Il giorno della memoria e, per qualcuno, della vergogna

0

Scrissi questo articolo un paio di anni fa, in occasione di quel giorno delle memoria. Non c’è – ancora oggi – altro da aggiungere. Ve lo ripropongo.

Il 27 gennaio si celebra la “giornata della Memoria” per ricordare le vittime della Shoah: una parola ebraica che significa “distruzione”.

È stata scelta questa data perché, in quel giorno del 1945, venne liberato il campo di Auschwitz che recava quella odiosa, beffarda scritta: “Arbeit macht frei”, cioè il lavoro rende liberi. Uno schiaffo in faccia per gli uomini e le donne prigionieri nel campo costretti a ritmi di lavoro massacranti, senza cibo a sufficienza, coperti di stracci infestati da pidocchi.

E’ giusto aprirsi alle testimonianze di vita degli ultimi superstiti, perché una società è tale se i vivi sanno ricordare i morti e fanno tesoro di quello che viene trasmesso per tenere accesa la candela della memoria. Una memoria che ci deve portare ad un impegno sempre maggiore. La decadenza collettiva dipende da una decadenza individuale.

L’ impegno individuale porta ad una crescita sana e robusta della collettività. Un mio giovane studente ha scritto: “Basta vedere la qualità della vita oggi, la qualità dell’ aria che respiriamo e ci rendiamo conto che pochi danno il loro contributo”.

Nel ricordare la Shoah non dobbiamo dimenticare le nostre responsabilità quotidiane. Per gli studenti un esempio che vale è arrivare a scuola puntuali; per gli adulti potrebbe essere l’ impegno e la dedizione responsabile nel lavoro. La Shoah è stata in effetti l’assenza di regole e di mancanza di responsabilità dell’ uomo.

Vivere nel ricordo di questo giorno oggi significa allora coltivare il dialogo, che non va confuso con contestazioni, richieste, reclami. Il dialogo è scambio. Le cause che lo bloccano sono l’incapacità di accettare il punto di vista dell’altro, il rifiuto di riconoscere i problemi dell’altro e la paura che l’altro abbia gli stessi atteggiamenti nei nostri confronti.

Oggi, oltre a tutto questo, sono anche necessarie qualità come iniziativa, creatività, imprenditorialità. Si deve coniugare in sé qualità e virtù che, in passato, erano considerate addirittura antitetiche: da un lato si deve essere creativi, individuare nuovi problemi e nuove soluzioni; fare continuamente nuove proposte, avere slancio ed entusiasmo; spendersi per fare accettare nuovi progetti, credere in se stessi; dall’altro lato essere pronti a rinunciarvi se all’orizzonte se ne profilano di migliori, essere disposti addirittura a condividerli e portarli avanti come se fossero nostri.

E questo, spesso diventa un problema: una persona attiva, entusiasta, creativa, quando una sua proposta non viene accettata o viene messa addirittura in discussione dal gruppo a cui viene presentata, si abbatte, si richiude in se stessa, diventa non collaborativa. Oggi questo non possiamo permettercelo: dobbiamo continuare a proporre ed a saper rinunciare, dobbiamo continuare ad essere capaci di collaborare con tutti.

Nessuna società, però, cresce se al proprio interno non esiste un clima amichevole: è per questo che accanto alle doti di competizione è necessario che sviluppiamo anche qualità umane come la gentilezza e la capacità di chiedere scusa, di riconciliarci. Capisco che le amicizie sono spesso fragili, qualche volta ipocrite, perché funzionali ad interessi di parte. Però sono ugualmente preziose perché rappresentano uno spiraglio di delicatezza ed umanità in un rapporto che sarebbe, altrimenti, arido e sempre conflittuale.

In sostanza dobbiamo saper essere freddi e razionali, saper pianificare con metodi rigorosi il futuro da un lato e, dall’altro, avere intuizione e sensibilità per cogliere il nuovo che ci arriva ogni giorno in una massa di dati convulsi, dove i segnali importanti sono a volte deboli e nascosti.

Il nuovo non si presenta mai con chiarezza: è silenzioso, subdolo. Per coglierlo dobbiamo svuotare la mente, chiudere gli occhi, saper ascoltare. Non la classica via di mezzo: un po’ di questo e un po’ di quello, per non esagerare!

Al contrario, è saper competere e riconciliarci, proporre e rinunciare; metodo e intuizione, fermezza e tatto. Regole e impegno quotidiano.