Commercio, liberalizzazioni e cambiamenti

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Uno degli argomenti più discussi in questi giorni, dagli addetti ai lavori ma anche no, riguarda la normativa ripescata dal governo Monti – ma già presentata da Berlusconi – sulle liberalizzazioni degli orari d’apertura delle superfici commerciali.

Assistiamo ad un’alzata di scudi da parte delle organizzazioni di categoria, in difesa dei soliti interessi corporativi, chiamando in causa addirittura il diritto a “vivere il calore del casolare domestico e della famiglia” e il diritto “di santificare le feste andando alle funzioni religiose che appartengono alla nostra tradizione culturale”; oppure facendo riferimento sempre alla certezza che gli orari d’apertura liberalizzati causeranno il sopravvento definitivo dei centri commerciali e della grande distribuzione a danno dei piccoli negozi di vicinato che saranno obbligati a chiudere con conseguente perdita di posti di lavoro.

Se affrontiamo l’argomento per punti e senza preconcetti ci accorgiamo di quanto siano primitive queste posizioni e quelle di governatori e sindaci che minacciano – addirittura – ricorsi alla corte costituzionale o altri organismi di dubbia competenza. Ma vediamo perché.

1) I ricorsi contro la norma. Dice – giustamente – l’assessore al Commercio, Turismo e Servizi della Regione Lombardia, Stefano Maullu. “Non ci sono le condizioni per un ricorso alla Corte costituzionale perché il governo è intervenuto sula libera concorrenza, che è materia di competenza statale. Il commercio, invece, è di competenza regionale”. E su questo – aggiungo io – non c’è altro da dire.

2) Perdita di posti di lavoro. La stragrande maggioranza dei negozi di vicinato è a “gestione famigliare”, senza dipendenti se non parenti entro il secondo grado, che consente la costituzione di “impresa famigliare” con notevole risparmio sulla contribuzione Inps. Quindi difficilmente andremmo incontro a perdita di posti di lavoro ma – semmai –ad una razionalizzazione degli orari d’apertura. Nessuno impone di aprire alle 8 e chiudere alle 23. I piccoli negozi di vicinato hanno caratteristiche per lo più di nicchia e di tradizione: per loro conta esserci quando lo richiede il cliente e l’esperienza, in questo caso, può consigliare la soluzione migliore. Valga l’esempio di una gelateria: orari flessibili con punte massime in estate e minime in inverno. Semmai il problema potrebbero essere modelli contrattuali, per chi ha dipendenti, troppo rigidi rispetto alle necessità di mercato.

3) Chiusure dei piccoli negozi. Fonte “Annuario statistico italiano 2011”, rapporto dell’Istat distribuito pochi giorni fa, pagina 437, tabella sugli esercizi commerciali al dettaglio in sede fissa per regione. I numeri parlano chiaro: negli ultimi tre anni, nonostante la recessione, i possibili effetti delle liberalizzazioni dell’ex ministro delle Attività produttive Bersani e l’avanzare dei centri commerciali, i negozi non solo non sono diminuiti ma sono addirittura aumentati. Gli esercizi commerciali nel 2008 erano 775.421 e sono diventati 776.365 alla fine del 2010. E “L’analisi economico strutturale del commercio italiano” dell’ultimo studio ministeriale conferma: “Contrariamente alle aspettative si registra un’evoluzione positiva della numerosità dei punti vendita attivi che nel 2010 si incrementano di oltre 3.600 unità, pari allo 0,5 per cento dello stock complessivo, costituito sia dalle sedi di impresa che dalle unità locali”. E ancora: “Pur essendo il 2010 ancora nel morso della crisi – scrivono i ricercatori del rapporto del ministero dello Sviluppo economico che studiano da decenni il settore distributivo – alcuni settori tra cui il commercio hanno invece dimostrato una notevole vitalità del sistema imprenditoriale di riferimento, registrando dinamiche di ampliamento della propria base”. Come mai? Gli autori dell’analisi economico-strutturale sottolineano “il consistente aumento delle unità locali, che risultano le vere protagoniste nelle crescite di nuove aperture ed evidenziano l’evoluzione del settore verso un universo caratterizzato da un numero sempre maggiore di imprese plurilocalizzate”. In altri termini, diminuiscono le aziende al dettaglio che hanno un solo esercizio commerciale e crescono quelle che hanno più negozi che fanno riferimento a un’unica sede di impresa

4) Infine il vero problema. “Non basta tenere aperti i negozi per qualche ora in più per aumentare le vendite e, quindi, dare slancio all’economia. I budget delle famiglie e dei consumatori, infatti, sono gli stessi e non aumenta la capacità di spesa se i negozi restano aperti per un tempo maggiore” (sempre l’assessore Maullu).

