Se fosse veramente così sarebbe solo un brodino

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di Nicola Porro da ilGiornale.it del 12 agosto

Ieri il governo ci ha servito un brodino. Niente di più, niente di meno. È ciò che ci serviva? No. Cerchiamo di spiegare meglio. L’Italia, come abbiamo sostenu­to per primi e fino alla nausea, è solo un anello della catena di questa crisi finanziaria. Anche una manovra esplosiva, in termi­ni puramente quantitativi, servi­rebbe a poco. Il punto, sembrerà assurdo, non è quello di rispondere ai mercati, ma ai contribuenti e alle nuove generazioni, che non pagano le tasse, ma hanno sulle spalle le ipoteche del passato.

Negli ultimi anni, dal punto di vista contabile, il governo italiano ha tenuto a bada i conti meglio di tutte le economie forti. Ma non ha affrontato il futuro. Ha tagliato la spesa con sapienti manutenzioni: per la prima volta essa non è cresciuta in termini assoluti. Ma non l’ha radicalmente riformata. Il bilancio di uno Stato, come quello di una famiglia, è fatto di due grandi banali voci: entrate e uscite. La tendenza di tutti gli ultimi governi è stata quella di adeguare le entrate alle uscite. Discorso simile vale per le altre democrazie occidentali. Anzi queste ultime, e in specie gli Stati Uniti, hanno speso a più non posso. Una gigantesca presa in giro. Tutto ciò ha a che fare con il brodino di ieri. Una delle componenti fondamentali di questa corsa pazza è la condivisione delle responsabilità. E l’Italia in questo è maestra. Il sistema più facile si chiama concertazione.

E cioè la trattativa continua con le parti sociali di ogni minima scelta di politica economica. La prima grande riforma che un governo liberale dovrebbe adottare è far da sé. Avete capito bene. Buttare a mare quel feticcio per il quale ogni operazione di politica economica si debba contrattare con sindacati e Confindustria. Un governo che si rispetti agisce in base a un programma elettorale condiviso con gli elettori e non con la continua ed estenuante trattativa con le parti sociali. Sarebbe una piccola rivoluzione. Se le proposte sul mercato del lavoro annunciate ieri venissero davvero intraprese senza tanti fronzoli e dibattiti, il brodino potrebbe insaporirsi. Seconda operazione indispensabile: la previdenza. Di circa 800 miliardi di spesa pubblica, 300 se ne vanno in previdenza e assistenza. Non si può pensare di continuare con i trucchi delle finestre di uscita: mosse che hanno un peso dal punto di vista di cassa, ma che non hanno alcun effetto strutturale.

Il governo si assuma la responsabilità di una scelta definitiva. Ha quattro opzioni: tagliare l’anzianità, aumentare l’età pensionabile, parificare l’età per le donne e lavorare sui trattamenti di reversibilità. Quattro interventi che agiscono su chi ancora lavora. Ne scelga uno, o trovi un mix adeguato. Fino a oggi l’esecutivo ha fatto una serie di micro operazioni che stanno dando i loro frutti dal punto di vista contabile. Ma non cambiano il patto sociale tra generazioni. D’altronde quelle di oggi votano e sono iscritteaisindacati, quelledidomanisono in mente dei . La crisi delle Borse e del debito è un buon alibi per darsi da fare. Terza operazione: non toccare le imposte. Nel brodino di ieri ci sarebbe l’aumento della tassazione delle rendite finanziarie. Si tratta di un ingrediente marcio. Non porterà gettito: si prevedono 800 milioni, ma forse i conti converrebbe farli alla luce delle grandi minusvalenze di queste settimane. E comunque abbiamo già più volte detto che si tratta di una doppia tassazione.

Le rendite finanziarie non cadono dal pero, ma dai risparmi accumulati lavorando e dunque già abbondantemente tassati. Ha più l’apparenza di essere un ciliegina sul’altare dell’economicamente corretto. E forse (se così fosse si potrebbero anche digerire) un freno agli appetiti di coloro che invocano la patrimoniale. Ma se dietro al contributo di solidarietà di cui si parla in queste ore si dovesse nascondere una patrimoniale sarebbero davvero guai. Il punto è che da un governo liberale ci si aspetta che una leva come quella fiscale, oggi al 53%, non si tocchi mai. Non c’è emergenza che la giustifichi. Per un politico liberale espropriare più della metà del reddito non è solo inefficiente dal punto di vista economico ( gli incentivi privati agiscono meglio di quelli pubblici), ma è una bestemmia in termini di libertà. Un Paese che dia un passaporto (libertà civili) ma non la possibilità di detenere valuta estera (libertà economica) otterrebbe lo stesso risultato.

Il contenuto della nostra libertà è anche quello di poter disporre della fetta più alta dei nostri sacrifici. Converrebbe che qualcuno a palazzo Chigi si ricordasse di questa storia. E si ricordasse che l’eutanasia della libertà economica è il più grave delitto che un sedicente liberale possa commettere. Vedremo come nelle prossime ore verrà insaporito il brodino. Ci auguriamo davvero che un po’ di coraggio chi ci governa se lo riesca a dare. Non per le Borse. Per noi.