BRESCIA – Eugenio Massetti ci scrive sui suicidi degli imprenditori

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Ricevo, e volentieri pubblico – aggiungo – condividendo pienamente la lettera di Eugenio Massetti, presidente della Confartigianato di Brescia, le cui riflessioni ospitiamo spesso sul nostro giornale.

Gentile direttore,

lo Stato non vede fino nel cuore degli imprenditori onesti o – se vede – quello che vede non lo capisce. Le notizie che ci raggiungono tutti i giorni ci raccontano sempre più spesso di come continuino in modo drammatico i suicidi di imprenditori e lavoratori italiani caduti nella spirale della crisi, del fallimento delle loro imprese o della perdita del posto di lavoro.

Ogni suicidio rappresenta un singolo dramma, una tragedia personale e sociale che si unisce a quella di tantissimi altri imprenditori e lavoratori colpiti in maniera inesorabile dagli effetti della crisi economica. Queste tragedie, oggi, diventano oggetto sempre più di attenzione e di domande: i dati ci raccontano che dal 2008 al 2011 i suicidi per motivi economici avrebbero sfiorato il 25%.

Dagli ultimi rilievi emerge che i suicidi di imprenditori con situazioni fiscali problematiche, siano circa 60, mentre complessivamente, negli anni della crisi si sarebbero verificati oltre 1000 suicidi tra persone disoccupate o che avevano perso il lavoro da poco o che erano state costrette a chiudere la loro attività. Si calcola, inoltre, che negli ultimi dieci anni, in Italia, si sarebbero suicidati circa 2500 imprenditori.

L’aumento dei suicidi si collega ai nefasti effetti della crisi che avrebbero causato la chiusura di oltre 10 mila imprese e provocato la perdita di almeno 50 mila posti di lavoro. Il dato non può non meritare una profonda riflessione: perché le cause dei suicidi nel mondo del lavoro, sia esso dipendente o autonomo, sono legate a fattori ben noti: crisi economica, disoccupazione ed eccessiva pressione fiscale.

La scelta del darsi fuoco di fronte agli uffici di esazione delle imposte è altamente simbolica ed esprime un chiaro segno del disagio delle piccole imprese nei confronti delle pretese del Fisco che sembra non tenere conto della crisi esistenziale ed economica delle persone e delle imprese.

Perché un imprenditore, si toglie la vita? Vergogna per le difficoltà dopo una crescita vorticosa; paura di non riuscire a pagare gli stipendi; difficoltà di riscuotere crediti dallo Stato. Ma soprattutto l’ansia di avere fallito l’obiettivo della propria esistenza: difficile rinunciare a ciò che si è conquistato con il sacrificio di una vita; un’onta insostenibile il venir meno alle responsabilità morali e sociali nei confronti di sé stessi e degli altri.

La figlia di un imprenditore “caduto” sul lavoro, mi si permetta questo termine, ha usato parole commoventi:«Mio padre è morto per amore, per amore della sua azienda e specialmente nei confronti dei suoi dipendenti. Viveva con il terrore di tradirli, di non essere in grado di pagare loro gli stipendi. Questo pensiero lo logorava, finché non ha più retto». Sono storie che restano profondamente nei nostri cuori. Drammi in cui motivi personali si intrecciano a situazioni di instabilità economica, indebitamento, strette creditizie operate dalle banche e impotenza delle istituzioni sia nazionali che locali, quest’ultime paralizzate dal Patto di stabilità e da una burocrazia micidiale.

Viene in rilievo la dimensione ridotta o minima dell’impresa, che tendenzialmente è atti¬va in settori maturi quali l’edilizia, il piccolo artigianato e così via. Dietro a quest’ondata di suicidi c’è – come ha scritto Di Vico – un eccesso di etica. Dover licenziare i propri collaboratori, chiudere e/o fallire è considerato una vergogna nella cultura delle laboriose comunità del Nord, un venir meno alla responsabilità sociale dell’imprenditore.

E forse c’è ancora dell’altro. Una motivazione recondita, un atto di accusa nei confronti della collettività e, soprattutto, dello Stato come ultimo responsabile. Lo Stato non vede fino nel cuore degli imprenditori onesti o, se vede, quello che vede non lo capisce.

