Popolo, senso della nazione e politica. Cosa succede in Italia?

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Come gli ultimi pensieri sinistri(ssimi) che ci sono arrivati e che potete leggere per avere una visione generale sulla società contemporanea, italiana e internazionale, il giornalista, scrittore valgobbino e consulente d’azienda Alfredo Pasotti stavolta tocca l’aspetto filosofico e pratico dell’essere popolo e nazione e come le due cose possano essere collegate. Poi affronta la politica per esaminare lo scenario attuale in cui il cittadino medio sembra aver perso la fiducia.

Fantastoria del Popolo

In un articolo mirabile per la convinta applicazione del principio hegeliano desto schlimmer für die Ta-tsachen – tanto peggio per i fatti – Alberto Asor Rosa ricostruisce (narra, direbbero Nicki Vendola e Rober-to Saviano) le cause per cui in Italia siamo giunti al degrado osceno di questi giorni. E lo fa esaminando cosa sia successo all’idea di popolo in Italia nei de-cenni del dopoguerra, proponendosi di dimostrare come “… degrado, deperimento dei valori e corru-zione (…) affondino le radici in un vero e proprio spappolamento socio-economico del popolo italiano”. Asor Rosa comincia col far notare che “è endemica l’assenza di compattezza e di consapevolezza da parte del popolo italiano”, ma nonostante questo – e con una certa disinvoltura dialettica – si può parlare di una storia del venir meno di questa compattezza-consapevolezza.

E prosegue: “Fra la Liberazione e, grosso modo, gli anni ’70 ha sopperito [a quella assenza di compattez-za-consapevolezza] l’azione dei grandi partiti di mas-sa ( …). Quando tale azione è venuta meno, è comin-ciata l’opera di sfarinamento, su di un soggetto in partenza assai debole”. Così “all’inizio del degrado ci sono la crisi della poli-tica e la catastrofe dei partiti di massa fra gli anni ’80 e i ’90. Le ha aperto la strada, e proprio nello specifi-co senso che stiamo usando, la precorritrice, deva-stante avventura craxiana”. Conclusione: “In un paese come il nostro dove le peuple non è quasi masi realmente esistito e l’idea di nazione è sempre stata così fragile e precaria (può e-sistere una nazione senza un popolo? Può esistere un popolo senza una nazione?), la regionalizzazione ha aggravato le resistenze al processo unitario e ha spin-to avanti un ceto politico improvvisato e parassitario” (La scomparsa del popolo, La Repubblica, 2 ottobre 2012).

A parte la difficoltà per un aristotelico come me a comprendere come qualcosa di assente possa sfari-narsi, nella fantasiosa ricostruzione di Asor Rosa c’è qualcosa che non torna. Ad Asor Rosa, ma anche a me. Dunque, se colgo correttamente la sua premessa, per-ché ci sia un popolo ci deve essere compattezza e consapevolezza. Ma consapevolezza di che cosa? Di valori, i quali a un certo punto sono deperiti. Di qui lo spappolamento socio-economico del popolo italiano. E fin qui nulla da eccepire – se non che lo spappolamento non è solo socio-economico. Ma quali valori? Quali sono i valori che riescono a cementare e quindi a definire un popolo? Credo prima di tutto, il riconoscersi in una storia e in una terra, che si può riassumere nell’idea di Nazione – o di Patria, per usare un termine più desueto: in-somma, l’identità di un popolo. Poi, ci sono valori che muovono un popolo. Il deside-rio di dare un senso alla propria esistenza storica, che motiva un fare e che richiede come condizione base la libertà – libertà di opinione, di iniziativa, di diversità, di competizione. E per conseguenza, anche lo spirito di sacrificio, il senso profondo del dovere, la certezza di veder riconosciuto lo sforzo fatto – il merito. Poi ci sono valori che tendono a unire e amalgamare: il riconoscimento di un’autorità (possibilmente anche autorevole), il senso di solidarietà verso i più deboli. E così via.

Ora, apprendiamo che Asor Rosa era stato “uno che molti anni fa, ha creduto è dalla classe operaia sareb-bero scaturite nuove élite, destinate a guidare verso gli altri traguardi i destini nazionali”. Ricordo bene quei molti anni fa: erano gli anni in cui quelli come Asor Rosa consideravano fascista l’idea di Patria e antiproletaria l’idea di Nazione (il proleta-riato non aveva nazionalità). Per loro la libertà era quella di aderire incondizionatamente alla teoria e al-la prassi della classe operaia e, in una fase successiva, il dominio dei burocrati; la diversità veniva frullata nell’abominevole idea di massa; il merito veniva demonizzato e sostituito dall’uguaglianza, così come il dovere era costretto a lasciare il posto al diritto e lo spirito di sacrificio all’intervento dello Stato. Così come la grigia e anonima autorità andava com-battuta perchè sinonimo di fascismo, e sostituita da un gioioso spontaneismo, assembleare e movimenti-sta. Asor Rosa nemmeno accenna al significato storico e alle conseguenze di quei molti anni fa, alla catastrofe etica e culturale del Sessantotto, che ha messo le premesse per la catastrofe socio-economica di oggi. Così, scopriamo – invero un po’ divertiti – che la causa della rovina è la regionalizzazione della politica e che er Batman è conseguenza del decentramento politico e amministrativo. Auguri.

