Nuovi pensieri (mal)destri. Si parla di lavoro e Costituzione

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Proponiamo i nuovi pensieri (mal)destri (ormai possiamo definirla così questa rubrica) di Alfredo Pasotti, giornalista lumezzanese e consulente d’azienda che analizza la situazione politica ed economica nazionale. Tanti spunti per approfondire e farsi una coscienza critica sul nostro Paese.

Nuova fenomenologia del kolkoz

Il primo è un delizioso cammeo veteromarxista che Luciano Gallino ci offre in La strada da seguire per creare più lavoro, su La Repubblica, 3 novembre 2012. Un delirio fantapolitico che credo possa suscitare soprattutto tenerezza. Ecco qualche estratto: “… il governo non pare avere alcuna idea per creare d’urgenza un congruo numero di posti di lavoro”. Ma “sotto il profilo economico, quasi tre milioni di disoccupati comportano una riduzione del PIL potenziale dell’ordine di 70-80 miliardi l’anno”, senza contare le ricadute sotto l’aspetto umano, sociale e politico. Bene. La soluzione? Ho fatto riferimento altre volte all’idea che sia lo Stato a creare direttamente occupazione, in merito alla quale esistono solidi studi”. Si tratta di “schemi di ‘garanzia di un posto di lavoro’ (job guarantee, JG)”. Vediamo allora di che si tratta. “Coloro che elaborano simili schemi sono economisti e giuristi americani, australiani, canadesi, argentini, indiani”, e “l’attuazione di uno schema di JG richiede un’agenzia centrale che stabilisce le regole di assunzione e i livelli di retribuzione, e un gran numero di imprese (o centri di servizio o cooperative) a livello locale che assumono, al caso addestrano e impiegano direttamente i lavoratori, oppure li assegnano a imprese locali in progetti di immediata e rilevante utilità collettiva.

Dando la preferenza a settori ad alta intensità di lavoro e bassa intensità di capitale, dai beni culturali ai servizi alla persona, dal recupero di edifici e centri storici alla ristrutturazione di scuole e ospedali”. Quali le ricadute per il Paese? Un gravissimo problema sociale in meno e un qualche problemino di bilancio in più, perché “trovare le risorse per finanziare simili schemi è una questione complicata, nondimeno vari studi attestano che non è impossibile risolverla”. Nessuno che non viva nel Paese dei Balocchi del veteromarxismo in cui è stato redatto l’articolo in questione, prenderebbe sul serio l’idea. Immaginare che uno Stato come quello che ci tocca – cioè inefficiente, corrotto, iperburocratizzato e saccheggiato dai potentati politici – possa risolvere il problema della disoccupazione attraverso un’agenzia e un esercito di imprese appassionatamente dedicate ai beni culturali e ai servizi alla persona, è drammaticamente risibile. Lo segnalo perché il messaggio subliminale che viene veicolato è che:

1) la salvezza viene dallo Stato, non dalla voglia di fare, dallo spirito di sacrificio, dall’inventiva, dalla capacità, dal confronto con gli altri, ecc.;

2) il lavoro non deve creare ricchezza da distribuire, ma occupare le giornate per distribuire un tozzo di pane a tutti: e se ciò comporta un costo per lo Stato, fa semplicemente parte del gioco;

3) il problema non è mai la disponibilità risorse (male che vada, c’è sempre la lotta all’evasione), ma come impiegarle.

Abbandonando ora il Regno di Fantàsia e tornando alla nostra Italia del 2012, basterebbe ricordare agli abitanti del Paese delle Meraviglie che lo Stato ha a suo carico 94 miliardi di euro di fatture non saldate alle imprese e un miliardo di debiti pregressi. La butto lì: pagare i debiti già contratti prima di contrane altri, non sarebbe già una robusta mano a risolvere il problema della disoccupazione?

Lobotomia della diversità

Altra perla. Questa volta del filosofo americano Michael Walzer. E una conferma: essere americani ed essere filosofi sono percorsi inesorabilmente alternativi. Ecco cosa si legge in Guida a sinistra. Ora e sempre uguaglianza, in La Repubblica, 17 novembre 2012: “Se la mia vita e il mio lavoro sono stati segnati da una passione politica, questa è l’egualitarismo. (…) Sono insofferente verso le pretese elitarie ovunque si manifestino”. Fin qui, nulla di male. Ci sono perversioni moralmente anche più vergognose. “La disuguaglianza è una caratteristica essenziale delle società capitaliste? Si. Ma a ben vedere è stata prodotta da molti sistemi politici ed economici diversi, non solo dal capitalismo. La società feudale era gerarchica, e così pure quella romana, quella dell’antica Grecia e quella cinese”. Evidentemente il nostro non è nemmeno sfiorato dal sospetto che, se da Hammurabi a Xi Jinping, la gerarchia, diversitào differenziazione è stata una presenza costante in ogni forma di vita aggregativa della specie uomo, forse, è perché è strutturalmente collegata alla vita sociale e che, forse, senza di essa la vita sociale non sarebbe nemmeno possibile… “Non ho una teoria completa sulla natura umana, ma sono convinto che vi sia una sorta di desiderio ricorrente di differenziazione: per questo la difesa dell’uguaglianza è l’eterna missione della sinistra”. Altrettanto evidentemente, la differenza non è ricchezza (come ci ricorda costantemente Nichi Vendola), ma una detestabile patologia, una sorta di febbre terzana che ricorre periodicamente e che la sinistra invece, ad avviso di Walzer, è chiamata a denunciare e a combattere.

