BRESCIA – Affollato convegno sulla morale cristiana e il vangelo

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Si è aperto dopo i saluti del Dott. Luigi Morgano, direttore di Sede dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Convegno “Il volto della morale cristiana: la vita alla luce del Vangelo”, promosso dall’Istituto Scienze Religiose dell’Università Cattolica, in collaborazione con Editrice La Scuola, con l’Agenzia di Formazione e con l’Ufficio di Pastorale della Scuola.

Il volto della morale cristiana: la vita alla luce del Vangelo

Svoltosi ieri, giovedì 11 ottobre 2012, presso la Sala Polifunzionale in via Trieste 17, in occasione dell’anniversario dei cinquant’anni dall’inaugurazione dei lavori del Concilio Vaticano II – come ha ricordato il Dott. Morgano – apertosi l’11 ottobre del 1962 per volere di papa Giovanni XXIII e chiusosi nel 1965, sotto il pontificato di Paolo VI, il papa bresciano, il Convegno è nato con l’obiettivo aiutarci a focalizzare la specificità della morale cristiana, quale via sempre attuale per la vita buona che l’uomo desidera, tenendo conto sia dell’urgenza-emergenza della questione morale oggi, sia delle sfide culturali del mondo contemporaneo.

Così ha spiegato il Rev. Prof. Mario Zani, direttore ISSR, il quale ha poi passato la parola al Rev. Prof. Daniele Saottini, direttore dell’Ufficio per la Scuola della Diocesi di Brescia; egli ha informato noi presenti del fatto che l’iniziativa si colloca all’interno del quarto anno di un percorso quadriennale per la formazione permanente degli insegnanti di religione cattolica (IRC) nelle scuole di ogni ordine e grado della Diocesi di Brescia.

Egli ha inoltre richiamato alla memoria l’oggetto dei precedenti Convegni, i quali hanno riguardato “Il Gesù storico”, nel 2009; “Il Dio di Gesù Cristo”, oggetto di discussione del 2010; “La Chiesa nel mondo”, tema trattato nel 2011 e l’attuale, che affronta il tema “Il volto della morale cristiana”: «Il Convegno, durante il quale si cercherà di recuperare le basi culturali e teologiche in ordine al tema proposto, sulle quali pensare poi la strutturazione della didattica in classe – ha spiegato Saottini – avrà il suo necessario completamento in una serie di laboratori didattici, che verranno attivati secondo particolari ambiti nei quali si declina il tema morale: quest’anno vi proponiamo un percorso più articolato degli anni passati, e due saranno i percorsi: uno per la scuola primaria, che avrà inizio il prossimo novembre, in via Bollani 20 – e l’altro, differente, per la secondaria. Quest’ultimo sarà articolato in molteplici conferenze, con possibilità di dibattito e confronto».

Dopo una breve introduzione ai seminari, che andranno ad indagare Teologia, etica, biologia, politica, intercultura e filosofia, egli ha lasciato la parola a Carmine di Sante, teologo e biblista che ha lavorato presso il Sidic di Roma (Service International de documentation judéo-chrétienne). Il prof. Di Sante ci ha allietati con un denso e pregnante intervento teologico: «Torah è un lemma complesso e tanto è denso e complicato che è quasi impossibile trovare una traduzione equivalente. Strettamente parlando, Torah vuol dire “il Pentateuco”, che è il grande racconto formativo di Israele: l’esperienza di un Dio liberatore, legislatore e shalomizzatore.

Il Dio che Israele narra, nel cosiddetto racconto di fondazione, è un Dio che libera gratis e che è promessa di pace, di shalom, di un mondo riconciliato, senza sofferenza e senza violenza. E ancora noi attendiamo l’utopia ebraica. […] Quando i Settanta, nel III secolo a. C, ad Alessandria, traducono la Bibbia, traducono Torah con nòmos, legge. Traduzione con cui gli Ebrei non erano affatto d’accordo. Lapide, in “Tradurre e tradire la Bibbia”, fa notare che la traduzione di Torah con nòmos ha prodotto equivoci perché ha portato a pensare che la Bibbia sia legalismo.

Ma la Bibbia è più che legge, è kèrygma. […] Ma quando i Settanta tradussero Torah con nòmos, misero in luce un aspetto: se la Torah è rivelazione del disegno salvifico di Dio, il volere di Dio si rivolge ad un volere umano. E il volere che si rivolge ad un altro volere ha l’aspetto di un appello». Il prof. ci ha poi aiutati a cogliere in che cosa consista realmente la voluntas Dei, il volere di Dio, mostrandoci quale via per trovare risposta a tale questione il Decalogo, le Dieci parole rivelative del volere di Dio. Dopo aver argomentata una per una le Dieci parole, egli ha analizzato il rapporto tra il Decalogo ed il Nuovo Testamento, in primis e, in secundis, il rapporto tra il Decalogo e le Beatitudini.