Avanti verso il passato

L’indimenticabile ex direttore del L’Unità, Concita De Gregorio, raccontava qualche giorno fa (Politica e passione: ecco i “Pierluigi Boys”, La Repubblica, 5 ottobre 2012), l’atmosfera che si respira nel PD in questa fase di confronto – estenuante e non sempre comprensibile – fra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. In questo reportage traccia il profilo di quella che do-vrebbe essere la punta avanzata dello schieramento che sostiene l’attuale segretario del PD, cioè i più giovani, quelli di vent’anni o poco più. Insomma, il futuro. Ed ecco il ritratto dei Pierluigi Boys.

1) “Sono appassionati e competenti, citano Scalfari e Carlo Galli, poi i Subsonica e Arisa”. Sulla passione non si discute, a vent’anni. Sulla com-petenza, tuttavia, qualche riserva. Scalfari e Galli so-no riferimenti di valore, ma forse andrebbero integrati con, che so, Tocqueville, Keynes, Derrida, per non dire magari di Popper, Weber, Arendt. Oscura mi pare invece una competenza che faccia ri-ferimento ai Subsonica e Arisa. E’ come dire che Gianni Morandi e i Pooh siano nodi cruciali delle competenze di uno della mia età.

2) “(…) sono all’unanimità, ‘di sinistra’ nel senso che è meglio Vendola di Renzi (…) contrari al Monti bis perchè ‘è ora di tornare alla politica’, i tecnici hanno dato, hanno fatto bene ma ora basta, grazie” e rincararano “di un Monti bis (…) non vo-gliono sentir parlare. ‘Basta coi tecnici, ora va al go-verno chi vince’. (…) torni la politica”. Sottolineare che preferiscono Vendola a Renzi è un pleonasmo, altrimenti non sarebbero i Pierluigi Boys. E’ più rivelatorio invece l’accorato appello basta coi tecnici e torniamo alla politica. Il vituperato Governo Tecnico (o Governo Monti) è il sessantunesimo della Repubblica. Data dal novembre 2011 e ha quindi meno di un anno di vita. La Repub-blica esiste dal 1946 e quindi ha sessantasei anni e, se capisco bene, per sessantacinque anni siamo stati gui-dati da Governi Politici ( sessanta, per l’esattezza). Ma mi domando: è l’anno di Governo Tecnico che ci ha portato alla catastrofe, o i sessantacinque anni di Governi Politici, i Governi della politica, alla quale i Pierluigi Boys (ma non solo), sognano di ritornare?

3) “Eleonora: ‘Bisogna imparare a usare le primarie. Sono uno strumento che stiamo imparando a utilizzare. Bisogna eliminare i disturbatori. Potreb-bero far vincere il candidato più debole…’. Elisa: ‘… o cercare di spostare la coalizione verso la propria area’”.
Eleonora (22 anni) usa – senza saperlo, immagino – il medesimo gergo correntizio democristiano degli Anni Ottanta del Novecento, in un contesto nel quale l’antagonista (Matteo Renzi) non è il portatore di una proposta politica alternativa (vedi il ritorno alla poli-tica, di cui si è appena detto), ma è un disturbatore. Per cui le regole non devono tutelare la diversità di opinioni e la libertà di portarle avanti, ma devono far vincere il candidato più forte – cioè il depositario del-la linea unica vera, che come tale è incontestabile. E così per Elisa (24 anni) – in omaggio al venerabile principio per cui la propria opinione non è una opi-nione come tutte le altre – è assolutamente disdicevo-le che uno abbia il diritto di poter convincere gli altri della bontà della propria opinione, anche se minorita-ria. Su cosa si fondi poi la certezza riguardo a chi sia il candidato più debole prima di aver fatto le primarie, è una deliziosa contraddizione in termini possibile solo in questo intrecciarsi fra il peggio della tradizione democristiana e il peggio della tradizione comunista: regole in funzione del risultato e delegittimazione i-nappellabile dell’antagonista.

4) “Ma conquistare elettori alla destra non sarebbe poi male, no? Francesca: ‘Sì, ma sono gli elettori che devono venire da noi. Non il partito da loro. Non possiamo spostare il partito a destra per conquistare gli elettori di destra. Deve accadere il contrario’”. In tempi di partiti liquidi – o comunque in cui sareb-be ora di ridisegnare il concetto stesso di partito – Francesca (22 anni) ribadisce convintamente l’idea ottocentesca del partito-religione. L’affermazione – e lo spirito dell’affermazione – di Francesca mi ricorda molto le tesi sulla Chiesa sostenute da Monsignor Marcel Lefebvre. Il partito – o la Chiesa – non si spo-sta, cioè l’assoluto è assoluto e basta. Quindi inscal-fibile, pena il venir meno ogni di riferimento e ogni certezza. Quindi, sono gli altri che si devono spostare – cioè si devono convertire, secondo la logica del prendere o lasciare. Non ho particolari simpatie per Matteo Renzi e nem-meno particolari antipatie per Luigi Bersani. Mi in-quieta molto invece notare sono ancora all’opera le idee fallimentari di sempre. Soprattutto fra quelli che hanno vent’anni. E’ questo – non la mancanza del posto fisso – che temo per le giovani generazioni.

di Alfredo Pasotti

a.pasotti@alphacon.biz