ultimo: non scriverà più canzoni, non terrà più concerti. Perché? Lo spiega proprio lui: “Scrivevo canzoni con facilità maggiore un tempo – ha confessato Guccini -. E’ molto probabile che non faccia più niente. Manca la voglia e l’entusiasmo”. Schietto e diretto come sempre, il cantautore ha dichiarato quindi di voler chiudere la sua straordinaria carriera. “Un po’ di cose sono state già dette e difficilmente si possono ripetere – puntualizza Guccini -. C’era facilità, allora non c’era giorno che non suonassi la chitarra, mentre ora non suono quasi più. E poi il mondo discografico sta sparendo, non ci sono più neanche i negozi di dischi. Ad una certa età si comincia anche ad essere spaventati dal mondo che ci circonda; si usano termini di un gergo che non conosco. Io sono nato nella prima metà del secolo scorso e tecnologicamente sono rimasto a quel secolo: sono ancora uno dei pochi esseri umani che non ha il telefonino (non solo, Guccini non ha mai preso neanche la patente di guida, n.d.r.). Non credo ci sarà un’ultima thule 2-la vendetta – ha detto con quella solita vena ironica che da sempre lo contraddistingue -. Preferisco scrivere, è molto più comodo, lo si può fare a casa, tranquilli”. Il Guccini cantautore va quindi in pensione, senza rimorsi nè rimpianti, ma del Guccini scrittore, molto probabilmente, sentiremo ancora parlare.

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Francesco Guccini

Il titolo dell’album riecheggia l’eco delle parole di Dante – un riferimento letterario non poteva di certo mancare nel gran finale –: l’ultima thule è l’ultima terra da esplorare (oppure la prima al di là del mondo conosciuto, visto che Guccini, pur criticando istituzioni, preti d’ogni credo, fedeli invasati, inferni e paradisi è un cattolico convinto che chiede a Dio di liberarci da morti innaturali, dagli imbecilli, dai poveri di spirito e dagli intolleranti, dai falsi intellettuali e dal cinismo di molti ) e richiama un mito antichissimo, giacché ‘thule’ fu citata per la prima volta nei diari di viaggio dell’esploratore greco Pitea, dove compariva come un’isola oltre la Gran Bretagna, dove il sole non tramonta mai e dove tutto è fuoco e ghiaccio. Si trattava probabilmente di un tratto della costa norvegese oppure delle isole Far Oer o Shetland. Il fascino della narrazione però era talmente forte da farla diventare presto leggendaria. L’espressione ‘ultima Thule’ fu usata perciò da Virgilio nelle ‘Georgiche’ e poi da Seneca per indicare una terra estrema, lontanissima, l’ultima prima della fine. Una metafora dunque per descrivere il suo viaggio nel mondo, senza dimenticarsi che ad ogni uomo, come recita Canzone di notte n.2, non resta altro che due metri di terreno.

Il suo nuovo album, con 30mila copie vendute in meno di un mese, è stato certificato disco d’oro ed è ancora presente nella top ten degli album più venduti. Un disco, dunque, che chiude 45 anni di carriera, 45 anni in cui Guccini è riuscito a narrare la sua storia di marinaio nel mondo che giungendo all’ultimo approdo stila un bilancio finale, guardando dritta in faccia l’esistenza e la sua fine.

Sono 8 le tracce contenute e tutte hanno una forte impronta letteraria, caratteristica in verità che segna tutto il suo repertorio, ma in questo album ancora di più, al punto che forse la definizione più pertinente della sua nuova opera è ‘letteratura cantata’, ritmata dal battito del suo cuore, della sua vita, della sua arte.

Si parte da ‘Canzone di notte n. 4’, un omaggio, dal sapore tutto pavanese, a quella parte del giorno che segue il vespero e spinge al bilancio della giornata e della vita, quando si spengono le luci e si accendono le domande sul passato e il senso di quello che è stato, lasciando solo interrogativi aperti.

Poi ‘L’ultima volta’, dove il tempo che passa trasforma in miele il fiele dei tempi andati coi loro rimpianti, i loro profumi, i loro odori.

