Negozi liberi di aprire quando vogliono. Cosa succederà?

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La nuova stangata non si sa ancora dove andrà a parare ma una cosa è certa: ci faranno credere di essere dei liberali veri perché liberalizzeranno gli orari e i giorni di apertura di tutti i negozi – o così pare ad oggi –

Sarà un’altra ecatombe di piccoli dettaglianti di vicinato, quelli che animavano i rioni e le città e conservavano le tradizioni commerciali, garantendo anche la sicurezza e il presidio del territorio. A tutto vantaggio, ma solo iniziale, dei centri commerciali e della grande distribuzione.

E’ un po’ che non mi aggiorno sulla situazione del rapporto statistico tra densità di abitanti e superfici commerciali di centri e grande distribuzione, ma qualche anno fa – fatto 100 tale rapporto numerico in Italia – in Lombardia si saliva a 200 e a Brescia addirittura a 300 come in Inghilterra, Francia e Stati Uniti, nazioni ben più evolute dal punto di vista distributivo.

Era il 1988 – preistoria – quando a Brescia si inaugurava il “Margherita d’Este” e a Milano il “Bonola”. Dopo d’allora la catastrofe. Una girandola di apertura a raffica senza alcuna programmazione, anche se facevano credere che la programmazione fosse d’avanguardia.

Fino ai giorni nostri, quando la libertà d’apertura è legata, per ora, solo a motivazioni d’interesse turistico. Basta che passi un rigagnolo con quattro sfigati che s’abbronzano al sole e fanno il bagno nelle acque maleodoranti che s’invoca la ragione turistica per le aperture.

Intendiamoci, da liberale sono a favore della totale libertà decisionale del singolo commerciante, che avrebbe dovuto essere introdotta da sempre. Contesto – invece – che questi provvedimenti servano a rianimare il comparto del commercio al dettaglio, agonizzante da anni e non solo per la crisi.

So già che la grande distribuzione plaudirà le nuove leggi, pregustando la prematura scomparsa della concorrenza dei negozi di vicinato. Chi è già in debito d’ossigeno non assumerà mai altri dipendenti per ampliare le aperture e nemmeno è pensabile che i titolari – da soli – lavorino sette giorni la settimana senza mai riposare, o avere tempo per la contabilità e la parte  fiscale.

Ma se i bacini di utenza dei potenziali clienti rimangono inalterati, anzi diminuiscono quelli con elevato potere d’acquisto, finiti i negozi di vicinato inizierà una feroce concorrenza, per altro già esistente, tra centri commerciali e grande distribuzione. Questa guerra, in assenza di allargamenti dei bacini d’utenza, si concretizzerà in drammatici tentativi di contenimento dei costi di gestione. E quando avranno finito di strizzare i fornitori e i dipendenti con estenuanti bracci di ferro sindacali, cominceranno a chiudere la domenica e a fare solo le ore canoniche, come prima che iniziasse la rivoluzione prossima ventura.

Tommasi di Lampedusa, nel Gattopardo, faceva dire al protagonista –“Bisogna che tutto cambi perché tutto torni come prima”-

Uguale per il commercio al dettaglio. Ma quanti cadaveri lasceremo sul cammino?