Ogni imprenditore che muore è per tutti noi un’ulteriore sconfitta. Una delle poche certezze è che questi imprenditori si sono sentiti soli, isolati: dalla grande disponibilità di manodopera al calo demografico, alla carenza di lavoratori locali; dalla gestione familiare delle imprese, alla difficoltà nel passaggio generazionale; da una campagna progressivamente urbanizzata e libera, a un territorio saturo negli spazi e nelle infrastrutture. I fattori propulsivi dell’economia nord sono giunti al loro limite. La crisi ha fatto affiorare certo le debolezze del nostro sistema, tuttora molto frammentato, fatto da piccole e piccolissime imprese. Questo è andato bene nel passato finché tutto girava, creando ricchezza e piena occupazione del territorio, però oggi con la forte crisi che c’è da quattro anni non siamo più in grado di reggere un sistema che è più forte di noi. Bisogna dunque passare, anche imparando da questi drammi, a qualcosa di più strutturato, con un senso e una logica culturale diversa.

Dobbiamo tralasciare le logiche individualistiche del passato, che hanno alla fine fatto sentire soli questi imprenditori. Una piccola impresa non necessariamente è destinata a chiudere i battenti o essere emarginata dal mercato.

Serve, però, che tale piccola impresa abbia fatto un «salto evolutivo» nell’innovazione tecnologica, nell’organizzazione produttiva e dei servizi e che sia entrata in relazioni produttive-commerciali con imprese più grandi che si sono internazionalizzate». Solo così una piccola impresa «può continuare a sopravvivere e a vivere bene, perché occupa uno spazio di mercato che non è occupato da altri.

Oggi chiediamo allo Stato di riflettere. E di agire subito assicurando quei meccanismi di salvaguardia e di gradualità che non tolgano alla fine ogni speranza a chi ha fatto del lavoro la propria vita.

Certo, il lavoro non può essere una nuova religione ma, perlomeno in questo Nord che è motore dello sviluppo è sempre stato una fonte di riconoscimento collettivo molto forte. Se il lavoro è quasi tutto per la vita di un imprenditore onesto, allora il suo fallimento può portare anche ad uccidersi. Lo Stato deve capirlo e deve rinunciare a metterlo continuamente in crisi.

Eugenio Massetti,

Presidente di Confartigianato  Imprese Unione di Brescia

2 Commenti

  1. “” una risposta a tutto trovato facendo una ricerca al problema “”

    PER SALVARCI DAI SUICIDI E SALVARE LE FAMIGLIE ! ! ! ! !

    MANIFESTO “ LIBERA l’IMPRESA ”

    MANOVRA PER LO SVILUPPO A COSTO ZERO

    Premessa

    La Crescita è il sinonimo della Produzione, la Produzione è il sinonimo di Creazione di Reddito, Creazione di Reddito è il sinonimo di PIL, PIL è il sinonimo di abbassamento del DEBITO PUBBLICO, ma tutti questi SINONIMI resteranno tali se non si passerà agli investimenti nella PRODUZIONE. Adottare un sistema di RISANAMENTO o RISTRUTTURAZIONE del DEBITO del SISTEMA PRODUTTIVO attraverso l’adozione dei proponimenti ed i valori evidenziati nella PdL n°3804 che in sintesi si elencano nella seconda parte di questo documento , potrebbe essere l’Elemento Qualificante della Ripresa Economica e Produttiva.

    CARTA D’IDENTITA’ DEL DEBITO. (CASISTICHE )

    · L’assenza di norme STRUTTURALI, le quali obbligano e regolamentano il rapporto dare -avere o come committente – esecutore, diventano elementi penalizzanti delle REDDITUALITA’ e degli ADEMPIMENTI.

    · L’inefficienza del sistema GIUSTIZIA CIVILE non consente di poter RECUPERARE i CREDITI da PRODUZIONE .

    · Le Pubbliche Amministrazioni non PAGANO i Fornitori e gli Operatori nei tempi derivanti dai CONTRATTI tra le parti .

    · Il PATTO DI STABILITA’ lo hanno dovuto sopportare i BILANCI delle AZIENDE.

    · Ed ancora , come se non bastasse , l’impossibilita di essere regolari per ottenere il DURC (documento unico di regolarità contributiva) vietando così la possibilità di LAVORARE.

