Quel maledetto 11

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Ieri sono morti ancora cittadini americani per mano di fanatici islamici. Il consolato di Bengasi è stato preso d’assalto da alcuni musulmani infuriati per il film prodotto da un gruppo di copti residenti negli Stati Uniti e che ha sollevato proteste anche in Egitto e Afghanistan.

Ma secondo siti qaidisti, la morte dell’ambasciatore americano a Bengasi è “una reazione della milizia Ansar Al-Sharia alla conferma della morte di Abu al-Libi”, numero 2 di Al Qaida, arrivata ieri da al Zawahiri. Rimane il fatto che – più o meno sempre alla stessa data – quel maledetto 11, da qualche parte nel mondo muoiono cittadini americani. A tutti è sfuggito che era l’11° anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle. Sarà stato un caso?

Mi piace sottoporvi un pezzo che ho trovato su il Giornale.it intitolato “La storia non si ripete, tuttavia certe situazioni di crisi si rassomigliano”, di Vittorio Dan Segre:
“L’ambasciatore americano Chris Stevens non è l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando; l’ira della folla che ha attaccato il consolato statunitense a Bengasi è ben diversa da quella che animava il nazionalista Gavrilo Princip. Tuttavia in questo attentato ci sono elementi che possono far diventare l’assasinio di Bengasi una data storica come quello di Sarajevo.

La situazione anarchica che continua a regnare in Libia ha poco a vedere con le cause e le possibili conseguenze di questo attentato. Ad avvicinare i due tragici avvenimenti sono fatti, molto diversi fra di loro.

Da un lato c’è il fallimento di due potenze imperiali – l’impero austro ungarico e quello americano in fase di declino politico – nell’affrontare in maniera saggia il pericolo rappresentato per l’uno dal nazionalismo etnico slavo e per l’altro il pericolo del nazionalismo etnico islamico. I tentennamenti della politica americana nei confronti dell’Islam, il rifiuto di ambo i rami teocratici musulmani, tanto quello shiita (iraniano) quanto quello sunnita (saudita, egiziano) – di accettare la mano tesa del presidente Obama (discorso del Cairo 2008) non per il sostegno americano di Israele ma per l’inaccettabilità dei volori laici democratici occidentali di cui Washington si vuole difensore, ha condotto ad un aumento dell’odio anti americano in tutto il mondo islamico. Non c’è possibile colloquio fra chi sente il dovere di uccidere e morire per un film considerato irrispettoso per Maometto e chi ritiene sacrosanta la libertà di espressione, artistica o di altro tipo.

Dall’altro lato c’è il momento delicato in cui questo attentato carico di simbolismo politico e religioso ha luogo. In piena crisi economica, morale (e per la cristianità) religiosa dell’Occidente. In piena campagna elettorale presidenziale in America dove i difensori (repubblicani) di valori tradizionali si scontrano a colpi di piccole percentuali di voti con quelli (progressisti) dei democratici. In profonda mancanza di leadership nei confronti del pericolo nucleare che non è quello del possesso dell’arma nucleare ma di questa arma nelle mani del più anti americano regime islamico – l’iraniano – e del più solido alleato, sostenitore dei valori democratici e occidentali nel Medio Oriente – Israele.

E’ possibile che anche questa crisi si risolva nel non fare dei paesi democratici, il che sarebbe del resto un modo tragico di fare. Quello che sembra probabile è che l’assassinio dell’ambasciatore americano in Libia porti acqua al mulino di Romney. Il candidato che ha basato la strategia della sua campagna sull’accusa dell’incompetenza economica di Obama, sui risultati disastrosi di una politica di quietismo nei confronti dell’imperialismo islamico e di abbandono degli alleati democratici.”

Su alcune cose sono d’accordo con Van Segre, ma in particolare sul fatto che l’attentato di Bengasi possa divenire una data spartiacque. In gran parte dipenderà da chi vince le elezioni americane. Ma in gran parte anche da come Israele reagirà a quella che a tutti gli uomini di onestà intellettuale non può che apparire come ciò che è stato finora negato: una guerra di civiltà (Non c’è possibile colloquio fra chi sente il dovere di uccidere e morire per un film considerato irrispettoso per Maometto e chi ritiene sacrosanta la libertà di espressione, artistica o di altro tipo).

Al netto di tutte le “pippe filosofiche della sinistra de noantri”, secondo cui la “primavera araba” partita da Tunisi e finita a Tripoli – con le scene cruente dell’assassinio del prode Gheddafi – poteva portare alla “liberazione delle masse islamiche oppresse dalle dittature militari”, quanto sta accadendo in Nord Africa e nel Medio Oriente rappresenta un pericolo reale e molto concreto per la nostra civiltà e la nostra economia già gravemente dissestata.

Dalla situazione di anarchia totale e dilagante stanno emergendo con forza le rappresentanze più violente ed estremiste delle organizzazioni militari islamiche. Siamo preparati ad uno scenario di questo genere? E perchè nessun analista occidentale ha approfondito l’argomento?

L’ho già scritto alcune settimane fa, sempre a proposito del Medio Oriente: mi fanno più paura le cose che non ci dicono di tutto il bailamme mediatico quotidiano dal quale siamo bombardati ad oltranza.