GARDONE – L’alba è sempre rossa a Ciudad Dorada

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Paolo è portatore poco sano di una storia pazza. Paolo è un eroe. Paolo ‘tiene los cojones’. Paolo è diventato amico dei mafiosi di Ciudad Dorada. Paolo faceva il segretario alla Confcommercio; ora è volontario internazionale ed è stato in Venezuela dal marzo 2008 al dicembre 2011.

Paolo Romagnosi

È stato con i minatori di Ciudad Dorada. Un posto poco raccomandabile: se non ti consuma la polvere rossa che si infiltra, invadente, in ogni microscopico buco del tuo corpo, ci pensa il mercurio, usato per agglomerare l’oro, a minarti la salute; e se te la scampi dalla polvere e dal mercurio ci pensa il piombo caldo di una pistola qualunque a crearti un qualche problemino di sopravvivenza.

Perché il Paolo ha deciso di andare laggiù?

“Volevo cambiare aria. Ho cominciato a frequentare il Servizio di Volontariato Internazionale, ho fatto alcuni viaggi in America Latina e ho deciso di partire. Mica per aiutare nessuno… Sono loro, poi, che ti trascinano. Solo per cambiare aria, per vedere un altro mondo”.

Una chiamata? Forse. Lo sfogo di una inquietudine del vivere? Probabile.

Certo è che Paolo è felice e non vede l’ora di tornare da quelle parti. Ricominciamo. Paolo Romagnosi è di Gardone, classe 1972 (9 febbraio). L’occasione per scambiare quattro chiacchiere con lui è data dal libro che ha scritto durante questa sua esperienza. “Ciudad Dorada”, quartiere di Las Claritas, è un avamposto di ‘mineros’, di cercatori d’oro. La terra è ricca d’oro in forma alluvionale (più a nord si trova invece dentro i cristalli di quarzo).

Qui la gente vive costantemente in mezzo alla polvere; una polvere rossa che è morte e vita perché è ricca di oro. Ciudad Dorada è così chiamata perché, si racconta, il vento appiccicava la polvere alle lamiere delle baracche che brillavano, dorate, sotto i raggi del sole. L’oro qui lo estraggono lavando la polvere o frantumando i sassi. Nelle cave a cielo aperto gli uomini con pompe ad acqua scavano pareti e producono una preziosa fanghiglia.

Mescolando il mercurio con il fango si ottiene un amalgama di mercurio e oro. Bruciando questa pasta il mercurio evapora e rimane l’oro puro. Il primo problema, direttamente connesso all’uso del mercurio, è che questo metallo abbassa le difese immunitarie per cui i lavoratori sono facile preda di malattie. Prima tra tutte la malaria che si presenta in due forme: la ‘falciparum’ detta anche ‘cerebrale’ (provoca febbre che in Europa era chiamata ‘febbre terzana maligna’ e la cui mortalità può arrivare al 20%) e la ‘vivax’ (‘febbre terzana benigna’). La prima è molto spesso asintomatica; uno se la becca e non si accorge, è subdola; la seconda provoca febbre alta. Qui la malaria la contraggono 5 o 6 volte l’anno. A volte tutte e due insieme. Chavez, sia sempre benedetto, visto che i medici venezuelani mica ci volevano andare nei posti dei minatori, ha fatto venire dodicimila medici cubani che controllano assiduamente le condizioni di salute degli abitanti delle zone più arretrate. In due ore ti dicono se hai la malaria.

E i medicinali sono gratis.

Chavez, che il suo nome sia sempre lodato, ha dato dignità e autorevolezza al popolo, attraverso la diffusione delle scuole di ogni ordine e grado e, soprattutto, attraverso il conferimento di personalità giuridica alle associazioni che volontariamente amministravano di fatto i villaggi.