‘Su in collina’, un pezzo gelido e graffiante di storia partigiana, amicizia e morte, pezzo che alcuni suoi fan hanno già sentito in precedenti concerti, mette in luce il Guccini politico, ma nel senso lato e genuino del termine, giacché si tratta una sorta di risposta poetica all’onda revisionista e mistificante degli ultimi anni.

In ‘Quel giorno d’Aprile’, invece, un’Italia antropomorfizzata canta e balla nel giorno della Liberazione e fa da sfondo alla storia di chi la abita e riparte piano piano.

‘Il testamento di un pagliaccio’, invece, racconta della morte di un clown, che rappresenta tutti coloro che si sono illusi e si illudono ancora di veder cambiata la nostra Italia, correndo il rischio di morire intossicati di sogni di democrazia. Il pagliaccio trova al suo funerale, come una beffa, il carosello di personaggi che hanno puntellato l’Italietta ammalata di Berlusconismo.

In ‘Notti’, ancora le notti come protagoniste di una ballata dolcissima.

‘Gli artisti’ narra il mondo di chi nasce normale, si imbatte nella vocazione della creatività e rischia di imporsela per tutta la vita, godendo della sua artificiale diversità.

‘L’ultima Thule’ è la canzone che dà il titolo all’album e che, al di là del mito nordico di questa terra estrema, è la metafora della vita e tutte le passioni che arriveranno a spegnersi là, nel ghiaccio della Fine, del freddo dell’oblio. E qui sembra di leggere quasi un testamento, ma la musica è incalzante e non lascia troppo campo alla malinconia, quanto piuttosto alla fierezza della propria esistenza, delle proprie battaglie quotidiane, tanto che non importa più interrogarsi sui risultati, perché quello che conta è aver vissuto interamente.

L’album, dunque, si configura come una pietra miliare della canzone d’autore italiana, come uno degli ultimi baluardi della cultura di questo paese sempre più alla deriva. Vi lasciamo con un singolo tratto dall’album, intitolato ‘L’ultima volta’: sì, l’ultima volta in cui il Maestrone s’è messo le ali per giocar con le parole:

4 Commenti

  1. Guccini cattolico convinto? Ma stiamo scherzando? Capisco che la Chiesa sia sempre più in difficoltà, ma spero che non provi ad appropriarsi dell’ opera del Maestrone in questo modo. E’ e rimane un agnostico come ha affermato più volte pubblicamente.

    • Gent.mo Francesco,
      in effetti Lei ha perfettamente ragione: Guccini si è sempre professato un agnostico. Definirlo ‘cattolico’ (forse avrei fatto meglio ad utilizzare l’aggettivo ‘credente’) è una mia personale interpretazione, forse non condivisibile. Tuttavia credo che da alcune sue canzoni possa evincersi (e anche da alcuni sui libri) il suo credere in qualcosa di divino. Mi riferisco, giusto per fare qualche esempio, a ‘Libera Nos Dominae’, ad alcuni versi di ‘Cyrano’, al suo libro ‘Non so che viso avesse’.
      Con l’occasione La ringrazio per la precisazione, senz’altro opprtuna, e La invito a continuare a leggerci!
      Speriamo che la Chisa non si appropri dell’opera del Maestrone.

      • Grazie per la controrisposta tempestiva!
        Gli capita di abbandonarsi con la mente a piaceri estemporanei, pensieri vagamente panteistici secondo i quali si avverte l’esigenza, per esempio, di poter rincontrare persone che se ne sono andate prima di noi (vedi finale di Amerigo) solo quando anche noi non ci saremo più. Cose che reputo comuni, oltre che a me personalmente, a una vastissima parte (per non dire la totalità) della razza umana. Tutto qua. Mi sembrava giusto e doveroso precisare. L’ultima sua frase mi conforta molto.
        Distinti saluti

        • Gent.mo Francesco,
          grazie a Lei per la precisazione e la piacevole conversazione. Quando poi si tratta di scrivere o discutere sul Maestro, poi, il piacere si triplica!
          Un cordiale saluto

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