Tremonti avverte chi elude il fisco: il segreto bancario è finito

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Un Tremonti scatenato e un po’ – aggiungerei – paradossale. “Gli evasori lo sappiano, il segreto bancario è finito”. Parola del ministro dell’Economia Giulio Tremonti che, in una lunga intervista di sabato 8 ottobre al quotidiano Avvenire, torna sulla manovra-bis varata dal Governo. “L’Agenzia delle entrate – spiega il titolare di via XX Settembre – ora può chiedere alle banche informazioni fondamentali e incrociarle con le dichiarazioni. Se qualcosa non torna scatteranno i controlli. La lotta all’evasione – prosegue ancora il ministro – è necessità morale e politica”.

Il ministro stoppa l’ipotesi di un nuovo condono: “Vorrebbe dire – chiarisce Tremonti – frenare sul nascere il progetto di contrasto all’evasione, sarebbe un togliere forza al nostro vero obiettivo. Finora le entrate da lotta all’evasione fiscale e contributiva sono servite sistematicamente per finanziare la spesa pubblica: sanità, pensioni, assistenza… Il condono minaccia però l’afflusso di queste entrate negli anni a venire, che finirebbero per cancellarsi. E, così facendo, alla fine ci troveremmo con maggiore deficit”.

Tremonti insiste sugli eurobond e difende le misure anti-evasione. Ma ammette errori nella manovra. Ricorda quindi i risultati della lotta all’evasione: 25 miliardi recuperati in termini di cassa nel 2010. “È un dato oggettivo – osserva il ministro – è una cifra colossale. Non ci saranno – si affretta a precisare il titolare di via XX Settembre – traumatiche azioni di polizia tributaria. La sfida è aprire una fase di presa di coscienza. Bisogna muoversi con gradualità e se il progetto verrà realizzato con prudenza ed equilibrio, io spero che sia così, darà risultati importanti; se dovessimo fare l’errore di spingere troppo sull’acceleratore, rischieremmo di uccidere il progetto prima che parte. Di trasformarlo di fatto in un boomerang”.

Il ministro si sofferma infine sul cambio di strategia che sarà alla base della nuova sfida all’evasione. “Dobbiamo usare di più le banche e i Comuni. Abbiamo deciso di coinvolgere i Comuni nel controllo del territorio anche per questo aspetto vitale. E, soprattutto di usare meglio i dati degli istituti di credito e di ridurre davvero il segreto bancario, come succede nel resto dell’Europa. Insomma – conclude il ministro – se si vuole ridurre l’evasione dobbiamo trasmettere un messaggio non poliziesco ma sociale, di deterrenza. Solo aggiungendo alla repressione la prevenzione sarà possibile intensificare significativamente il contrasto all’evasione”.

E bravo Giulietto. Lo ricordo quando – superministro in erba mi conquistò dicendo che l’85% del gettito fiscale era dato da dodici tasse ed il rimanente 15% dagli altri 108 balzi e balzelli che – parole sue – “rendevano invivibile la vita ai contribuenti italiani”.

Ci avrebbe pensato lui, se avessero vinto le elezioni, a risolvere la cosa semplificando le regole a gettito invariato. Grande! Lo votai, solo per quella promessa, che a me parve luminosa, di semplificarci la vita. Poi – nei successivi 20 anni, circa – abbiamo scoperto che non è stato possibile per colpa dei magistrati, dei giornalisti, dei burocrati e dell’opposizione tutta, indistintamente, di estrazione bolscevica.

Sì, perchè se fosse stato per quella banda di irriducibili liberali veri che ci ha governato, anche se – lo ammetto – a corrente alternata, perchè i bolscevichi, seppur per un breve periodo, s’impadronirono del potere, se fosse stato per loro – dicevo – saremmo già stati liberati.

Pensate che stia scherzando? Avete ragione. Ma è ironia amara e disgustata. Pensare che l’Agenzia delle Entrate possa spiare i movimenti del mio conto corrente è una cosa che mi fa sentire “violato” nell’intimità. E c’entra poco che uno sia o no un evasore fiscale.

C’entra la non eticità di politici che si fanno gli affari loro – e vi invito a ricordare la casa in affitto al cui pagamento, il signor ministro, contribuiva con 4 mila euro in contanti tutti i mesi, alla faccia della tracciabilità – e di uno stato che arraffa il 58% del nostro reddito annuo.

C’entra la poca lungimiranza di chi, per nascondere la propria inadeguatezza, getta la colpa di tutti i mali fiscali del paese su fasce sociali produttrici di reddito ma accusate di aver creato il debito pubblico con la loro evasione ed elusione fiscale, dimenticando che le teste della gente più sono vuote e più in fretta diventano calde.

E di teste vuote e calde le piazze sono piene. Seminando odio si finisce per raccogliere piombo.

A cavallo degli anni 80 ne abbiamo già avuto esempi luminosi e, francamente, chi ricorda quegli anni farebbe volentieri a meno di un futuro che torna a quel passato.