SAREZZO – “Donne Invisibili” si conclude con un finissage

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Domenica 14 ottobre, in occasione del termine della mostra fotografica  “Donne Invisibili”, organizzata dall’Associazione Culturale “La Fucina Animata” si terrà un finissage della mostra.
L’esposizione è a cura di Rosetta Zampedrini e Carla Cinelli.
La mostra è stata  realizzata nell’ambito di un progetto realizzato nella Casa di Reclusione di Verziano (BS). Il progetto,  realizzato con il patrocinio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, in collaborazione con la direzione della Casa di Reclusione di Verziano è un lavoro che cerca di ricostruire l’immagine della “carcerata”.

L’esposizione è stata inaugurata domenica 23 settembre presso il Museo I Magli di Sarezzo.
Come già anticipato nella giornata conclusiva della mostra è in programma un dibattito con le fotografie esposte, l’appuntamento è alle ore 17.

Il progetto comprende inoltre la  raccolta di materiale di prima necessità per le detenute del Carcere di Verrziano. Per tutta la durata della mostra (23 settembre – 14 ottobre), durante gli orari di apertura (ogni domenica dalle 14:00 alle 18:00), l’associazione culturale “La Fucina Animata” raccoglierà prodotti per l’igiene personale (sapone, detergenti, carta igienica, assorbenti, dentifricio, spazzolini da denti, salviette) e per la pulizia degli spazi (detersivi, stracci e strofinacci, etc…) da donare alla Casa di Reclusione di Verziano.

Attraverso la fotografia, le detenute del carcere in questione hanno avuto la possibilità di esprimere i propri pensieri, mettendo in primo piano la propria creatività.

“[…] Mi ha attratto l’idea di conoscere, attraverso immagini fotografiche, donne che rimangono “invisibili” alla società; donne recluse nelle carceri. Chi sono, come vivono? Una donna detenuta esiste per la società solo come persona esecrabile, da condannare. E così sono entrata nel Carcere di Reclusione di Verziano ed ho scattato immagini che portavano il mio punto di vista, la mia percezione di quello che vedevo, ma ho realizzato che le donne che stavo fotografando rimanevano mute, ancora una volta restavano invisibili ed è per questo che ho proposto a loro di diventare fotografe di sé stesse attraverso una macchina fotografica “usa e getta”. Solo in questo modo era possibile far sentire la loro “voce” al di fuori, renderle visibili, presenze concrete, vive. L’accoglienza alla mia proposta è stata immediata, ho avuto la sensazione che stessero aspettando questo momento per gridare a tutti che esistono, che ci sono, che sono figlie di questo mondo. Già all’inizio del lavoro sapevano con certezza cosa avrebbero fotografato e, soprattutto, perché lo avrebbero fotografato e così è stato. L’elaborazione si è snodata per alcune settimane e il risultato sono immagini scattate con immediatezza, senza pensare all’estetica ed alla tecnica, ma scattate con l’urgenza di comunicare emozioni e sensazioni che appartengono a tutti. E’ stato un lavoro umanamente ricco e forte, siamo state coinvolte in una ricerca dell’altro per poterlo conoscere e meglio comprendere […]”.

Queste sono le parole di Rosetta Zampedrini, che ha esposto una ventina di immagini in bianco e nero, accompagnate dai lavori di alcune detenute, aiutate da Carla Cinelli.