Dove stiamo andando.

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Dopo un tira molla che non finiva mai, democratici e repubblicani Usa, si sono messi d’accordo per l’innalzamento del debito pubblico evitando il “default”.

Bene, bravi. Ora siamo tutti più tranquilli. Infatti, due giorni dopo, le borse di tutto il mondo sono crollate, bruciando in un attimo 173 miliardi di euro e Standard&Poors (buoni questi, vi ricordate Lehman Brothers?) li hanno declassati, ma di questi agenzie di rating parleremo in altra sede.

La soluzione che hanno trovato è stata come se io e mia moglie, di fronte ad una disastrosa situazione debitoria della nostra famiglia, fossimo felici di decidere di avere ancora più debiti per il futuro.

So che la faccio facile, ma a me questa storia non convince. La più grande potenza economica del mondo ha lasciato che ad acquistare la maggior quota dei suoi titoli di stato fisse la Cina.

In Europa la stragrande maggioranza dei titoli di stato greci li hanno acquistati i genialoni delle banche tedesche e francesi (tripla A confermata di rating) ed ora l’euro è tenuto sulla graticola e Spagna e Italia sono sotto costante osservazione.

Passi per a Spagna, dove Zapatero sta ancora vivendo di rendita per il lavoro fatto da Aznar negli anni in cui è stato primo ministro.
Sappiamo tutti, tranne i consulenti finanziati tedeschi e francesi, che la più grande industria greca è quella dello yogurt.

Ma l’Italia ha un tessuto di piccole e micro imprese a conduzione famigliare che costituisce il nocciolo essenziale della nostra economia, anche se gli aiuti di stato sono sempre andati ai grandi gruppi tipo la Fiat.

E le micro e piccole imprese hanno retto il peso della crisi in modo encomiabile, nonostante le banche.
In Italia l’85% delle  famiglie possiede la casa in cui vive, unico paese al mondo con questo dato. Le famiglie possiedono un patrimonio di risparmi senza eguali in Europa.

Il dato negativo che ci accomuna alle economie più deboli è il debito pubblico che, d’altra parte, anche negli Usa è alle stelle anzi, da loro è a stelle e strisce.
Noi invece, le strisce, come si diceva una volta, le faremo se andremo avanti così.

Lo so, la sto facendo semplice ma, nella vita, e ormai gli anni cominciano a pesare, una cosa mi è davvero chiara: le soluzioni più efficaci sono sempre le più semplici.
Che tradotto, vuole dire che, se io e mia moglie non avremo i soldi per pagare la benzina di due auto ne useremo una sola, o andremo in autobus. E se i nostri stipendi messi insieme non ci permetteranno di avere a testa un cellulare e un computer, ne faremo a meno. Se non potremo andare a mangiare la pizza tutti i sabato rimarremo a casa a guardare la televisione e senza l’abbonamento a Sky, che non è gratis.

Se, invece, tutte queste “privazioni” ci consentiranno di risparmiare qualche soldino non andremo a Minorca ma li metteremo da parte e un poco alla volta, forse, ci compreremo una casetta, piccola ma di proprietà.

Perché alla fine, i mitici anni sessanta, quelli del boom, erano esattamente questo.

Con l’aggiunta di qualche laccio e lacciolo in meno per tutti, aziende e dipendenti, commercianti e artigiani, ambulanti e lavoratori che, il sabato o durante le ferie, si arrangiavano a fare qualche lavoretto pagato senza la “tracciabilità bancaria” (e che cavolo, non l’ha usata neanche Tremonti per pagare l’affitto!).

Poi, invece, mitici sono diventati gli anni 80. La sciura Maria andava a comprare le azioni in banca con la borsina della spesa a tracolla perché l’impiegato allo sportello era diventato un “consulente finanziario”.

Il “cumenda” che si era fatto “l’aziendina” ha cominciato a speculare con la finanza, pagando qualche mazzetta a qualche politico compiacente, e smettendo di investire in macchinari e innovazione.

“L’operare”, con “il movimento” in crisi d’identità, ha pensato che fare l’artigiano o il commerciante, in fondo, non era poi così difficile e, tolta la tuta blu, ha scoperto il fascino del rischio imprenditoriale.

Tranne che, quando la borsa ha fatto flop, la finanza non era più tanto renumerativa se non a patto che fosse creativa, il rischio d’impresa non era poi tanto affascinante quando ci smenavi soldi a tutto spiano, la sciura Maria, il Cumenda, l’Opare hanno pensato bene di dare le colpe dei loro fallimenti al “governo ladro” perché, si sa che se piove…

La faccio semplice? Forse, ma se mai nessuno avrà la forza e il coraggio di dire cose impopolari come queste, che rischiano di renderti antipatico alle folle, le gente continuerà a credere che possiamo vivere ancora come abbiamo fatto fino al 2008. Lo sto dicendo da quell’anno: non è così. Il tenore della nostra vita, quello di tutta la collettività, non tornerà più come prima, perché prima era fasullo. Facevamo i “sciuri” senza averne le possibilità.

Chi ha perso il lavoro, i piccoli imprenditori che hanno chiuso l’impresa a causa della crisi, i commercianti che non hanno retto la concorrenza spietata dei centri commerciali e della grande distribuzione, devono smettere di lamentarsi e dare la colpa a chiunque passi sotto mano. Devono farsi su le maniche e imparare un altro mestiere, se il loro non funziona più.

Dire queste cose non è di destra né di sinistra. E’ solo realista. I politici non possono farlo, perché perderebbero voti alle prossime elezioni.

Ma chi fa informazione, gli economisti, gli studiosi dei fenomeni sociali, gli intellettuali hanno il dovere di dire alla gente che per il futuro ci aspettano lacrime e sangue.
E dovremo fare i conti con una società multiculturale e multirazziale che contribuirà ulteriormente a cambiare i contorni della nostra esistenza.

Mettiamoci l’animo in pace, tiriamoci su le maniche e smettiamo di lamentarci.