LUMEZZANE – La storia di don Pierluigi Murgioni nel libro di Palini

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Domani, martedì 18 dicembre alle ore 20,30, nell’auditorium della residenza “Le Rondini” sarà presentato il libro di Anselmo Palini “Pierluigi. Murgioni. Dalla mia cella posso vedere il mare” (editrice Ave, 2012, 288 pag., 14 euro). L’iniziativa è organizzata dall’associazione di cultura politica “Centotrentanove” con il patrocinio del Comune di Lumezzane e con l’Azione Cattolica valgobbina. Ci saranno don Saverio Mori, lumezzanese, compagno di seminario, missione e anche di prigionia per alcuni giorni di don Murgioni, il fratello Pino, l’autore Anselmo Palini e il presidente dell’associazione Silvano Corli.

don Pierluigi Murgioni con i genitori in Uruguay

La vicenda di Pierluigi Murgioni ha importanti agganci con la Valtrompia e la Valgobbia in quanto una delle persone che più gli è stata vicina, negli anni di prigionia, è stato don Saverio Mori, lumezzanese, attuale sacerdote collaboratore nell’Unità Pastorale di Santa Maria del Giogo, che comprende le parrocchie di San Giovanni, Polaveno, Gombio e Brione. Al termine degli studi liceali, don Murgioni e don Saverio Mori decisero, con l’accordo dei loro superiori, di prepararsi per essere missionari in America latina. Così frequentarono la teologia a Verona, dove c’era un “Seminario per l’America latina”. Don Saverio e don Murgioni sono legati al nostro territorio anche perché vennero ordinati diaconi a Lumezzane Pieve l’11 settembre 1965 da mons. Roberto Caceres, il vescovo uruguayano che poi li accoglierà nella propria diocesi di Melo.

L’anno successivo, il 3 luglio, vennero ordinati sacerdoti a Roma da Paolo VI. Dopo un anno di preparazione in Spagna, si avviarono per l’Uruguay, il paese che era stato indicato per la loro attività missionaria. L’Uruguay allora attraversava un periodo di grave crisi economica e sociale, con i militari sempre più padroni della situazione. Dopo l’arresto di don Murgioni, anche don Saverio venne fermato e detenuto in carcere per tre giorni, durante i quali è stato sottoposto a pesanti maltrattamenti e anche ad una finta fucilazione. Invitato da più parti a lasciare l’Uruguay, decise invece di restare per poter garantire ogni quindici giorni una visita in carcere a don Murgioni. Fu così il principale punto di riferimento in Uruguay per quanti, anche da Brescia, cercarono di operare per la liberazione di don Murgioni.

Il Concilio Vaticano II e la Conferenza di Medellin, la teologia della liberazione e le comunità di base, la scelta dei poveri e la denuncia delle ingiustizie strutturali, la testimonianza evangelica e la persecuzione: tutto questo troviamo nella vicenda del bresciano Pierluigi Murgioni. Arrestato e sottoposto a inaudite torture, venne rinchiuso in carcere per oltre cinque anni, dal maggio 1972 all’ottobre 1977, per la sola colpa di avere proposto con la parola e con l’esempio il messaggio evangelico di pace e di giustizia. Ma in un Paese, come l’Uruguay, retto da una dittatura militare, predicare il Vangelo significava essere considerato un pericoloso sovversivo. Per un certo periodo nel carcere di Punta Carretas è stato detenuto nello stesso piano in cui era rinchiuso anche l’attuale Presidente dell’Uruguay, José Mujica (che si fece oltre tredici anni di prigione). Don Pierluigi venne poi rilasciato ed espulso dal Paese grazie all’interessamento della Santa Sede e del Pontefice in persona, Paolo VI, del Governo Italiano e della Chiesa bresciana.

don Graziotti, don Murgioni e don Saverio

Nonostante i terribili anni trascorsi in prigionia, don Murgioni tornò in Italia ancora più convinto del fatto che quella del Vangelo e della nonviolenza fosse l’unica strada da percorrere. Rientrato in diocesi di Brescia, don Murgioni fu curato a San Faustino, in città, poi a Ghedi, e infine parroco di Gaino e Cecina, due piccoli paesi vicini a Toscolano Maderno. Mentre è parroco sul Garda, gli viene chiesto di curare la traduzione in italiano del Diario degli ultimi tre anni di vita di Oscar Romero (Diario che uscirà per l’editrice Meridiana di Bari, con la prefazione di mons. Luigi Bettazzi e la postfazione di padre David Maria Turoldo). Nel 1992 vi sono le prime avvisaglie di problemi di salute e la situazione poi precipita velocemente. Tutto ciò è probabilmente la conseguenza di una lenta degenerazione degli organi più martoriati dalle torture subite nelle carceri uruguayane di  Punta Carretas e di Libertad.

Muore a soli 51 anni il 2 novembre 1993 a Gaino, dove è sepolto. La Chiesa bresciana è stata direttamente coinvolta nella vicenda di don Pierluigi Murgioni: da mons. Renato Monolo a mons. Gianni Capra  e al vescovo mons. Luigi Morstabilini, che lo visitarono in carcere e sempre lo sostennero e gli furono vicini; dai compagni di missione di don Murgioni, come il lumezzanese don Saverio Mori, don Renato Soregaroli e don Claudio Delpero ai suoi compagni di classe in seminario e ai tanti altri sacerdoti e laici bresciani che non fecero mancare il loro sostegno a don Pierluigi durante i terribili e lunghi anni di prigionia.

La Santa Sede e il Governo italiano si attivarono per la liberazione di don Murgioni: Paolo VI, colui che aveva ordinato sacerdote don Pierluigi, intervenne personalmente con il Ministro degli esteri dell’Uruguay per sollecitare la liberazione del sacerdote bresciano; lo stesso fece anche Aldo Moro, su sollecitazione del parlamentare bresciano Franco Salvi. Soprattutto la vicenda di don Murgioni pone alcuni interrogativi: come annunciare il Vangelo di pace e di giustizia in una realtà di profonde e radicali disuguaglianze sociali? Come porsi di fronte ad un potere politico brutale e violento? Come difendere i diritti della povera gente? Come, insomma, essere Chiesa profetica e non Chiesa muta e disincarnata in un contesto di dittatura militare? Ha scritto mons. Domenico Sigalini, compagno di seminario di don Murgioni: «Don Pierluigi nella sua vita non è andato avanti a caso, non ha camminato senza meta, ma si è fatto missionario, cioè ha abbandonato le sicurezze, si è trovato compagno di viaggio, ha fissato lo sguardo su un obiettivo, ha scelto l’essenziale e ha rischiato. Un missionario destabilizza le certezze che lo tengono legato a ciò che è già sicuro e conquistato, ma comodo e inutile, e riesce a fare un percorso senza rete di protezione, una scalata in free climbing, perché non ha nessuna certezza se non nella provvidenza di Dio».