Negozi liberi di aprire quando vogliono. Cosa succederà?

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Abbiamo iniziato un viaggio – con l’articolo del 25 agosto sulle misure anticrisi che il governo avrebbe preparato per il comparto commercio – teso ad analizzare le tante sfaccettature di un mondo che, negli ultimi anni, ha cambiato la propria fisionomia fino a renderla irriconoscibile.

Perchè oltre all’affermazione definitiva della grande distribuzione e dei centri commerciali, realtà che però è già in mutamento, è cambiata la categoria. Sono cambiati i commercianti stessi.
Una volta si accedeva a questa attività soprattutto per avvicendamento generazionale e chi andava a sostituire i padri, o i parenti più prossimi, “respirava” l’aria del negozio fin da ragazzo. Viveva “familisticamente” a stretto contatto con la realtà commerciale, assorbendone pregi e difetti, problemi e soluzioni.

Poi, all’improvviso, e parliamo della seconda metà degli anni 90, tutto ciò che pareva immutabile è cambiato alla velocità della luce e sta continuando a cambiare sempre più velocemente.
All’inizio fu l’avvento nel settore commercio di nuove figure interessate ad avviare o rilevare le attività in vendita grazie a buoni uscita da realtà industriali in crisi; grazie a pensionamenti anticipati; grazie anche al fatto che nuove forme di finanziamento, spesso sponsorizzate anche da ditte fornitrici di materie prime e macchinari, si sono rese disponibili da quegli anni; grazie al successo di nuove formule di partenariato – come ad esempio il franchising – mai sperimentate prima.

Poi, negli anni a seguire, con le indiscriminate aperture dei centri commerciali, all’interno dei quali le grandi catene si affidavano per le aperture a figure professionali spesso professionalizzate in modo approssimativo, si è assistito a quello che molti operatori del settore hanno definito “lo scempio del commercio”. Nei nuovi negozi erano inseriti ragazzi e ragazze usciti da una scuola che non preparava gli studenti in modo adeguato mancando indirizzi specialistici, oppure gente in attesa di un lavoro più gratificante o attinente agli studi fatti, o più semplicemente giovani che ambivano a fare le commesse attratte dai “palcoscenici luminosi delle grandi griffes” della moda.

Certo, le crisi che si sono abbattute pesantemente sulla nostra società nel corso degli anni – dai novanta in avanti – non hanno certo aiutato. Ma una grossa mano al fato l’hanno data i commercianti stessi incuranti della necessità di professionalizzare se stessi e un settore all’interno del quale i moderni sistemi di controllo di gestione informatizzata non sono – in molti casi – ancora stati implementati. La mancanza “cronica” di una capacità di fare “massa critica” associandosi in modo compatto per categoria – senza vecchie divisioni ideologiche e politiche – ha fatto la sua parte nel mantenere divisioni e contrapposizioni che non hanno giovato al mercato.

La prossima volta analizzeremo il mercato dei negozi di vicinato e i centri commerciali