La furiosa caccia agli evasori

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“È assai poco berlusconiano l’emendamento col quale ieri, per la terza volta in due settimane, il governo ritiene di avere trovato un compromesso sulla manovra finanziaria. Delineare un orizzonte di giri di vite fiscali, manette per i «grandi evasori», pubblicazione dei redditi da parte dei Comuni, rappresenta un rovesciamento della filosofia di Silvio Berlusconi. Si tratta di misure che appena tre anni fa venivano rimproverate ad una sinistra accusata di vampirismo tributario. Oggi Lega e Pdl sono costretti a farle proprie: al punto che non ci si può non chiedere se siamo davvero di fronte alla versione definitiva”.

Era questo l’attacco di un pezzo di Massimo Franco sul Corriere.it di ieri. Non pubblico pezzi di giornalisti più quotati su giornali più blasonati del nostro per avere un sostegno “di rango” a quanto personalmente penso. Lo faccio perché ritengo inutile ripetere concetti espressi già in modo molto chiaro anche da altri.

Intendiamoci, sono molti i colleghi che – pressochè tutti i giorni – hanno detto la loro su questa manovra che non vede mai fine. Noi ci siamo astenuti perché tutti i giorni ci sono smentite e nuove ipotesi al vaglio del cdm. Inutile mettersi a valutare proposte che scompaiono e riappaiono come per magia.

Nel frattempo abbiamo chiesto ad alcuni commercialisti – tra i più noti a Brescia – che commenti era possibile fare su questa manovra finanziaria. Io non sono un esperto in materia e, diffidando sempre dei tuttologi – ce ne sono in giro anche troppi – mi affido agli esperti.

Bene, il commento unanime che ho ricevuto è stato pressappoco questo: “Nessun commento fino a quando la manovra non sarà stata approvata dal parlamento. Ormai non leggo nemmeno più i pezzi che compaiono sul 24 ore, mi limito ai titoli, per evitare di perdere tempo”.

Che dire? Se nemmeno più gli addetti ai lavori si sbilanciano c’è poco da stare allegri.

A me, però, qualche ragionamento piace farlo. Sull’onda anche di alcune frasi rubate al bar tra un caffè e l’altro. La gente – anche quella che l’ha votato – comincia a pensare che il Cav sia ormai sicuro di perdere le prossime elezioni, qualunque sarà il momento in cui si andrà a votare. Non gli rimane che cercare di lasciare di sé un ricordo da statista consapevole, lontano da quell’immagine d’imprenditore che diceva – più o meno e in ripetute occasioni, scandalizzando l’opposizione – che “sì, insomma, fare qualche lavoretto in nero, non era poi un gran reato, ci si arrangiava un po’ ad arrotondare lo stipendio” oppure “si poteva anche capire se una volta ogni tanto non si emetteva uno scontrino, con quella pressione fiscale!…”

Ho citato a memoria, senza la pretesa di ricordare le parole esatte, ma quello era il senso.

Uno “statista consapevole” non avrebbe mai detto ciò che un imprenditore liberale pensava convintamente.

Chiaro che, di fronte alle ultime indiscrezioni sulla manovra, Massimo Franco ha ragione quando parla di rovesciamento della filosofia berlusconiana. E credo abbiano ragione anche i “quattro amici al bar” quando dicono che ormai, il Cav, cerca di accreditarsi come uno “statista consapevole” che cerca di combattere la “piaga” dell’evasione fiscale con tutti i mezzi disponibili e forse – aggiungo io – anche qualcuno in più, di quelli disponibili.

Rimane da capire se tutta questa grande foga impiegata per stanare i grandi e piccoli evasori faccia più male che bene e a chi può farne, oltre che essere una furba operazione d’immagine per l’esecutivo – per le ragioni che, ora , provo a spiegare.

I grandi evasori sono noti da tempo o, per meglio dire, è noto da tempo dove andare a cercarli. Certamente non tra le tante migliaia di piccoli commercianti, artigiani, liberi professionisti che lavorano 16/18 ore al giorno per salvare baracca e burattini dalla grande crisi che ci ha investito dal 2008.

Pare quanto meno sospetto svegliarsi solo ora sulle evasioni che coinvolgono i grandi capitali.

Quanto ai piccoli evasori, quelli costretti a “fare qualche scontrino in meno per sopravvivere”, a metterli quotidianamente alla gogna mediatica indicandoli come il male assoluto del nostro paese, qualche rischio – serio – lo si corre.

Sentite cosa mi riferiscono alcuni operatori commerciali, sia di negozi di vicinato che dei grandi centri commerciali: “I clienti ci chiedono in modo ‘brusco e incazzato’ di fare immediatamente lo scontrino, ancor prima di aver dato il resto, come se fossimo delinquenti o ladri responsabili del debito pubblico e della crisi dell’Italia”.

Il rischio che si corre è quello di mettere gli uni contro gli altri intere fasce sociali del paese e di finire per mettere tutti contro tutti perché – tutti –siamo, prima o poi, consumatori e/o fornitori di qualche bene/servizio.

Siamo sicuri che è ciò che vogliamo?

A me pare che la spirale del “tanto peggio, tanto meglio” possa andar bene a chi oggi c’è e domani non sa.

Ma la tenuta di rapporti di civiltà tra fasce sociali, tra comparti produttivi importanti del paese e il libero mercato ma – più concretamente – tra abitanti di uno stesso quartiere,  tra padri e figli, tra negozianti e consumatori, tra giovani e anziani, non è un valore a cui vale la pena di dedicare qualche respiro d’intelligenza in più che non poche battute a margine di elenchi della spesa che considerano solo il dare e l’avere di una partita doppia di ordine contabile?

Ho parlato, in merito alle misure antievasione, di operazione d’immagine favorevole all’esecutivo e vi spiego perché. Sapete quanti sono già i dati contenuti nei vari database in possesso delle varie agenzie che fanno capo al ministero dell’economia? 890milioni!

Qualcuno pensa seriamente che aggiungendone altri miglioreranno le performances dei controlli? Da parte di un’amministrazione finanziaria perennemente a corto di personale e che non ha i soldi per assumerne altro?

“Ma ci faccia il piacere!”, chiosava il principe De Curtis meglio noto come Totò.