Pensieri sinistri (ssimi). A volte ritornano e 51 Parlamenti

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo volentieri una serie di pensieri dello scrittore, giornalista e storico lumezzanese Alfredo Pasotti sulla situazione economica e politica attuale. Un luogo dove fare riferimento a paragoni con altri Paesi e possibili soluzioni per risolvere la crisi.

Riporto, da due autorevoli articolisti di Repubblica, i brani che seguono in margine al caso FIAT di questi giorni. Non entro nel merito delle strategie industriali di Sergio Marchionne, ma vorrei solo evidenziare come veramente guarda all’impresa la nostra intellighenzia più illuminata.

Ecco il primo passaggio:

“L’attuale premier e i suoi ministri tecnici appaiono in-vece prigionieri di una sorta di integralismo accademi-co: le aziende devono essere lasciate libere di seguire il loro mercato; investano dove meglio credono; e il go-verno resti un passo indietro. Bel risultato. La rinuncia a pretendere una politica in-dustriale concordata si è spostata così alla applicazione ideologica della dottrina secondo cui i posti di lavoro si salvano concedendo maggiore flessibilità all’azienda” (Gad Lerner, La FIAT e i silenzi del Governo, La Re-pubblica, 15 settembre 2012).

Ed ecco il secondo.

“Sono in gioco, entro pochi mesi, decine di migliaia di posti di lavoro. Se lo capissero [i ministri], la telefonata da fare sarebbe di questo tipo: «Dottor Marchionne , il governo considera gravissime le sue dichiarazioni circa le produzioni FIAT in Italia. Pertanto la aspettiamo domattina alle 8 precise a Palazzo Chigi. Dovrà spie-garci con dati e cifre solide come la sua società intende operare nel prossimo futuro in questo paese…» (Luciano Gallino, Quei ministri usciti da un libro di Calvino, La Repubblica, 16 settembre 2012).

Ed ecco qualche breve nota.

Lerner parla di politica industriale concordata e la op-pone all’integralismo accademico del Governo Monti, evidentemente colpevole di aver lasciato libere le im-prese di seguire il loro mercato e di investire dove me-glio credono. Tale politica industriale, quindi, avrà co-me primo obiettivo quello di bloccare la libertà delle imprese rispetto a mercati e strategie di investimento. Per conseguenza, quella stessa politica industriale do-vrà indicare alle imprese scelte strategiche e obiettivi su cui investire. L’imprenditore diventa quindi un pleona-smo, ma in compenso le sue caratteristiche più destabi-lizzanti (libertà di iniziativa, intuito, capacità di rischio, ecc.) saranno rese inoffensive.

Lerner, prescrive poi che si tratti anche di politica indu-striale concordata. Spaventa non poco immaginare con chi tale politica vada concordata. Certamente con il mondo sindacale, che offre il deso-lante spettacolo di forza ancorata a una cultura pauperi-stico-egualitarista ottocentesca, in grado ormai di rap-presentare soprattutto pensionati. Poi, ovviamente, con quelle forze politiche, la cui fina-lità ormai conclamata è il saccheggio dello Stato e la compravendita di consenso. Infine, con la struttura del-lo Stato, il cui apparato burocratico e amministrativo è perlopiù una offesa al buon senso e all’intelligenza. Ecco gli interlocutori con cui decidere una politica in-dustriale concordata. Traducendo con esemplare chiarezza le tesi di Lerner, Luciano Gallino delinea il rapporto che – date quelle premesse – deve intercorrere fra Stato e impresa. Il modello immaginato di Gallino assomiglia sorpren-dentemente all’idea feudale del rapporto vassallatico: nel senso che l’iniziativa imprenditoriale viene ad esse-re una gentile concessione da parte dello Stato, il quale la prevede solo per la funzione sociale che l’impresa è chiamata a svolgere, cioè mettere a disposizione posti di lavoro da distribuire.

Chi ha qualche anno sulle spalle, ricorderà che questo modello ha celebrato i suoi fasti nell’era delle parteci-pazioni statali, quando la funzione sociale è stata anche funzione politica, nel senso che la politica, avendo posti di lavoro da distribuire, acquistava voti e gestiva se-condo convenienza il rapporto con il mondo sindacale. Alla funzione sociale e politica non interessa ovvia-mente che le imprese siano sane, competitive, innovati-ve, in grado di produrre reddito reale e di conseguenza posti di lavoro, così il mondo delle partecipazioni stata-li diventa inevitabilmente un elenco decotte e anacroni-stiche, ma con molti posti di lavoro da distribuire – a spese dei cittadini, naturalmente. Nel modello Gallino-Lerner, il modello delle partecipa-zioni statali, non prevede imprenditori, ma funzionari di Stato sempre pronti ad assecondare le voglie del padro-ne – come non ricordare Leporello agli ordini di Don Giovanni? – per quanto nefande esse siano.

Nel modello Gallino-Lerner, la grande impresa – come la FIAT ma non solo – è poi particolarmente adatta a incarnare quel modello, perché nella sua organizzazio-ne tutto si complica, tutto diventa più rigido e lento e quindi più ricettivo all’intervento della politica. Questo spiega perché la politica, in Italia, quando parla di impresa, intende sempre e solo grande impresa. E spiega anche la ragione per cui l’Italia è rimasto un Paese di piccola e piccolissima impresa – la quale, di conseguenza, per la politica in fondo non esiste. Così, la politica industriale concordata di Lerner, al di là delle fumosità retoriche del gesuitismo marxista, coincide con la logica delle partecipazioni statali di Gallino. Lascio a ciascuno giudicare se i ministri del Governo Monti siano usciti da un libro di Calvino, come sugge-risce Luciano Gallino. Vorrei invece azzardare l’ipotesi che i due commentatori politici di Repubblica possano essere usciti direttamente dall’Enrico IV di Pirandello. Ve lo ricordate, quel nobiluomo di inizio Novecento, che vive per molti anni nel sogno della sua follia, che poi rinsavisce all’improvviso ma non riesce più ad ac-cettare la realtà di quello che è successo nel frattempo, e che alla fine decide di rimanere – consapevolmente, questa volta – nella finzione della follia?

