Aspettando un infernale agosto

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Situazione caotica e pericolosa. Lo spread viaggia ampiamente sopra quota 500, il governo pare – anzi – ha concluso con un nulla di fatto un percorso iniziato circa dieci mesi fa con grandi speranze. SuperMario aveva tutti i numeri e la credibilità internazionale necessaria per traghettarci fuori dal ventennio berlusconiano navigando verso meravigliosi e “progressivi” orizzonti. Esattamente come poteva fare 20 anni prima il Cav: traghettare il disilluso popolo italico verso la meravigliosa e liberale seconda repubblica.

Alla fine della fiera ci rimangono i ricordi divertenti delle notti brave di B. e –  di supersobrioMonti – in ordine, due manovre finanziarie, la riforma delle pensioni e quella del lavoro,   la “spending review” che non decolla, cifre ballerine che vanno e vengono su pagamenti del debito statale verso aziende fornitrici e disponibilità per le attività produttive – sulle quali – Passera “aveva messo la faccia” (parole sue).

Sul versante politico-giudiziario alcuni governatori, di opposto orientamento, sono indagati da diverse procure per alcuni reati, veri o presunti lo stabiliranno le inchieste in corso. Quel che pare pericoloso e ripetitivo è che l’agenda politica sia dettata dalle procure. Io non faccio mai dietrologia. Non voglio pensare che qualcuno usi la legge a tempo per convenienze politiche. Certo è curioso che da decenni – in Italia – la classe politica non riesca a svincolarsi da questa situazione paradossale e pericolosa per la democrazia stessa

E, intanto, la crisi economica globale morde instancabilmente le economie più deboli del vecchi continente.

Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna sono praticamente fallite. L’Italia è sull’orlo del baratro. Dal 2008 il mondo è cambiato, la crescita dei consumi come la conoscevamo fino ad allora dovremo scordarcela per qualche decennio. Molte aziende in vari settori del comparto produttivo hanno chiuso i battenti e altre lo faranno per la loro incapacità di rimanere sul mercato.

Questo ha creato nuovi disoccupati, anche tra i piccoli e microimprenditori artigiani e commerciali. Eppure – dal 2008 – nessuno tra politici, sindacati, associazioni di categoria, ha avuto il coraggio di dire loro a chiare lettere che, se volevano ricominciare, dovevano imparare a “vivere” e lavorare in maniera diversa. Capisco che ci voglia coraggio per farlo.

Ma si deve cominciare.

Non possiamo più permetterci di lasciar credere alla gente che sarà possibile tornare a prima. Riduzione dei consumi, parsimonia nelle spese, prolungamento del godimento di alcuni beni di consumo come automobili, elettrodomestici, abiti, cellulari. Meno ferie, meno uscite in pizzeria e al ristorante, meno viaggi in auto per ridurre i costi del carburante.

E qualcuno dovrà pur dire – prima o poi – ai nostri ragazzi, che aspettare il privilegio del lavoro professionalizzante a tutti i costi li farà rimanere disoccupati a vita. Ci sono lavori artigianali importanti e renumerativi che nessuno vuole fare. Perché si lavora di notte, o quando gli amici fanno festa, o quando gli altri vanno in disco. Non ci credete? Provate a parlare con i fornai, i pasticceri, i gelatieri, gli idraulici.

Anche ai sindacati dei lavoratori qualcuno dovrà pur dire che è ora di smetterla di difendere sempre e a tutti i costi, tutti coloro che dichiarano di aver subito un torto dal datore di lavoro o dallo stato, indiscriminatamente. Provate “a fare un giro” nella vita quotidiana reale. Vedrete quanti cassintegrati e esodati o ancora giovani pensionati fanno un lavoretto in nero, coltivando orti, cucendo orli, badando ad anziani di famiglia e no, aiutando con mansioni varie e leggere piccole aziende vicino casa.

Intendiamoci, non sto dando giudizi di merito. Mi limito a fotografare una realtà che per la società italiana non è nuova. Queste cose succedevano già nei “mitici anni 60”, quelli del boom economico. Erano anni di crescita disordinata, ma di crescita. Poi sono arrivati gli anni delle tutele a tutti i costi, anche a costo di apparire paradossali.

Da un estremo all’altro, senza soluzione di continuità.

Volete un esempio fresco fresco e molto reale? Eccovi accontentati: la riforma del lavoro, che ha normato con maggior rigore i contratti a chiamata. Prima chiamavi il dipendente quando ti serviva e lo retribuivi a ore.

Ora, prima di chiamarlo, devi mandare un fax o una mail o un sms all’ufficio competente, indicando il giorno o i giorni previsti per la chiamata fino ad un massimo di 30, ma senza indicare le ore di lavoro previste. Ma a che serve fatto così? A complicare la vita delle aziende. Le quali, per non avere rogne di alcun genere,  non chiameranno più i lavoratori – appunto – a chiamata ma chiederanno a quelli assunti di fare ore di straordinario pagate magari in nero per evitare la maggiorazione.

Come diceva il grande Flaiano? La situazione è grave ma non è seria e per dare un’occhiata a ciò che ci aspetta, ma nessuno ci dice, vi rimando a un editoriale del 28 dicembre dello scorso anno.