COLLIO – Alpe di Vaia, l’emozione di vedere il Maniva che non conosci

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La solitudine non esiste in montagna. La solitudine te la porti dietro, dentro, davanti, sopra e sotto dal fondovalle, dalla ‘civile’ vita quotidiana, dal caos del vivere tecnologico, dall’inutilità di giornate senz’anima.

L’ingresso della malga

La riflessione scaturisce spontanea, e parzialmente falsa, scendendo verso l’alpeggio-agriturismo di Vaia in Maniva. Gli è che i posti sono talmente belli, il lago misterioso e ancestrale, i monti saggiamente solidi e solidali, la situazione oggettivamente estemporanea che rischi di sentirti rapito in una dimensione geologica e primordiale di rara potenza; dimensione di inspiegabile origine e di imprevedibile sviluppo.

La Santella

Devi quindi combattere questa malìa perché sei uomo con doveri e impegni (non a caso un qualche pensatore, che probabilmente era passato da qui, aveva detto “A che serve vivere se devi lavorare?”). Ester che gestisce assieme al marito Giacomo l’agriturismo, dirà in seguito “Tutti dicono che qui è un paradiso, poi quando viene sera ti salutano ‘Ciao, torniamo alle nostre case”.

E rimani solo tu, la notte, il buio e poco altro…. Ester preferisce la vita di paese: meno isolamento, più rapporti, maggiore aiuto reciproco, maggiore serenità. Il baffetto Giacomo è uomo dai gesti parchi, economici, ‘a basso impatto ambientale’ verrebbe da dire, come si conviene a chi deve misurare e calibrare ogni grammo di energia che il corpo gli concede. Ed è così anche con le parole, come si conviene a un personaggio che è stato soprannominato ‘Filosofo’: parla poco e il suo parlare è spesso profondo e/o ironico. E non ci è dato sapere se preferisce la vita da eremita o da essere sociale.

Va da se che chi parla, chi risponde alle domande è Ester, nata di maggio, nel ’64, a cavallo tra il segno del Toro e dei Gemelli, mentre il marito, classe ’61, va e viene sbrigando le quotidiane incombenze. Hanno una bella stalla anche a Ivino, nel Comune di Collio, dove trascorrono l’inverno. Verso fine agosto – primi di settembre scendono a piedi con le mucche da Vaia sino a Ivino passando per il ‘Casermone’.

E’ un anno strano questo 2012: fa caldo e manca l’acqua. Il verde rigoglioso dei nostri boschi è squarciato dalle macchie giallo ocra della sete; quando cammini sui segaboi si alza la polverina giallo oro dell’erba essiccata; gli insetti sembrano aver una voracità sconosciuta; il giallo del sole riempie e colora quotidianamente, progressivamente ogni angolo del mondo. E sapete cosa è successo tra il 19 e il 20 luglio in Vaia? Una tromba d’aria ha scoperchiato buona parte degli edifici (qualche giornale ne ha parlato) “E’ durato il tempo di un tuono – racconta Ester – di notte…” La Ester e il Giacomo si sono trovati di fronte a un mezzo cataclisma: macchine danneggiate, lamiere dei tetti divelte e conficcate per mezzo metro dentro il terreno… e i cellulari che non funzionavano (sarebbe forse il caso di cambiare compagnia, no?). Il programma estivo ha quindi subìto un forte ridimensionamento.

Normalmente, infatti, durante l’estate a Vaia si organizzano iniziative che vanno dal corso di decoupage alla ‘giornata della pecora’ alle mostre fotografiche o alle dimostrazioni di come si fanno i latticini. Con buona parte degli edifici inagibili è pacifico che parecchi appuntamenti siano saltati. Molti amici però sono saliti a Vaia per dare aiuto a Ester e Giacomo in modo

Prodotti di Malga

da ripristinare quanto prima l’efficienza dell’azienda agricola. Ora, siamo verso fine agosto in una finta giornata nella quale avrebbero dovuto esserci temporali ma il cielo è rimasto sterile, tutto funziona. Quasi tutto, perché il lago di Vaia, in dieta spinta, non è più in grado di dare acqua a sufficienza per far funzionare la turbina che fornisce energia elettrica all’insediamento umano. Si va di generatore; ma non si può andare con il generatore 24 ore al giorno: consuma, inquina, brucia… Insomma ogni giorno un problema nuovo. D’altra parte qui siamo in un posto magico, fatato, sciamanico.

