Pensiero maldestro: confessioni di un italiano

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Se guardo a quel centrodestra, dal quale fino al 2008 avevo sperato – e, come me, credo anche la maggioranza di chi lo ha votato per lunghi anni – una riforma strutturale dello Stato in senso liberale, non posso che auspicarne la rapida e irreversibile dissoluzione, senza la minima incertezza e senza il minimo rimpianto. Il sentimento che mi domina in questo momento, non è un pessimismo cosmico alla Giacomo Leopardi, per la situazione della politica in Italia. E’ invece una rabbia cosmica verso questo centrodestra e verso chi ne è stato l’anima.

Una rabbia cosmica per la delusione atroce con cui ha ripagato la fiducia di molti, moltissimi come me. Rabbia cosmica, per quello che a Silvio Berlusconi non ha fatto, ma anche per quello che gli ho perdonato, con la speranza di vedere finalmente ristabilito quel minimo di buon senso nella gestione della cosa pubblica, distrutto dalla sconsideratezza e incompetenza della nostra politica. Gliel’ho perdonato anche nel 2008, perché, ripeto, speravo ancora in un cambiamento strutturale, che i numeri usciti dalle urne rendevano assolutamente possibile. Così, in questi lunghi anni di berlusconismo, gli ho perdonato la priorità immancabilmente data ai suoi personali interessi aziendali e giudiziari, una sostanziale impresentabilità umana ed etica (il mio modello di uomo politico è Alcide De Gasperi), le bagasce e i banditi di cui si è sempre circondato, la sua convinzione che, se il suo paese delle meraviglie politico – il suo sogno – stentava a prendere corpo, era sempre per colpa di qualcun altro (giudici, comunisti, De Benedetti, la Spectre, la Regina di Picche o il Dottor Stranamore).

Gli ho perdonato l’alleanza con una Lega che, forte delle istanze profonde del Nord, è diventata una banale satrapia attenta a come vendere alle sue tifoserie la propria incapacità di portare avanti quelle istanze. Gli ho perdonato l’odore di mafia che circonda sempre, fin dai tempi del più esecrabile andreottismo, chi comanda nelle regioni a rischio, perché le mafie non sono né per la destra né per la sinistra, ma sono sempre per chi comanda, perché è con chi comanda che si fanno gli affari. Gli ho perdonato quel continuo assecondare le spinte di origine intestinale – quelle della cosiddetta pancia del Paese (o vaginale, quando erano le sue amazzoni a solleticarlo) – nell’affrontare problemi ed emergenze. Tutto questo perché contra spem speravi, perché ho sperato contro ogni speranza che la Storia operasse quello che era urgente e necessario, anche se lo strumento era quel che era. Non è stato così e non poteva essere così. Abbiamo passato anni, legislature, dominati da una politica in perfetto stile Compagnia del Bagaglino. Una politica che ha fatto arrivare voti, tanti. Tantissimi. Addirittura un’enormità nel 2008.

Ma è la stessa politica che portato l’Italia alla catastrofe di questi giorni e lui, Silvio Berlusconi, presentatosi e offertosi sul mercato della politica come amministratore unico della Nuova Italia, ha portato la vecchia Italia dove ce la troviamo oggi. Lui solo, non il Governo Monti, non i giudici, o i comunisti, o De Benedetti, e nemmeno la Spectre, la Regina di Picche o il Dottor Stranamore. Perchè nessun amministratore delegato viene cacciato se riporta e mantiene in ordine i conti dell’azienda che gestisce. E nessun amministratore delegato può giustificare i conti che non tornano accusando qualcun altro. La conferenza stampa di sabato scorso, quella della ridiscesina in campo di Silvio Berlusconi, ha rafforzato (e non poco) la mia rabbia.

LA CONFERENZA STAMPA DI SILVIO BERLUSCONI A VILLA GERNETTO (MB)

 

Con quello che sta succedendo e con queste premesse, ci siamo sentiti dire che la vera priorità per l’Italia non sono le aziende che chiudono, i disoccupati che crescono, le nefandezze della politica, no. La vera priorità dell’Italia è il problema della giustizia. Da elettore del Pdl, per quanto dotato solo del minimo sindacale di intelligenza, mi sono davvero sentito trattato da idiota. Stesso rispetto per l’intelligenza altrui, ha manifestato quando ha censurato il Governo Monti, come se fino a un anno fa – e per otto degli ultimi dieci anni – il presidente del Consiglio non fosse stato lui. Non spasimo per il Governo Monti e non sono in grado di dire se sta facendo bene o male. Ma sono perfettamente in grado di capire quando qualcuno fa finta di niente e immagina che nessuno se ne accorga. E quando, scagliandosi contro l’Europa, come un qualunque Fidel Castro dei bei tempi, ha evocato il solito complotto – questa volta era l’egoismo della Germania – ai danni dell’Italia, ho scoperto di vivere su un altro pianeta, perché credevo che la catastrofe dell’Italia fosse il dissesto dello Stato, la voracità sciagurata e incompetente della politica, la pesantezza insostenibile della burocrazia.