    · AMMINISTRAZIONI PRIVATE senza stato di RESPONSABILITA’ con gli OPERATORI alla MERCE’ di RICATTATORII sistemi COMPORTAMENTALI

    · Come se non bastasse, EQUITALIA con un sistema Sanzionatorio, frutto di Norme di derivazione Parlamentare, la quale crea pregiudizio per ottenere linee di CREDITO e difficoltà di RIENTRARE DALLO STATO DEBITORIO DICHIARATO E’ NON EVASO.

    · Non ultimo il binomio DIRITTO – DOVERE che dovrebbe essere determinato dall’efficienza delle LEGGI delle TUTELE ma che non trova nelle stesse il parallelismo necessario per la pariteticità del risultato e del rapporto. Alcune , non TUTTE le CAUSE.

    QUESTO NON E’ UN CONDONO, MA UN PROGETTO PER LO SVILUPPO
    I punti QUALIFICANTI della PdL n° 3804 On. Polledri, Stucchi, Reguzzoni Pionati

    Vantaggi per il CONTRIBUENTE

    · Pagamento dello stato originario del Debito

    · Eliminazione delle Sanzioni , Interessi ed Aggi

    · Pagamento del 10% di sopratasse sul Debito Originario

    · Ripresa della possibilità di poter accedere alle Linee di Credito (oggi impossibile per il perdurare dello stato delle pregiudiziali inibitorie, è causa di USURA).

    · Ripresa della produzione con costituzione di nuova redditualità Riassunzione delle figure qualificanti l’attività (dipendenti)

    · Recupero del Contribuente del suo Valore Sociale e Morale

    VANTAGGI PER LO STATO

    · Recupero del 90% dello stato di credito vantato in tempi ragionevoli con l’immediatezza di introitare capitali senza che l’Ente preposto alla riscossione e di conseguenza anche lo Stato fossero gravati da spese e procedure ( in 20 anni non più del 50% oggi la media del recupero del pregresso si aggira intorno al 2,5% su base annua )

    · Recupero del 10% come stato sanzionatorio

    · Risparmio degli importi da sostenere per finanziare gli Ammortizzatori Sociali (CIG e DISOCCUPAZIONE, MOBILITA’ (mediamente lo Stato ne finanzia il triennio di legge)

    · Ripresa Economica per la nuova Redditualità del Sistema Produttivo

    · Ripresa dei Consumi e Beni Strumentali quindi con ripresa dell’industria manifatturiera pari a quella generata dalla Legge 449 sulle ristrutturazioni

    · Introito IVA sui consumi e acquisti

    · Ripresa del Mercato Interno dal quale è risultante il 75% del PIL

    · Assenza di cancellazioni e fallimenti delle Imprese

    · Le imprese che si cancellano dagli elenchi camerali diventano Lavoratori in Nero perché con l’eventuale assunzione rischierebbero il 1/5 dello stipendio

    · Le cancellazioni diventano l’iscrizione di nuova azienda con la quale operare per togliere i debiti della precedente attività , conseguenza che dopo tre anni va in crisi la nuova attività

    · I punti qualificanti di questa proposta interessano il 75% delle partite IVA , con particolare incidenza in quelle con Storia e con Dipendenti.

    REGOLAMENTO di DIFFERENZIALE APPLICATIVO

    · IL 10% per importi dichiarati

    · IL 20% per importi derivanti DA EVASIONE ACCERTATA ed ACCLARATA.

    Documento Elaborato da Giovanni Bevacqua

    Coordinatore Nazionale Gruppi di Proposta e Presidente Regionale Calabria Confartigianato Edilizia

    Eventuale contatto 366 3017413 337 871541 0961 794426

    http://www.clubpanterarosa.com/dblog/articolo.asp?articolo=258

    https://docs.google.com/document/pub?id=1Gs0zbRICetDVM_kLQwVjwnuZ3SBso1LzhTELbp-S504

    http://www.camera.it/_dati/lavori/stampati/pdf/16PDL0048990.pdf

  2. Gentile Capitano, la ringrazio per il suo contributo ad una discussione tanto importante che spero possa approfondite un dibattito utile al paese

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