BRESCIA – La crisi e il coraggio. Resistere per Rifiorire

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Si è svolta l’Assemblea annuale di Confartigianato. Questa la relazione del presidente Eugenio Massetti.

Lo facciamo dopo un anno di grandi rivolgimenti, nazionali ed internazionali, di novità impensabili solo qualche mese fa, di rincorse allo spread, di Crisi economica che ha portato lo stesso nostro paese ad un passo dal bàratro, di capovolgimenti economici di carattere planetario.  Non so se si possa ancora azzardare un bilancio, perché siamo tutti, ancora, in una specie di terra di mezzo, dove non è del tutto chiaro quello che accadrà nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Ma se volessimo farlo, certamente, ad oggi, non sarebbe tra i più felici.  Né per l’economia, né per la politica, che ha dovuto, sinceramente con poca dignità, lasciare il passo ad, un seppur stimato, Governo dei tecnici, perché non ha saputo assumersi dinnanzi al Paese, ai lavoratori e agli imprenditori, le sue responsabilità.  

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Nuovi balzelli, tasse pesanti, stretta del Credito e addirittura nuove pastoie burocratiche (pensate solo ai contanti, da non usare oltre i 999 euro, cosa che ha costretto persino i pensionati ad aprire un conto corrente che non gli serviva!): dunque costi d’esercizio sempre più elevati: e sicuramente un po’ di ingiustizia sociale in più.  

Le decisioni adottate dal mondo politico-tecnico in questi ultimi mesi, sembrano dettate, più dalla smania di far cassa, che di venire incontro ai bisogni dello sviluppo e dei cittadini, siano essi lavoratori dipendenti o imprenditori, pensionati o disoccupati.  

Entro subito nell’attualità allora. Un esempio eclatante: la famosa Imposta Municipale Unica, l’IMU, che già si sa di dover pagare tra pochi giorni, e molto di più rispetto a prima dell’abolizione dell’ICI: poco o nulla si è infatti detto e scritto, se non da noi, riguardo alla sua ricaduta sugli immobili delle imprese, quindi di riflesso anche del suo impatto sul tessuto produttivo bresciano. Si tratta di una grave svista, perché le aziende artigiane rappresentano il motore della nostra economia e, in momenti di grave crisi, caricarle di ulteriori tassazioni sarebbe, per molte di loro un colpo mortale.  Questa tassa rappresenta un inaccettabile aggravio di spese a carico degli imprenditori, il doppio rispetto alla vecchia ICI: un incremento annuo medio di spesa, per ogni artigiano di 1600 euro, una bella mazzata per un settore che sotto i colpi della crisi nel solo 2011 ha visto fallire oltre 11mila imprese. 

Parliamo di un altra piaga che affligge gli artigiani.  La Burocrazia fiscale, che costringe a sacrificare non solo denaro ma intere giornate di lavoro, ben 36 secondo gli ultimi calcoli. Di fronte alla tanto sbandierata semplificazione burocratica, ai roghi delle leggi, in Italia per ogni norma che snellisce l’iter burocratico ne vengono emanate sei che complicano sempre più la vita agli imprenditori. Altro tema, molto delicato: il caro-elettricità.

Nel nostro Paese le piccole e medie imprese registrano costi superiori in media del 30% rispetto alle loro concorrenti europee. Un fatto che, fin da subito porta ad una penalizzazione dei prodotti italiani, mentre con una più equilibrata politica energetica si potrebbero alleggerire le spese sostenute dalle nostre aziende e ridurre il divario per renderle maggiormente competitive sul mercato. Oggi si tagliano gli incentivi fiscali per le energie rinnovabili e che si fa? Si riduce almeno la bolletta energetica? No, Si usano quei soldi per pagare le vecchie centrali termoelettriche in disuso: e tutto a carico dei cittadini e degli imprenditori.

Qualcuno dirà: eccoli qui i soliti artigiani che si lamentano! Attenzione: siamo gli stessi per cui il fenomeno del suicidio per motivi economici sta divenendo un dramma. Le notizie che ci raggiungono tutti i giorni ci raccontano sempre più spesso di come continuino, infatti, in modo drammatico i suicidi di imprenditori e lavoratori caduti nella spirale della crisi, del fallimento delle loro imprese o della perdita del posto di lavoro. 