Al termine dell’esposizione il Rev. Prof. Zani ha introdotto il relatore seguente, il Rev. Prof. Aristide Fumagalli. Docente di Teologia Morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, egli si è soffermato su “Cristo, centro della morale. La dimensione etica del Vangelo”: «La morale Cristiana è in sintonia con altre morali religiose e con una morale laica. Questo ci induce a pensare che la Carità che insegna Gesù sia priva di specificità: “Vieni e seguimi”, dice Gesù: è vero che bisogna vender tutto e darlo ai poveri, ma questo non è il fine, è la condizione: è nell’imitare Cristo nel suo modo di imitare Dio che la morale Cristiana trova la sua specificità». Il Fumagalli ha poi approfondito i dinamismi della morale cristiana emergenti dalla Pasqua di Cristo, ovvero, principalmente, l’attrazione dello Spirito e l’azione della libertà, i quali invitano a riconoscere nello Spirito santo la “fonte e risorsa della vita morale” (Veritatis Splendor 28). A lungo ha argomentato anche in merito alla morale cristiana, la quale si estende tra la legge naturale e la legge nuova: la prima, rispettivamente, è scritta nel cuore dell’uomo e trova espressione nei comandamenti del Decalogo, i quali convergono nell’unico comandamento di amore del prossimo (Rm 13,9). La legge nuova – ha spiegato il prof., citando le parole di S. Tommaso – “principalmente è la stessa grazia dello Spirito Santo, concessa a coloro che credono in Cristo”: «Infusa nel cuore dell’uomo, la grazia dello Spirito non è una norma estrinseca rispetto alla libertà, ma una sua intima potenzialità. La legge nuova, illustrata nel Discorso della Montagna (Mt 5-7), trova compendio nel comandamento nuovo di Gesù:”Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34)».

La mattinata si è conclusa con un dibattito e si è tornati in aula nel primo pomeriggio, con il Prof. Giuseppe Savagnone, docente di Storia e Filosofia e direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo. Nel suo piacevole intervento, dal titolo “Persona ed etica. Prassi e comprensione di sé”, egli ha chiamato in causa l’odierna crisi dell’etica: «Questa crisi dipende dal fatto che la morale tradizionale è oggi travolta da una serie di prassi che la rendono indigesta e impossibile da masticare». Partendo da questa considerazione egli ha messo in luce la cosiddetta “emergenza educativa” e la necessità di recuperare il modo di intendere la persona, smascherando gli equivoci di un modo oggi dominante di intenderla: in nome di una prassi sociale assistiamo infatti sempre più frequentemente all’eliminazione del concetto di natura umana. Il prof. ha poi constatato il primato, nei rapporti umani, della realtà virtuale su quella fisica e l’eliminazione dei sessi a favore dei generi; il suo contributo è stato di grande rilievo per poter cogliere come sia possibile superare il dualismo tra ragione ed emozioni nella prospettiva di un’etica della virtù, il cui presupposto antropologico è un umanesimo ispirato alla visione biblica della persona: «Le virtù non sono radicate nella ragione, ma nelle passioni. E le passioni non sono da esorcizzare, ma da potenziare, con l’aiuto della ragionevolezza».

Quarta – ed ultima – relazione della giornata, precedente al dibattito conclusivo, quella dedicata a “L’educazione ”, a cura del Prof. Giuseppe Mari, ordinario di Pedagogia generale presso l’Ateneo di Milano dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: «Abbiamo di fronte a noi la generazione più istruita della storia, ma quello che ci inquieta è constatare la fatica che questi ragazzi fanno per impegnarsi in vista di un futuro». Questo l’incipit, dal quale dal quale il Mari ha poi sviluppato una serie di considerazioni: il significato di essere umano e animale razionale nell’accezione aristotelica, il concetto di logos quale strumento che possa rimandare all’unità della persona e il bisogno di riconsiderare, nella sfida educativa, la dimensione pratica ed il sentimento: «Se vogliamo tentare di favorire l’educazione della persona, dobbiamo andare oltre la dimensione intellettuale. […] Ecco allora l’importanza di ciò che l’attuale pontefice continua a ricordarci: il bisogno di allargare il concetto di razionalità». Citando grandi intellettuali, quali Cartesio, Morin, Pascal, Vico, Maritain, Kant, Senofonte e san Tommaso, egli ha esposto il problema della sfida dell’educazione morale nel contesto culturale odierno, insistendo sul rilievo dell’insegnamento religioso come valore culturale e sul riconoscimento dell’originalità della religione cattolica, essenziale sia sul piano intellettuale che morale.