Il calcio, che “pall…one”

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So già – con largo anticipo – che, con le cose che sto per scrivere, mi attirerò le ire di molti lettori tifosi di calcio, che nelle nostre valli non sono certo  pochi.

Pazienza. Non è cercando il consenso “a tutti i costi” che si fanno buoni giornali.

Confesso di essere stato, in gioventù, un ammiratore – tifoso mi parrebbe esagerato – della Juventus e questo non depone a mio favore ma avevo vent’anni e, come scrisse un noto cantautore “a vent’anni si è stupidi davvero”.

Quindi posso capire l’entusiasmo che accompagna i tifosi in certe circostanze e la passione che alcuni di loro ci mettono nel seguire le vicende della squadra del cuore.
Ma, di fronte allo sciopero che hanno deciso i calciatori, l’unica cosa che mi viene in mente è che sarebbe lecito prenderli a calci nel culo. A prescindere. Qualunque ragione possano avere.

Lo sciopero è un diritto sacrosanto dei lavoratori. Sancito dalla Costituzione a difesa delle classi sociali più deboli, come i “padri costituenti” individuarono essere i lavoratori dipendenti.
Si possono – ai giorni nostri e nell’attuale situazione economica – considerare “classe sociale debole” i calciatori milionari?

Fine della trasmissione. Poi – mi rendo conto – la trasmissione non finisce certo qui. Attorno al calcio ruotano interessi miliardari, diritti televisivi, sponsor, incassi, non ultime le tasse che lo stato incassa dal variopinto universo calcistico e mettiamoci pure la gnocca, che fa sempre “audience”.

Ma quel che sta succedendo è moralmente scandaloso e qualcuno lo dovrebbe spiegare a “quei 22 ragazzotti in mutande che rincorrono una sfera”, come li dipingeva la mia “profe” d’italiano alle superiori che, più che un’insegnante è stata una vera maestra di vita (ma questa è un’altra storia).

Cari tifosi vi faccio una proposta. Scioperate voi contro questi calciatori. Non andate per protesta – decidete voi per quante settimane – a vedere la partita del pallone. In alternativa portate la moglie – o la morosa, o l’amante – a fare una passeggiata, a mangiare una pizza oppure – che ne so – a vedere le stelle.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa il mio amico Cobrix – ammiratore mai pentito di quel bravo e serio calciatore bresciano che è l’Andrea Pirlo da Flero – tanto ammirato d’avergli dedicato un commovente articolo che pubblicammo a fine maggio, di cui ora vi ripropongo alcuni brani:

“Non me l’aspettavo proprio. Andrea Pirlo ha lasciato il Milan dopo un decennio di successi e di soddisfazioni…A mio figlio Renzo sono venuti i lacrimoni  e io ho il magone ancora adesso. Dopo essermi vergognato di me stesso (mi sono detto: sono vecchio, amo la letteratura e la musica, ho visto cose ben più gravi per cui soffrire, chi se ne frega in fondo di uno che ha avuto tutto dalla vita sol per l’abilità di trattare con i piedi una sfera in cuoio) ho realizzato invece che non c’è nulla di cui vergognarsi. …Appunto, Andrea Pirlo, la faccia, ce l’ha proprio bella perché è una faccia che rispecchia appieno il suo proprietario.
Basta, infatti, guardarlo per capire la pasta di cui è fatto. Un timido, senza dubbio, davanti agli estranei, quel mezzo sorriso mai lasciato libero, segno di simpatica pudicizia. Poi la parlata, da lombardo non pentito, fatta di poche frasi misurate, dette mezzo piano con la voce sempre un poco roca, da cui emerge, senza possibilità di errore, l’humus culturale, in senso antropologico, che lo permea: un bassaiolo di Lombardia, concreto e legato alla sua famiglia con le opere quotidiane e non con le chiacchiere, uno che quando parla del suo talento esordisce ringraziando in primo luogo il Signore che glielo ha dato (incredibile, per bellezza demodé, un’affermazione del genere nel tempo della volgarità, dell’arroganza e dell’ego ipertrofico). Infine il suo mestiere, da sempre svolto con grande serietà; mai una sbavatura, mai una polemica, mai un atto di violenza verbale o fisica nei confronti di avversari che talvolta, per frustrazione, arrivavano a  mulinare pedate a questo brevilineo che – con intelligenza rara – sopperiva ad una velocità non eccelsa con tempi di smistamento della sfera dieci volte inferiori alla norma e che nascondeva il pallone con quel ghirigoro del corpo che finiva per mostrare le terga all’avversario cui non restava che ringhiare invano. No, no, ripeto, ho il magone ma me lo tengo e non me ne vergogno perchè se ne è andato non un omuncolo ma un simbolo luminoso…”

Caro Cobrix chissà cosa pensa Andrea Pirlo dello sciopero della sua categoria.

Intanto facci sapere cosa ne pensi tu. Io – la mia – l’ho già raccontata.