Le cause dei suicidi nel mondo del lavoro, sia esso dipendente o autonomo, sono legate a fattori ben noti: crisi economica, disoccupazione ed eccessiva pressione fiscale. La scelta del darsi fuoco di fronte agli uffici delle imposte e ai Tribunali, è altamente simbolica ed esprime un chiaro segno del disagio delle piccole imprese nei confronti delle pretese del Fisco e alla stretta del credito operata dalle banche, che sembra non tenere conto della crisi esistenziale ed economica delle persone e delle imprese. 

Perché un imprenditore, si toglie la vita? Per vergogna delle difficoltà; paura di non riuscire a pagare gli stipendi; difficoltà di riscuotere crediti dallo Stato. Ma soprattutto l’ansia di avere fallito l’obiettivo e dover rinunciare a ciò che si è conquistato con il sacrificio di una vita.

Oggi le Banche ti danno l’ombrello solo quando fuori c’è il sole. Occorre porre fine, con politiche adatte e interventi del governo, a questa stretta del credito che mette gli imprenditori spesso in condizioni di gravissime difficoltà. Dover licenziare i propri collaboratori, chiudere o fallire è considerato una vergogna nella cultura delle laboriose comunità del Nord, un venir meno alla responsabilità sociale dell’imprenditore.  

E forse c’è ancora dell’altro. Una motivazione recondita, un atto di accusa nei confronti della collettività e, soprattutto, dello Stato come ultimo responsabile. Roma non vede fino nel cuore degli imprenditori onesti o, se vede, quello che vede, non lo capisce. 

Ogni imprenditore che muore è per tutti noi un’ulteriore sconfitta. Che differenza c’è tra uno che entra in una oreficeria e ruba un orologio, e chi non paga le fatture emesse da un artigiano onesto per un lavoro già fatto, ivi compreso lo Stato? Nessuna! E allora dobbiamo chiamare i carabinieri? Questi imprenditori si sono sentiti soli, sono stati lasciati soli e isolati. 

 Qualcuno ha avuto una brillante idea: ci vogliono mandare dagli psicologi a raccontargli i nostri problemi… ma gli artigiani non hanno bisogni di psicologi, hanno bisogno di meno tasse e più credito, non chiedono altro e per il resto sono, siamo, abituati ad arrangiarci!  

Per essi valgono le parole di monsignor Tonino Bello, già vescovo di Molfetta, e per il quale oggi è in corso la causa di beatificazione. “Coraggio fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti che abusano di voi. Coraggio, giovani senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad accorciare sogni a lungo cullati. Coraggio, gente solitaria e senza volto. Coraggio fratelli che la debolezza ha infangato e che la povertà ha avvilito”. Bisogna dunque passare, anche imparando da questi drammi,  a qualcosa di più strutturato, con un senso e una logica culturale diversa. Dobbiamo tralasciare le logiche individualistiche del passato, che alla fine, fatto sentire soli questi imprenditori. 

Una piccola impresa non necessariamente è destinata a chiudere i battenti o essere emarginata dal mercato. Serve, però, che tale piccola impresa abbia fatto un «salto evolutivo» nell’innovazione tecnologica, nell’organizzazione produttiva e dei servizi e che sia entrata in relazioni produttive-commerciali con imprese più grandi che si sono internazionalizzate. 

Certo, il lavoro non può essere una nuova religione ma, perlomeno in questo Nord che è motore dello sviluppo, è sempre stato una fonte di riconoscimento collettivo molto forte. Se il lavoro è quasi tutto per la vita di un imprenditore onesto, allora il suo fallimento può portare anche alla sfiducia.  Lo Stato deve capirlo e deve rinunciare a metterlo continuamente in crisi.  Sollecitando, nello stesso tempo, il mondo politico perché trovi rimedi e soluzioni alla crisi attuale.  

Non si deve guardare al passato ma prendere un atteggiamento nuovo, guardare al futuro, all’innovazione, al momento in cui l’economia tornerà a correre,  che i più pessimisti tra gli economisti indicano nel 2018, ma che noi riteniamo avverrà molto prima, perchè fino la non ci arriveremmo integri. Un momento che dovrà trovare gli imprenditori bresciani pronti a misurarsi con i loro concorrenti su tutti i mercati del globo. Nella speranza che la regolazione dei mercati della finanza sia finalmente riuscita a mettere la parola fine a quella speculazione senza morale e senza pudore che ci ha condotti fin qui. 

