BRESCIA – La Cgil fa il bilancio della crisi: da cinque anni senza futuro

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Siamo ormai arrivati al quinto anno di crisi e non si vedono uscite all’orizzonte. Una crisi, è bene ricordarlo, che non è solo economica, ma anche sociale, ambientale, di democrazia, di progetto di lungo respiro. Le soluzioni per uscire da una crisi di questa portata – si legge in una nota diffusa dalla Camera del Lavoro di Brescia – non sono facili, ma non è comprimendo salari, diritti e autonomia di pensiero dei lavoratori e delle lavoratrici che se ne viene fuori.

Chi ci ha portato in questa crisi ripropone però queste ricette. La logica che sta dietro gli ultimi accordi separati sulla produttività e dei metalmeccanici è questa: ridurre la libertà della contrattazione tra le parti, limitare la possibilità di avere proprie piattaforme sindacali, peggiorare le condizione di lavoro. Il tutto in nome della competizione globale: insomma il modello Marchionne (con gli effetti che abbiamo visto) esteso all’intero mercato del lavoro. In questo contesto – continua il comunicato – il tema della rappresentanza e della democrazia è di primaria importanza.

La certificazione degli iscritti, il voto senza vincoli e quote protette per il rinnovo delle Rsu e la possibilità di dare un giudizio sugli accordi sottoscritti non sono questioni sindacali, ma riguardano la democrazia. Gli spazi di partecipazione sono esigenza diffusa e necessaria: per uscire dalla crisi non esistono soluzioni tecnocratiche, men che meno autoritarie o, che è l’altra faccia, populistiche. In Italia aumentano povertà e disuguaglianza. A dirlo è l’ultimo bollettino di Bankitalia, nel quale si sottolinea che la metà più povera delle famiglie italiane detiene meno del 10 percento della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco possiede più del 45% della ricchezza complessiva del Paese.

Gli ultimi dati sulla cassa integrazione ci ricordano che gli effetti sull’occupazione sono pesanti: nel 2012, restando ai dati bresciani, le ore di disoccupazione sono cresciute rispetto allo scorso anno arrivando alla cifra record di 43 milioni di ore, che è come se 25mila lavoratori e lavoratrici non avessero mai lavorato. Dietro questi numeri e percentuali ci sono uomini e donne. Le migliaia di precari scomparsi ed espulsi dal lavoro, i cassintegrati, i pensionati costretti a redditi sempre più grami, i tanti giovani che nel mercato del lavoro non riescono nemmeno ad entrarvi o i tanti disoccupati che di anni ne hanno 45-50 e che, forse, un lavoro non lo troveranno nemmeno più.

Ci sono drammi personali e famigliari, fallimenti di progetto. Anche il 2013 sarà un anno difficile ma l’augurio è che almeno si provi a metter le basi per una svolta. Facendo partecipare, aumentando e non diminuendo gli spazi di democrazia e confronto. Vale in Europa, nel progetto di trasformazione delle istituzioni continentali, e vale per l’Italia. Il pensiero dei lavoratori e delle lavoratrici, dei cittadini e delle cittadine, non va temuto ma va valorizzato. Se saremo in grado di farlo – conclude la nota – sarà più facile individuare le intuizioni necessarie per uscire dalla crisi. Non basterà, certo, nessuno vuole banalizzare la gravità di una crisi che vuole risposte adeguate in termini di innovazione, ricerca, sperimentazione, attenzione alla sostenibilità sociale, economica e ambientale. Ma, proprio per questo, la necessità di prestare maggiore ascolto e di aumentare gli spazi di partecipazione è un dovere.