In considerazione di quanto sopra mi sento di confermare la mia idea iniziale su questo tema: con le liberalizzazioni non succederà proprio nulla e proprio perché le famiglie italiane, tartassate della tasse e dalla crisi, hanno perso una parte importante del loro reale potere d’acquisto. Se fosse il contrario, se sul mercato ci fosse abbondanza di liquidità per famiglie e imprese, ci sarebbero benefici sicuri per i consumi perché la gente spenderebbe.

In realtà la grande distribuzione organizzata e i supermercati, sempre affamati di nuovo fatturato, nella fase iniziale certamente amplieranno i loro orari innescando innalzamenti del costo del lavoro. La fase immediatamente successiva sarà quella in cui gli stessi protagonisti cercheranno di scaricare sui fornitori il peso dei loro costi ma i fornitori, essendo già stati spremuti da anni di politiche dissennate, non potranno scendere oltre con i prezzi.

Alla fine tutto tornerà come prima, con buona pace di chi sta facendo un’inutile gran cagnara e avremo la conferma che il mercato è il miglior regolatore di se stesso.

Certo tutto questo avverrà nell’arco di due o tre anni e nella fase iniziale qualche squilibrio potrebbe anche succedere, ma poca cosa di fronte al grande cambiamento già in atto, ma non per colpa delle liberalizzazioni.

A mutare è stata la società tutta che ha radicalmente cambiato la sfera dei rapporti sociali e il volto delle “classi sociali” come eravamo abituati a conoscerle in Italia. Il mercato del lavoro e le sue regole, immutate da anni a livello normativo sono state stravolte sul pian pratico dall’avvento di nuove professionalità che richiedono luoghi strumenti e orari di lavoro completamente differenti.

La composizione etnica della società italiana ha visto affacciarsi gruppi di nazionalità diverse che hanno avviato attività imprenditoriali con  una produttività che da noi era prima sconosciuta, spesso anche con problematiche legate alla tutela dei lavoratori Senza tenere nella giusta valutazione tutti questi aspetti del problema si rischia di fare quello che accade normalmente in Italia: discutere del sesso degli angeli.

2 Commenti

  1. L’apertura indiscriminata dei negozi, (in pratica sarà solo dei centri commerciali, che hanno ricevuto questo regalo politico), non ha alcuna ragione giuridica, non trattandosi di servizi essenziali e indispensabili per la collettività e altera in modo grave e pregiudizievole l’alternanza dei tempi di vita e di lavoro costituzionalmente salvaguardati nell’interesse della persona, lavoratori in primis.
    In pratica la domenica diventa sempre più tempo del lavoro, in cui prevale la logica del consumo e sempre meno tempo della festa e del riposo, della riflessione sul proprio lavoro e della socialità, oltre che della famiglia.
    Lo shopping domenicale non è un bene assoluto, un elemento di liberazione dell’uomo che finalmente può consumare quando vuole, come invece qualcuno ci vuole far credere.
    Qualcuno potrà contrapporre le esigenze, sacrosante, dei consumatori. Sta bene.
    Ma un’offerta commerciale, in Lombardia dalle 7 alle 22 per tredici ore quotidiane e anche per ventidue domeniche all’anno di apertura non costituisce un’amplissima possibilità di scelta? Non sono sufficienti per lo shopping?
    I consumi non aumenteranno con l’estensione degli orari, ma si sposteranno dal commercio “debole” a quello “forte” e non è certo il consumismo la risposta giusta alla crisi.
    E se invece riscoprissimo il “valore” del risparmio?

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