SOLTO COLLINA (BG) – Frugoni e Cacciari: giganti a convegno

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Sulle note del Cantico delle Creature si è aperto il convegno “L’Attualità dei Santi Chiara e Francesco: una storia, due ritratti”, tenutosi lo scorso sabato presso la Pieve di Santa Maria Assunta, a Solto Collina (http://www.ecodellevalli.tv/cms/?p=47313).

Come ha egregiamente illustrato il prof. Mario Taccolini (Università Cattolica del Sacro Cuore) nella sua introduzione, le voci alte di Chiara Frugoni (storica medievista) e Massimo Cacciari (filosofo, Università Vita-Salute San Raffaele), intervistati rispettivamente dalla prof.ssa Claudia Mangili (giornalista Eco di Bergamo) e dal prof. Ilario Bertoletti (direttore editoriale), ci hanno aiutati a capire le reali voci dei due Santi aldilà delle tradizionali agiografiche, a decifrarne il messaggio e a cogliere la radicalità della loro testimonianza.

Le crociate, Dante, Giotto, Bonaventura, san Domenico, san Tommaso, san Bernardo, la caritas e l’ilaritas francescana: molti sono gli argomenti su cui ci si è soffermati nel corso della serata; fra i temi portanti la povertà: «Francesco mai disubbidì alla chiesa – dice la prof.ssa Frugoni – ma la scardinò dalle fondamenta». La rivoluzione francescana consistette nel fatto che «Francesco andava per le strade a predicare anche con le classi più disagiate: da questo momento anche il lebbroso è figlio di Dio. Non è che Francesco volesse essere un pezzente: semplicemente non possedeva il superfluo: egli permetteva ai frati di mantenere i ferri del proprio mestiere: infatti i frati erano fabbri, sarti.. e lavoravano durante la loro giornata. Non volevano denaro, potevano chiedere solo il cibo per il giorno. Il fatto che i Francescani non volessero denaro portò i Cristiani a chiedersi il significato della carità. Francesco permetteva di chiedere la carità solo per occuparsi dei lebbrosi: diceva che chiedere la carità era “rubare ai poveri”. Francesco in origine vietò ai francescani di abitare nei conventi: i frati stavano in alloggi di fortuna, o nei lebbrosai. Egli era contrario all’idea di avere una casa in muratura: se avessimo una casa avremmo bisogno di una spada per difenderla. Se si possiede qualcosa si sente subito l’altro come un possibile nemico pronto a carpire il nostro bene. Santa Chiara diceva che non avere possedimenti a cui pensare libera la mente e permette di convogliare altrove le energie mentali e le emozioni. Con santa Chiara le monache possono avere scarpe, mangiare di più ed uscire dal monastero, per andare a curare i lebbrosi. Progetti rivoluzionari, realizzati utilizzando le parole del Vangelo».

«Il povero – prosegue il prof. Cacciari – non è colui che ha necessità di qualcosa; è colui che si svuota del possesso non per non-avere, ma per conquistare il Regno. Il Regno è dei violenti, dice la Bibbia. Solo chi soffre e lotta lo conquista. L’idea di povertà è proiettata nel discorso delle Beatitudini: rivela un profondo significato teologico e non va assunta sentimentalmente. Occorre leggerla con l’idea di kenosi, dello svuotarsi per accogliere-perdonare, del tutto-perdere per tutto-riottenere: il povero non è il miserabile o il pidocchioso, è colui che fa vuoto di sé ad immagine del Signore, il quale si è svuotato del suo essere divino. Questa è l’imitatio Christi, la dinamica che imita il Francescano. Solo svuotandomi, nel vuoto, io posso accogliere. Ma svuotarsi non significa annichilirsi, non si tratta di decreatio e non significa annullamento: significa creare un nuovo soggetto».

A lungo ci si è soffermati anche sul concetto di creatura: «La Creatura è apax Dei – spiega Cacciari – ed è lodata, ma non per sé: è lodata perché nella creatura si loda il Signore, questa è la teologia che traspare dal Cantico. L’ilaritas è il tema esclusivo di Francesco: l’unico ordine è quello di non essere nebulosi. Francesco non giudica mai: il continuo giudicare crea il male; ilare, cantando ha preso la morte. Non si tratta di ottimismo, ma di sub speciem redentionis».

«Il Cantico – continua la prof. Frugoni – è l’inno del creato come risposta ai catari; qui si lodano i quattro elementi, non si lodano animali, non si loda l’uomo. Negli affreschi di Assisi Francesco non è mai rappresentato mentre parla con gli uomini, ma con gli animali».

La professoressa ha dato spazio anche alla sua recente scoperta, un demone nel ciclo di Assisi, nella scena in cui Giotto ha dipinto la morte di Francesco; esso si trova nella parte della nuvola più vicina all’angelo di destra: «è molto bello, non ha nulla di animalesco: tiene gli occhi chiusi, e sono visibili le corna nere. Si pensava che il primo a trattare le nuvole fosse stato Andrea Mantegna, che nel suo San Sebastiano, dipinto nel 1460, mostrò sullo sfondo del cielo un cavaliere che emerge da una nuvola. Ora, questo primato del Mantegna non è più tale».

Dopo l’esibizione corale i moderatori hanno chiesto ai Chiarissimi cosa fosse rimasto di Chiara e Francesco, oggi. Secondo Chiara Frugoni: «Chiara e Francesco vogliono cogliere ciò che unisce le persone, non ciò che le divide: amare gli altri trovando ciò che unisce, dove gli altri possono essere gli emigranti, o i Musulmani; e le altre possono essere le donne. Francesco restò colpito dai Musulmani, tanto da inserire nella Regola alcuni precetti del Corano, per esempio la presenza di un banditore che chiamasse la preghiera, la sera. Mi riferisco alla prima regola del 1221, quella dove si sente la voce di Francesco e non alla seconda, del 1223, dove gli interventi della Curia furono molto pesanti. Il modo con cui Francesco si rapporta con i Musulmani ha molto da insegnare al mondo di oggi». Secondo il prof. Cacciari: «Francesco e Chiara sono segni di contraddizione rispetto a questo mondo in cui dei due Santi non è rimasto nulla. Nel sistema sociale attuale Francesco e Chiara ci sono solo perché costituiscono la contraddizione radicale di questo mondo!».

 

«Denso, pregnante, suggestivo, illuminante – per usare le parole di Mario Taccolini – volto a narrare la storia di Chiara e Francesco, una storia lontana e remota che si dispiega nel Duecento, ma al tempo stesso nuova ed attuale, di inconsueta ed inquietante contemporaneità».

Dopo il duplice omaggio alla Vergine, con l’Inno cantato dalla Corale di Solto e recitato da Alice Rota, i saluti di don Antonio: «Ho avuto la sensazione di partecipare al Convivio dantesco e di aver mangiato, insieme a tutti voi, il pane degli Angeli».