E’ stato il segretario di Stato Vaticano, il card. Bertone, ad affrontare il tema dell’etica dei processi finanziari. Ci ha spiegato che:   “la crisi economica pone in evidenza l’insostenibilità del mercato totalmente autoreferenziale e, mentre solleva nuove questioni circa la responsabilità e l’etica dei processi finanziari, ripresenta con stringente attualità una domanda fondamentale di senso circa il destino e la dignità della persona umana”.  

Noi dunque dobbiamo cogliere positivamente questa sfida, offrendo ai nostri imprenditori e quindi alla società intera nuove vie di incontro e di dialogo. Pertanto, il nuovo atteggiamento che anche noi imprenditori dobbiamo assumere adesso, in questo periodo lungo di crisi in cui occorre resistere,  non è solo un ‘correre ai ripari’, ma una “nuova primavera”; un mezzo per “valorizzare i nuovi germogli che spuntano in un bosco antico”.   

Resistere per Rifiorire.  Accanto a una sana laicità, c’è un laicismo intollerante che si sta diffondendo nel Vecchio Continente, e anche in Italia. Nell’Europa di oggi è sempre più difficile distinguere tra verità, errori e menzogne.  E il principio della “non discriminazione” spesso viene abusato come arma nel conflitto dei diritti. Un esempio? L’articolo 18.  Nel 1974, il primo ministro inglese, si accorse che i sindacati spingevano il Regno Unito verso l’abisso e cercò di frenarli, chiedendo agli inglesi, in occasione delle elezioni, “Who governs Britain?” – chi comanda in Inghilterra? –  il governo o i sindacati? Alle elezioni i britannici  risposero: “I sindacati”. 

Il premier perse le elezioni e bisognò aspettare Margareth Thatcher, per cambiare registro. Dal 1974 sono passati quasi quarant’anni e gli italiani, proprio in merito all’articolo 18, quando si sono vista porre la domanda “Chi comanda in Italia” non hanno avuto dubbi. Senza nemmeno andare alle elezioni, e per bocca dei tre partiti che insieme rappresentano la stragrande maggioranza degli italiani, hanno risposto: “Il vecchio rigidismo”. In questa vicenda molti spingono nella direzione di prevedere in ogni caso la possibilità del reintegro – deciso dal giudice – anche in caso di “licenziamento economico”. Come mai? Semplice: perché una volta che la vertenza sia affidata al giudice del lavoro, può contare su un giudizio di parte che ha sempre dichiarato illegittimo qualunque licenziamento. Persino quello di coloro che rubavano i bagagli a Malpensa sotto le telecamere.  Noi e altri invece vogliamo cercare di escludere l’intervento del giudice e limitare ad un solo indennizzo economico l’eventuale risultato a favore del lavoratore. Ma con la magistratura a decidere in merito, così non sarà mai! Così non va. Occorrerebbe invece farla finita con questa assurda tutela di tutti e di tutto a tutti i costi: come se non sapessimo che proprio in questi anni di crisi molte aziende sono state costrette mere la nostra opinione, le noimi giovani in contratto a termine per tenersi – costretti –  un sacco di “sòle” che, forti del posto fisso e dei giudici compiacenti, ne approfittano per fare i parassiti anziché lavorare.  E questo vale anche per i dipendenti pubblici, ma su questo il Governo dei tecnici dice: occorre tempo, dobbiamo meditare. Ai cittadini ed agli imprenditori l’IMU, le Tasse, la benzina a 2 euro, le addizionali regionali e comunali, l’IRAP, l’IVA al 23%. Per i dipendenti pubblici, la meditazione!!!   E non si creda che l’articolo 18 non riguardi anche i piccoli: li riguarda eccome, perché impedisce loro di crescere. Quando un nostro imprenditore si avvicina alla soglia dei 15 dipendenti che fa? Crea altre piccole imprese. E così addio sviluppo, crescita, economie di scala, competitività, accesso ai mercati internazionali, flessibilità Ci ricorda BENEDETTO XVI:  “la crisi economica globale è un ulteriore segno dei tempi che richiede il coraggio”. Il divario tra nord e sud e la lesione della dignità umana di tante persone richiamano ad una solidarietà che sappia allargarsi a cerchi concentrici dai piccoli ai grandi sistemi economici’. 