La cappella che benedice la strada che porta al lago e all’agriturismo ha una storia leggendaria che si perde nella notte dei tempi. In sintesi ecco una versione della leggenda: un mandriano di animo malvagio, immorale e lascivo, incontra nottetempo, al ritorno dalle sue scorribande, un teschio d’uomo sul sentiero in riva al lago di Vaia. Probabilmente, dicono i ben informati, si trattava del teschio di un’anima ‘confinata’; di un’anima, cioè, costretta a vagare indefinitamente negli stessi luoghi nei quali aveva molto peccato. A quanto pare a Vaia si facevano porcate a non finire… Con un calcio il mandriano butta il teschio nell’acqua. La scena si ripete così per un paio di sere. Alla terza sera il mandriano, improvvisamente folgorato dagli occhi cavernosi, infernali e in fondo supplichevoli del teschio, decide di intraprendere una via di redenzione: costruisce una cappella e sistema in consona dimora il teschio. Che tuttora lì giace per buona pace dell’anima sua e del pietoso mandriano. In attesa comunque che il calendario Maya magari collimi con le sconosciute previsioni degli sciamani retici (fiere e indomite popolazioni che calcarono e colonizzarono queste terre), ciascuno si dedica al quotidiano travaglio. Che per Ester e Giacomo inizia alle cinque e mezza – sei del mattino per la prima mungitura. Poi ci vogliono circa tre ore per lavorare il latte munto la sera prima (quello munto al mattino si lavora la sera) che è stato messo nelle vasche di affioramento affinché venga a galla la panna che, se si decide di fare il formaggio, viene tolta e lavorata per fare il burro. Si scalda quindi il latte rimanente sino a quaranta gradi aggiungendo zafferano e caglio poi si lascia raffreddare per quaranta minuti. Si frantuma quindi la cagliata sino alla dimensione di un chicco di riso e si scalda nuovamente sino a cinquanta gradi; adesso è pronto per essere messo nelle forme e ottenere il marchio di ‘Nostrano di Vaia’. Per la formaggella il procedimento è a grandi linee simile, solo che si usa il latte intero appena munto, non si mette lo zafferano, la cagliata va ridotta alle dimensioni di una noce perché deve assorbire più umidità del formaggio e la seconda fase di riscaldamento non supera i quarantatrè gradi. Lavorato il latte si regolano gli animali (ci sono anche dei maiali) e la sera, una dozzina di ore dopo la prima, c’è la seconda mungitura e una nuova lavorazione del latte. Tra l’altro Ester e Giacomo sono in una situazione particolare: il loro formaggio non può avere il marchio ‘Bagoss’ in quanto le vacche non sono di Bagolino e non possono nemmeno essere marchiate ‘Valtrompia D.O.P.’ perché Vaia è nel territorio di Bagolino. Per questo si sono inventati il ‘Nostrano di Vaia’. Quest’anno le mucche residenti a Vaia sono state centocinquanta, quaranta delle quali di proprietà di Ester e Giacomo, mentre le rimanenti sono di altri proprietari.

Ester e Giacomo hanno preso in affitto l’Alpe Vaia, di proprietà della Regione, dodici anni fa. A Vaia si può mangiare e pernottare in semplicità e letizia. I piatti sono quelli tradizionali della malga: polenta taragna, formaggio, salamine; se non fa troppo caldo si può anche assaggiare la polenta con il ‘fiurit’. Capita anche che in particolari occasioni giri un succulento spiedo. Per dormire Vaia offre una dozzina di posti letto: ti porti il tuo sacco a pelo e puoi avere una branda. L’ambiente, come avrete intuito, è molto famigliare: se avete le palle girate nessuno vi rompe i maroni; se avete voglia di chiacchierare la Ester tiene botta; se siete curiosi, o cittadini intellettuali e volete scoprire i segreti della pastorizia di alta montagna il buon Giacomo vi apre le porte dei suoi laboratori. Intanto le ruminanti mucche distribuite sugli erti pendii vi guardano, di quando in quando, totalmente indifferenti e con fare di saperne più di voi, molto di più…