Per esempio, lobotomizzando i Mozart, gli Einstein e i Leonardo. “Nel XIX secolo, lo Stato-nazione garantiva uno spazio di contestazione politica e la socialdemocrazia era una forza politica attiva in molti Paesi. Dov’è tale spazio nelle società globale? Deve esserci, così come deve esserci un modo per sviluppare una socialdemocrazia internazionale in grado di contrastare il capitalismo globale, proprio come la socialdemocrazia del XIX e del XX secolo mise in discussione il capitalismo nazionale”. Ah, la socialdemocrazia! La socialdemocrazia nasce ufficialmente alla fine dell’Ottocento con Eduard Bernstein che rompe definitivamente col marxismo proprio sulla questione se porsi come alternativa al capitalismo o operare all’interno della società capitalista (senza più metterla quindi in discussione) con un programma riformista. La stessa cosa fu ribadita in sede politica, per esempio, nel 1959, a Bad Godesberg, dal Partito Socialdemocratico Tedesco… Prima di concludere che Walzer sia pessimo filosofo della storia, pessimo filosofo della natura umana e pessimo filosofo della politica, va, detto per completezza e a sua parziale discolpa, che utilizza il concetto di uguaglianza come sinonimo di giustizia. Perseguire la giustizia, quindi, è perseguire l’uguaglianza. Ma se giustizia è unicuique suum reddere (dare a ciascuno il suo), mi chiedo come faccia a coincidere con uguaglianza, che invece è unicuique idem reddere (dare a ciascuno la stessa cosa). C’è solo da sperare che la scelta dei passi riportati da La Repubblica abbia reso un pessimo servizio a Michael Walzer. Altrimenti sarebbe anche un pessimo filosofo del linguaggio.

Cortocircuiti costituzionali

Per una stagione costituzionale: questo il titolo del convegno del Movimento Libertà e Giustizia, indetto per sabato 24 novembre a Milano, al quale prenderanno parte Gustavo Zagrebelski, Sandra Bonsanti, Umberto Eco, Roberto Saviano, Paul Ginsborg, Gad Lerner, Lirio Abbate, Don Virgilio Colmegna, Nando Dalla Chiesa, Roberto Natale, Tindaro Granata, Lorenza Carlassare, Simona Peverelli, Maurizio Landini, Gianni Barbacetto, Salvatore Settis ed Elisabetta Rubinui. Il tema del convegno mi pare sostanzialmente come uscire dalla gravissima impasse politica che ci sta mandando a fondo. Il giurista e già giudice costituzionale Gustavo Zagrebelsky ne scrive il manifesto (si veda su www.libertaegiustizia.it). Si parte da tre idee-fatti: la prima è quella della casta, causa e beneficiario di ogni pubblica nefandezza; la seconda è il possesso e l’uso strumentale delle istituzioni da parte di che ne dovrebbe al servizio pro tempore, cioè ancora la casta; la terza, sembra di capire, è un diffuso senso di rassegnazione per l’odiosità della politica di chi la pratica, il quale potrebbe spianare la strada a una figura in grado di rimettere a posto le cose, secondo uno schema già collaudato della storia italiana. Quindi, ancora la casta.

La soluzione: non una stagione costituente, cioè una stagione di cambiamenti costituzionali, pare di capire, ma una stagione costituzionale, cioè di ritorno convinto alla Costituzione così com’è. Perché? Perché, afferma Zagrebelsky, “le difficoltà in cui ci troviamo non derivano dalla Costituzione, ma dall’ignoranza, dal maltrattamento, dall’abuso, talora dalla violazione che di essa si sono fatti”. Qualche riflessione:

1) Le nefandezze perpetrate ai danni della Costituzione sono totalmente imputabili alla nefandezza di chi le ha perpetrate? Se sì, la soluzione non è né politica né legislativa, perchè giustamente lo stesso Zagrebelski osserva che “prima di cambiare le leggi, occorre cambiare se stessi e, per cambiare se stessi, non occorre alcuna legge”. Soprattutto ci sono tempi lunghi e nessuna certezza della buona riuscita. Allora a cosa serve l’auspicata nuova stagione costituzionale?

2) Le nefandezze perpetrate ai danni della Costituzione non sono totalmente imputabili ai pessimi politici che abbiamo avuto. Quindi, la Costituzione non è quel monumento di bellezza e coerenza giuridica che si presume in grado di giustificare l’auspicata nuova stagione costituzionale. Una sola ragione fra molte?

3) Ho contato nel testo costituzionale circa 85 rimandi a leggi dello Stato (senza contare i rimandi a leggi costituzionali e regionali). Ciò significa che gran parte degli articoli della Costituzione enunciano un principio la cui attuazione è demandata a leggi ordinarie. Ovviamente senza attuazione il principio enunciato non ha nessun valore. Ora, chi fa le leggi ordinarie? Il Parlamento. Da chi è fatto il Parlamento? Deputati e Senatori. E chi sono i Deputati e i Senatori? La casta. Conclusione: la Costituzione, per disposizione costituzionale, non per l’indegnità dei politici, è in mano alla casta. La stagione costituzionale di Zagrebelsky sarebbe quindi un ribadire la necessita e il primato della casta. Per disposizione e secondo lo spirito (e la lettera) della stessa Costituzione.

 

di Alfredo Pasotti

a.pasotti@alphacon.biz