Cinquantun Parlamenti

Mi arriva per posta elettronica l’ennesimo messaggio che si scaglia contro il numero eccessivo dei parlamen-tari nostrani – un migliaio fra deputati e senatori – ri-spetto ad altre Nazioni. La Nazione presa ad esempio sono gli Stati Uniti: 435 membri nella Camera dei Rappresentanti e 100 al Sena-to. Totale 535 parlamentari a fronte di circa 310 milioni di abitanti. Il che fa un parlamentare ogni 580.000 abi-tanti circa. Paragonato alla media italiana – mille parlamentari per sessanta milioni di abitanti, cioè un parlamentare ogni sessantamila abitanti – in Italia abbiamo dieci volte i parlamentari americani. Applicando la media statunitense, in Italia ci dovrebbe-ro essere non più di un centinaio di parlamentari.

Città come Bologna o Firenze non riuscirebbero ad ave-re un rappresentante, Genova arriverebbe a malapena a un rappresentante, Napoli nemmeno a due, Milano a due e mezzo e Roma a quattro e mezzo. In un Paese dove si fa fatica ad accorpare Comuni di cento abitanti, auspicare una americanizzazione della rappresentanza politica, sentire proposte del genere do-vrebbe insospettire. E non poco. Intanto, perchè gli interessati divulgatori della incredi-bile esiguità dei parlamentari americani, omettono sem-pre di ricordare che gli Stati Uniti sono uno Stato Fede-rale e che le due Camere citate sono le Camere Federa-li. In realtà gli Stati Uniti sono cinquanta Stati sovrani a pieno titolo, che legiferano in proprio su tutte le materie tranne che su moneta, difesa e politica estera. Noi, dall’esterno, vediamo gli USA come una superpo-tenza, ma gli americani si vedono, dall’interno, prima come cittadini di uno dei cinquanta Stati e poi come cittadini di una unità geopolitica chiamata USA. In quanto Stati sovrani a pieno titolo, i cinquanta Stati hanno ciascuno un Parlamento. Tecnicamente parlando, quindi, gli Stati Uniti hanno qualcosa come cinquantu-no Parlamenti.

Il Wyoming, uno degli States, grande quasi quanto l’Italia e con meno di seicentomila anime, ha una Ca-mera dei Rappresentanti di sessanta membri e un Senato di trenta membri. Calcoli alla mano, quindi, un parlamentare ogni meno di settemila abitanti, cioè quasi dieci volte più dell’Italia. Le Hawaii con meno di un milione e quattrocentomila anime hanno 51 deputati e 25 senatori, cioè un parla-mentare ogni meno di diciannovemila anime, cioè solo tre volte più dell’Italia. Per dire. Certo – si può obiettare – noi in Italia abbiamo le Re-gioni, che hanno un loro proprio Consiglio Regionale e una propria Giunta. Però la differenza con gli States è radicale, perché le Regioni d’Italia sono unità ammini-strative locali di uno Stato centralizzato (anzi iper-centralizzato), mentre il Wyoming, come tutti gli altri States americani, è invece uno Stato pienamente sovra-no federato in una unione. Per quante deleghe possano avere le Regioni, esse non sono Stati sovrani. Che poi, le unità amministrative locali in Italia possano (e debbano) essere in buona parte cancellate (a comin-ciare dalle provincie) perché ridondanti, è fuori discus-sione. Ma la cosa riguarda il decentramento ammini-strativo, non la rappresentanza nazionale. Mi sono chiesto spesso la ragione della sospetta insi-stenza sul preteso eccesso di parlamentari in Italia, stranamente avallata anche dalla stesse forze politiche che siedono in Parlamento.

Nessuno di buon senso può immaginare che l’agonia della politica in Italia sia una mera questione di quanti-tà. Ottocento o cinquecento parlamentari uguali a quelli che abbiamo oggi in Parlamento – cioè incompetenti e/o faccendieri e/o interessati a badare il loro pollaio elettorale o ideologico – non sono una soluzione. Per certi aspetti, anzi, una maggiore concentrazione del po-tere potrebbe addirittura risultare ancora più dannosa. Sospetto quindi che l’idea di una riduzione dei parla-mentari sia una messa in scena per coprire il problema vero e strutturale: una classe politica incapace per for-mazione e per cultura di guidare un Paese – cioè di de-cidere e di decidere come è richiesto dai cambiamenti in atto. In effetti, nella storia dell’Italia repubblicana, la politica non è mai stata il saper governare, ma essenzialmente un saper rappresentare. E’ una cultura che parte da quell’estenuante compromesso che è la Costituzione, preoccupatissima di dettagliare minuziosamente le pre-rogative del Parlamento, e largamente disinteressata al-la governabilità del Paese. E a ben vedere, rappresentare interessi non richiede particolari competenze, e la media dei parlamentari è lì ma dimostrarlo. E ridurne il numero non cambierà il sistema.

 

Alfredo Pasotti

alfredo.pasotti@phormalab.it

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