GARDONE – Madgi Cristiano Allam raccontato da Patrizio Ferraglio

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Abbiamo chiesto al nostro Patrizio Ferraglio, che di quella serata fu brillante moderatore, di raccontarci l’incontro visto “da dentro”. Ecco il suo pezzo. 

Magdi Allam e Patrizio Ferraglio

Serata importante quella di venerdì 15 giugno. A Gardone Valtrompia, all’auditorium San Filippo sono venuti Magdi Cristiano Allam e Andrea Gibelli. Il primo, eurodeputato del movimento “Io Amo l’Italia”, e il secondo vicepresidente in Regione Lombardia per la Lega Nord. Il tema della serata prendeva le mosse dal fatto che a Gardone è in previsione la realizzazione di una grande moschea nella zona artigianale dell’area ex Bernardelli. A parte le questioni strettamente legali legate alla destinazione urbanistica dell’edificio, il tema delle moschee e della diffusione della religione islamica assume dimensione sempre più rilevante man mano il tempo passa.

Auditorium pieno, gente in piedi. Pochi giovani, pochi gardonesi, sindaco e amministratori di Gardone assenti (era presente solo Alberto Rizzinelli, assessore all’urbanistica); assenti anche i responsabili del progetto per la realizzazione della moschea; gente proveniente dalla città, da un po’ tutti i paesi della Valtrompia e da alcuni paesi della bassa bresciana: questa la foto sintetica del ‘San Filippo’. Molti assenti quindi, forse perché il dibattito era stato organizzato dalla Lega Nord della Valtrompia e dalla Sezione di Gardone della Lega.

Forte dispiegamento delle forze di sicurezza; Piazza Garibaldi e via don Zanetti blindate; agenti in borghese e carabinieri a presidiare la zona. Magdi Allam, dopo cinquantasei anni di religione musulmana, ha deciso di convertirsi al cristianesimo e per questo è stato condannato a morte dal mondo islamico. Su di lui pesa la famigerata ‘fatwa’. Qualsiasi islamico può ucciderlo in nome di Allah e Maometto e sarà ricompensato nell’aldilà (e forsanche nell’aldiqua).

Parla a ruota libera Magdi Allam, scatenando di tanto in tanto gli applausi degli astanti. Ma non è un comizio: il suo parlare parte da una lunga esperienza di vita e spirituale (posto che le due cose possano essere distinte); le sue conclusioni, condivisibili o meno, pongono sul tappeto questioni importanti, temi non ignorabili, aspetti del prossimo futuro non rimandabili.

Parte dall’affermazione di Gandhi, Magdi Allam, “Amo il peccatore; odio il peccato”. Gli errori che stiamo compiendo come occidentali e come cristiani sono fondamentalmente due: il primo, che possiamo definire come risultato del Relativismo è quello di mettere tutte le religioni sullo stesso piano. Il rispetto del prossimo, per un cristiano, implicherebbe anche l’accettazione dei valori dell’altro. E questo è un formidabile malinteso. Essendo le nostre radici cristiane, nel senso totale del termine (anche chi non crede in Dio ha comunque come punto di riferimento l’altra persona, il prossimo, il suo compagno di viaggio su questo mondo) è fondamentale che chi viene a ‘casa nostra’ rispetti questi nostri valori e non cerchi di sopraffare, cancellare, distruggere il mondo etico e democratico che, tra fatiche, lotte, guerre e incomprensioni, cerchiamo di far sopravvivere e di trasmettere ai nostri figli.

Il secondo errore è esattamente simmetrico al primo: se si condannano i principi di una religione non è corretto condannare anche le persone che professano questa religione. E’ necessario salvaguardare la specificità di ciascun individuo. Tutto questo mantenendo fede ai principi che Benedetto XVI ha definito non negoziabili (vita, famiglia, libertà educativa).

Che non sono solamente principi cristiani ma stabiliti per l’intera umanità in quanto tale. E questi principi sono incompatibili con il Corano. Punto.
Detto questo Magdi Allam ripeterà più volte, nel corso del suo intervento, che “abbiamo paura di dire la verità qui, a casa nostra”. Le moschee dovrebbero essere luoghi trasparenti e non locali nei quali si predica l’odio contro gli ‘infedeli’ fin dalla tenera età. L’Islam, infatti, considera le religioni cristiana ed ebrea come religioni ‘corrotte’, che hanno interpretato in maniera deviante la parola della Scrittura. E’ evidente che, mentre noi consideriamo tutte la religioni con pari dignità, il musulmano considera il cristianesimo una mala erba da estirpare. Anche con la violenza.

Sulla stessa linea l’on. Andea Gibelli che, tra i numerose dimostrazioni di lassismo ‘legale’ delle istituzioni nei confronti della religione musulmana, porta l’esempio dell’Inghilterra nella quale operano addirittura tribunali di diritto islamico; il che è un’assurdità supinamente accettata: è inammissibile che possano esserci ‘isole’ nelle quali non funziona il diritto dello Stato sovrano ma un diritto alieno, a volte in contrasto con le leggi del Paese ospitante. E’ la questione del Diritto Parallelo. Inconcepibile, per qualsiasi occidentale, pensare che vi siano persone che possano vantare il diritto di essere giudicate in base alla legge del loro Paese di origine. Gibelli ha posto anche l’accento sul fatto che la ‘dissimulazione’ è un atteggiamento insito nella cultura musulmana: esistono sempre due verità; esiste sempre la possibilità di trasformare una verità nel suo opposto o in una verità superiore. E questo dipende anche dal fatto che il Corano inizialmente era scritto per una religione minoritaria, in crescita, con una forma e con regole ‘diplomatiche’ (tipo ‘Non vi sia costrizione nella religione! La retta via ben si distingue dall’errore’ Sura 2, 256 o ‘della Vacca’); mentre in una seconda fase, quando l’Islam si avviava verso una dimensione imperialista la Scrittura divenne decisamente più ‘cattiva’ (tipo ‘Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo… Combatteteli finché non paghino il tributo, uno per uno, umiliati’ Sura IX, 29).

Insomma gira e rigira, sia dal punto di vista teorico che pratico, la religione islamica non concede spazio all’infedele che deve essere sottomesso, umiliato, islamizzato da chi segue la Religione della Verità. L’Islam. Vi sono ovviamente dei distinguo: mica tutti sono fondamentalisti. Ma come distinguerli se è vero che la ‘dissimulazione’ è un fatto culturale?