Col lavoro, l’impegno, la capacità di cogliere le prospettive futuro, l’occhio aperto sul mondo, sulle tecnologie, su internet. Insomma la crisi vista come una sfida, una trasformazione. Sfida e trasformazione che dobbiamo affrontare con coraggio, attraverso segni concreti.  Il primo di questi segni è il nostro coraggio. Infatti, noi dobbiamo parlare ai nostri giovani – siano essi i nostri figli o i nostri lavoratori -, educarli, spronarli, e convincerli che il futuro che sta davanti a noi, grazie a questo coraggio di imprenditori capaci, onesti e sereni, sarà un futuro di sviluppo e di sostenibile crescita.  Essere imprenditori è ed è sempre stata una vera scelta di coraggio, che A8 infatti detto e scritto, seo di sostenere. Con la nostra attività sindacale, la fornitura dei nostri servizi, l’assistenza, l’ascolto, il consiglio. Con la presenza nelle scuole, per diffondere la cultura di impresa, con la creazione di progetti finanziari che premiano i migliori start up, e con il networking della rete associativa.   C’è un dato preoccupante che voglio sottolineare: i giovani italiani e bresciani che fanno impresa sono realmente diminuiti in questi anni e la loro condizione è più difficile, sia per il confronto internazionale, sia per la congiuntura macroeconomica. 

Non serve ricordare che aprire una impresa in Italia costa 18 volte di più rispetto agli Stati Uniti, che di media impieghiamo più di 6 mesi per avere accesso all’elettricità contro 2 settimane in Germania, che un imprenditore in Italia impiega 285 ore del suo tempo in procedure per pagare le tasse e che la tassazione incide per il 68% sul profitto contro il 46% della Grecia…   Sono dati della Banca Mondiale, che disegnano un “ecosistema” sfavorevole alla produttività. Inoltre sono proprio i giovani a vivere con estrema criticità la questione dell’accesso al credito, poiché la bassa propensione al rischio finanziario fa sì che nella fase iniziale del percorso imprenditoriale avere idee eccellenti non compensa l’assenza di garanzie.  È possibile vincere queste sfide e questi problemi con investimenti mirati in conoscenza, innovazione, qualità. Dal 2000 ad oggi il nostro Pil non è praticamente cresciuto ma gli investimenti, pubblici e privati, si sono addirittura ridotti del 7%. Dobbiamo invertire la dinamica: recuperare risorse, attraverso una seria revisione dei costi della Pubblica Amministrazione.  Abbiamo in mente una Italia che triplica gli investimenti in start up, oggi fermi alla metà della media europea; che dimezza la tassazione per le imprese giovani, portando la strategia fiscale a valori competitivi.  

Abbiamo in mente una Italia che, abbattendo il cuneo sui giovani, garantisce salari con i quali, senza attendere i quarant’anni o il posto fisso, si possa essere autonomi dalla famiglia.  Abbiamo in mente una Italia che rivoluzioni il sistema educativo abolendo i titoli in favore della qualità dell’istruzione. Pensiamo a una Italia in cui i giovani imprenditori e gli imprenditori veri non sono merce rara ma una merce preziosa, perché guidano lo sviluppo.  

Le nuove generazioni hanno già una percezione del mondo, del lavoro, della vita che è difficile comprendere se si utilizzano i vecchi sistemi di valore, i vecchi schemi sociali ed economici che, purtroppo, abbiamo visto prevalere ancora nel dibattito attorno alla recente azione riformatrice del governo Monti.   Su questo si fonda l’”etica del coraggio”, che abbiamo voluto mettere al centro di questa nostra assemblea annuale, un’etica nella quale crediamo fortemente e per la quale lotteremo nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Vogliamo che si ritorni ad un Paese dove una stretta di mano abbia ancora un valore.  Vogliamo, e concludo, ma lo dico con forza da questa platea, un Paese capace di ascoltare, capire e valorizzare questi imprenditori del coraggio.  Che non chiedono altro che di poter realizzare il proprio progetto di vita in maniera autonoma e responsabile.   E, magari, finalmente, di cambiare l’Italia.”