Così, le sue idee riguardo all’euro, alla BCE e alla opportunità di stampare cartamoneta, per arrivare alla necessità di sommare il PIL sommerso al PIL emerso – idee mutuate dal gioco del Monopoli – sono state solo una ulteriore conferma di quale conto faccia dell’intelligenza di chi lo ha votato. E se poi – come parrebbe – la soluzione è quella di un nuovo carro di Tespi, presidiato da una guardia di pretoriani-femmina, accompagnato da una corte di eunuchi, e preceduto da falangi armate capeggiate uccelli predatori, non possiamo che mestamente attendere il regno millenario della sinistra – la quale, senza Berlusconi, sarebbe già svaporata da molto tempo. Cosa può sperare, allora, chi, come me, ha passato anni a perdonare Berlusconi solo per ricevere in cambio il disastro che ben conosciamo? Prima di tutto, cosa non è possibile sperare. Intanto, non è possibile sperare che la sinistra, verosimilmente trionfante nell’immediato futuro, sia in grado di portare avanti quella riforma strutturale dello Stato nel senso autenticamente liberale, che da decenni quelli come me stanno aspettando. Se Nichi Vendola con il suo pauperismo trendy e Susanna Camusso con il suo operaismo nostalgico, continuano a essere maîtres à penser di questa sinistra, non può esserci dubbio in proposito.

Non si può inoltre sperare nei movimenti alla Grillo che si presentano come espressione del malessere del Paese reale. Il problema non è esprimere il malessere del Paese reale attraverso l’elezione di uomini probi. Il problema è governarlo, governarlo con rigore, buon senso e sobrietà. Del resto, non si può dimenticare che anche il Nazionalsocialismo di Adolf Hitler, negli anni Venti e Trenta del Novecento, era stato perfetta espressione del malessere della Germania reale dell’epoca. Infine, non si può sperare che questa politica possa riformare se stessa. Certamente non in profondità e anzi, a dire il vero, non credo nemmeno in superficie. Né si può sperare che abbia l’intelligenza di favorire un ricambio al proprio interno. Del resto, si tratta di una contraddizione logica, prima ancora che politica: uno non voterà mai la propria soppressione.

E allora cosa sperare? Si può sperare in una soluzione di continuità netta, decisa e irreversibile con questa Italia di cui non ne possiamo più? Una volta si sarebbe forse potuto sperare nell’idea un po’ inquietante di secessione. Dico una volta, perchè, stranamente e incomprensibilmente, questa parola è sparita dalla circolazione. Ed è sparita proprio nel momento in cui, con un minimo di intelligenza politica, potrebbe forse essere spesa con efficacia risolutiva. Ma non è per senso di responsabilità o per rispetto alla integrità dello Stato, che la Lega ha improvvisamente dimenticato la secessione. Più banalmente, c’è di nuovo aria di patto d’acciaio con Berlusconi, così da tornare a giocare a Monopoli sulla nave che affonda. Forse allora si può sperare in una sempre più ampia eterodeterminazione da parte dell’Europa. Devo dire che se devo scegliere fra diventare protettorato tedesco e un modello Sicilia, non ho dubbi: consegnamo subito e solennemente le chiavi di Palazzo Chigi all’egoismo di Angela Merkel.

Sono certo che lei – solo per dirne una – saprà usare quella gallina dalle uova d’oro che è la Lombardia, in modo meno stupido di quanto sta facendo la politica nostrana, la quale invece è affannosamente impegnata a inseguirla per tirarle il collo. O forse si deve sperare in un presidente della Repubblica – quello che l’anno prossimo si dovrà eleggere – che sia davvero lo statista di cui abbiamo così disperatamente bisogno, per uscire dalla insanabile contraddizione di una politica irriformabile. Uno statista con adeguati attributi personali, giuridici e politici, che abbia la forza di non farsi condizionare – con intelligenza – del voto degli italiani, perché purtroppo questa politica mette gli italiani in condizione di scegliere solo fra cappio e mannaia, cioè fra i Fiorito, le Minetti, i Trota e i Berlusconi, da una parte, e dall’altra i Vendola, le Bindi, i Franceschini, i D’Alema. Come ne usciremo? Con le ossa rotte comunque. L’unico, magrissimo conforto, sta forse nella speranza che, al momento opportuno troveremo la forma più opportuna per ringraziare adeguatamente tutti quelli che ci hanno portato a questo punto. Amen.

 

di Alfredo Pasotti

alfredo.pasotti@phormalab.it