“In questo modo – spiega Paolo – i progetti di sviluppo partono dalle esigenze della popolazione e vengono velocemente finanziati. A noi, per esempio, hanno spiegato come formalizzare un progetto e nel giro di un mese abbiamo avuto i finanziamenti per il campo di calcio, per l’ambulanza e la corrente elettrica. Valore totale circa 100mila Euro”. Problemi diffusi, legati al tipo di società di Ciudad Dorada, sono l’AIDS e l’alcolismo. La prostituzione è molto praticata. I minatori rimangono settimane lontani da casa e le donne si arrangiano come possono. Negli accampamenti la cuoca è sovente anche donna di piacere. La causa principale di mortalità restano comunque le frane. Togliendo materiale con le pompe ad acqua ai piedi di pareti di terra si verificano frequenti smottamenti che raramente lasciano scampo ai poveri lavoranti.

“Una volta – racconta Paolo – ne abbiamo tirati fuori otto. Li abbiamo ammucchiati sul cassone del pick up. Sono bianchissi i cadaveri di una frana. Per questo la gente pensa che la terra, rossa di suo, succhi il sangue dei sepolti. Benedicono, quindi, con del rhum, il luogo della tragedia. Tornano lì il giorno dopo a scavare e immancabilmente, matematicamente trovano l’oro”. Liturgie e credenze di una società perennemente meravigliata, intimorita dalla potenza incontrollabile della natura, madre e matrigna. La giornata tipo di Paolo?

“Sveglia alle 8,30. Incontro Manuela, capofila dei Consejos Comunales, per stendere un programma della giornata. Alle 6 ‘aperitivo’ con i minatori che tornano dalle miniere. Il sabato birra con i boss mafiosi. L’appuntamento con i mafiosi aveva suscitato qualche perplessità. In realtà si è rivelato utile in diverse occasioni. Bisogna pensare a Ciudad Dorada come al quartier generale dell’organizzazione mafiosa. Se sei amico dei capi e ti comporti in modo ‘regolare’ nessuno pensa a farti del male o ad approfittare di te. Gli affari di mafia vengono sbrigati altrove, nelle grandi città.

A Ciudad Dorada la violenza è la violenza degli ubriachi, per questioni di donne o di soldi. Raramente è violenza legata a un’organizzazione mafiosa”. Il filo rosso dell’esperienza di volontario, spiega Paolo “è che devi spogliarti dalle tue esigenze per entrare totalmente nei problemi della gente. Non è difficile; a un certo punto ti viene naturale. Bisogna avere ben chiaro il concetto che lo sviluppo di una comunità deve partire dal suo centro.

Per questo la politica di Chavez, che Dio lo benedica, è una politica che porterà a un reale sviluppo del Venezuela, al di là degli aiuti che il nord del mondo invia per mettersi a posto la coscienza. Noi siamo abituati a pensare alla povertà come a un problema, ma il concetto va ribaltato: la povertà è un valore e come tale va condiviso. L’aspetto brutto della società di Ciudad Dorada è indubbiamente la violenza.

Tuttavia respiri una dignità, una speranza, una voglia di condividere tali che ti aprono alla certezza di un futuro roseo. A Ciudad Dorada il tempo è simmetrico rispetto al mondo occidentale: il tempo del lavoro è rilassato mentre quello delle relazioni umane è frenetico. Quando esci di casa impieghi un’ora per fare trecento metri: ti fermi chiacchieri con tutti, bevi caffè… Da noi invece il tempo del lavoro è frenetico e il tempo delle relazioni umane è relegato in un angolino del nostro vivere. Ma che mondo è quello nel quale i rapporti personali sono scomparsi?” E veniamo al libro ‘Nella polvere rossa’.

Mica semplice parlarne. Non è un racconto; non è un diario; non è un saggio. Se cercate esaurienti informazioni sulla vita di Ciudad Dorada avete sbagliato libro. Se cercate un circostanziato resoconto sull’esperienza di Paolo avete sbagliato libro.

Se cercate una razionale filosofia di vita avete sbagliato libro. Per fare un esempio sarebbe come se, appena arrivati da Marte in Valtrompia, vi mettessero di fronte a un grande pentolone dove stanno facendo la polenta e vi dicono di menarla. Prendete la canna e cominciate a rimestare la densa fanghiglia gialla che bolle, borbotta e bofonchia. Ogni tanto una sbrofola vi scotta la pelle (o le squame). Non capite niente dell’ evento ‘polenta’ ma restate affascinati, incuriositi, intrigati e… scottati.