Le dimissioni di Monti che ora “si sente più libero”. Anche noi, ma fino a quando?

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Le dimissioni annunciate da Mario Monti, che dovrebbero concretizzarsi dopo l’approvazione della legge di stabilità, sono un atto che – a parer mio – ridanno un po’ di dignità ad un personaggio che le dimissioni avrebbe dovuto darle molto prima, quando si era accorto che la sua maggioranza non aveva alcuna intenzione di lasciare che facesse tutte le riforme tante volte annunciate e mai concretamente andate in porto.

Non ci mancherà, il grande professore atteso ad una sfida difficilissima, il quale l’ha risolta a suon di tasse. Cosa che – francamente – qualsiasi onesto ragioniere avrebbe potuto fare senza grande difficoltà: bastava che i partiti che hanno votato fino a ieri i provvedimenti di Monti votassero gli stessi provvedimenti di quell’onesto ragioniere.

Certo, mi rendo conto che la comunità internazionale non avrebbe dato all’onesto ragioniere lo stesso appoggio che ha dato a Monti, ma questo è un altro discorso.

Bravo anche nel non lasciarsi mettere sulla graticola dal Pdl che nei mesi mancanti alla fine della legislatura l’avrebbe cotto a fuoco lento rimpallandosi poi – in campagna elettorale – le responsabilità.

Ora che cosa succederà? Il preside si candiderà o attenderà l’esito quasi scontato della tornata elettorale per ottenere un nuovo mandato, sostenuto da una maggioranza di centrosinistra disposta a far entrare nel governo anche qualche politico?

Vedremo. La situazione è complicata anche dalla prossima scadenza del settennato di Napolitano. E se Monti, la cui candidatura potrebbe essere caldeggiata da ambienti internazionali, pensasse al Quirinale?

E se qualcuno stesse invece pensando a lui premier e Prodi al Quirinale? Azzardo un nome per quel fine pensatore: Napolitano?

Magari qualcuno spaccerà il tutto come il “nuovo che avanza”, con Pierferdy e Gianfry sulle poltrone presidenziali di Camera e Senato.

Attenti italiani. Potrebbero non essere elucubrazione di un povero giornalista di periferia.