L’altra faccia di Giulio tra solitudini e paure

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E’ il titolo di un articolo di Giancarlo Perna, una penna storica del Giornale, specializzato in ritratti di personalità politiche dai tempi della prima Repubblica, che ho sempre letto con grande piacere e attenzione. Ieri si è occupato di Giulio Tremonti.

Premetto, per non cadere in facili incomprensioni, di essere sempre stato un sostenitore di Giulio e, quando entrò in politica, addirittura avevo pensato che, finalmente, avremmo avuto quella rivoluzionaria riforma del fisco che tutti i liberali attendevano dal dopoguerra.

Oggi, dopo circa vent’anni da quella discesa in campo, confesso che nutro qualche ragionevole dubbio. Intendiamoci, non sull’integrità morale e sulla serietà del ministro, ma sul suo carattere, come vogliamo definirlo? un pò “fighetto”?

NIente di male, per carità. Ma quando fai sempre il primo della classe non è che appena ti tocca di giustificare “una pirlata”, come l’ha definita il Senatur, devi perdere la “tremontana”.

Scrive Giancarlo Perna:

– Tremonti, il ministro più “duro e puro” del governo, temeva di essere spiato. Anziché indagare, ha cambiato letto. Gli è mancato il coraggio della politica.
Chiamato in causa per un’imbarazzante questione personale,  ha reagito da persona perbene che perde la testa. Disabituato a doversi giustificare, per di più dal sospetto di essere un profittatore di case in prestito, il ministro ha svelato più di un lato debole. Quando è emersa la storia dell’appartamento romano di Campo Marzio messo a sua disposizione dal braccio destro, Marco Milanese, Tremonti ha inalberato un viso gelido, che è la sua specialità, per mostrarsi tranquillo. Si è rifugiato nella propria coscienza, che era netta e pulita, e non ha dato spiegazioni. Poi la cosa è montata, come tutto cresce in modo eccessivo in questo Paese, ed è entrato in agitazione. Si è fatto intervistare da stampa e tv, ha rilasciato confidenze per dire che non aveva «rubato agli italiani» – cosa di cui nessuno dubitava – che la sua era stata solo una superficialità, senza reati o danni per chicchessia. Poi – presumo per quella sorta di panico che afferra le persone più abituate a mettere che a stare sulla graticola – è andato ultra petita, avanzando una stupefacente giustificazione non richiesta. Ha detto di avere accettato di abitare nell’appartamento di Milanese perché nella caserma della Guardia di Finanza che lo ospitava «mi sentivo spiato, controllato in qualche caso perfino pedinato». Così sono nati gli interrogativi su ciò che abbia inteso dire.
Il ministro, freddo e calcolatore di fronte alla crisi economica e alla vertigine del deficit pubblico, ha dimostrato una straordinaria vulnerabilità appena la sua immagine è stata messa in discussione. Non ha sentito l’imperativo categorico della missione da compiere prescindendo da se stesso e dagli alti e bassi delle circostanze. Mi ha ricordato una vicenda analoga di cui sono stato testimone e che riguarda Giovanni Spadolini, altra persona perbene e di valore, ma… Lo stesso ma che oggi vale per Tremonti.
Accadde una trentina di anni fa, non ricordo se Spadolini fosse ancora premier o poco dopo. Il deputato Mario Capanna, ultrasinistro ed ex capo del Movimento studentesco, lo accusò (o meglio, gli ricordò) di essere stato fascista all’età di 19 anni e di avere, in quanto tale, collaborato a un foglio fiorentino di regime. La cosa era nota a tutti ma egualmente Spadolini, che era un nume portato a catoneggiare, si sentì inerme di fronte all’accusa, si mise sulla difensiva e balbettò qualche scusa. Come Tremonti oggi, ferito sul piano personale, dimenticò se stesso e il ruolo che rivestiva nella Repubblica, trasformandosi in un fanciulletto impaurito. Giuseppe Saragat, l’ex capo dello Stato, che era stato esule antifascista e ne aveva viste di cotte e di crude, osservando le contorsioni spadoliniane disse: «Non conosce il dolore». Ossia, non è temprato alla vera politica, quella che lotta, non si arrende, né si perde in un bicchier d’acqua.

Tornando al ministro, ancora più indicativa della sua mancanza di temperamento politico reale – aldilà del carattere duro e intrattabile – è la curiosa decisione di traslocare per il sospetto di essere spiato dai finanzieri. Ma come? I finanzieri sono il braccio armato del Fisco di cui Tremonti è, tra molte altre cose, il titolare. Sono, cioè, la sua milizia. Ti nasce il dubbio di essere pedinato da loro, che siano infedeli al mandato, potenzialmente golpisti, al servizio di qualcun altro che non sia la propria legittima autorità politica e tu che fai? Alzi i tacchi e te ne vai, quasi fuggendo, in una tranquilla magione del centro romano, voltando le spalle al verminaio intravisto senza accertare il vero stato delle cose?

Qui siamo aldilà della timidezza, questo è abdicare all’esercizio delle funzioni.

La Guardia di Finanza è un corpo armato con cui i cittadini hanno a che fare ogni giorno. La letteratura sui suoi presunti abusi è infinita. Tanto che, prendendo al balzo le accuse del ministro, il sottosegretario pdl Crosetto, imprenditore nella vita, le ha fatte proprie dicendo che le Fiamme Gialle andrebbero meglio controllate. Il contrario di quello che ha fatto Tremonti. E se non lui chi? Avendo toccato con mano che qualcosa non va, invece di approfondire, sollevare da terra il comando generale, rovesciare le scrivanie per vederci chiaro, il ministro se ne lava le mani e lascia ad altri la patata bollente. Ma non ci sono altri, non c’è che lui, la milizia è sua e ha il dovere politico e civico di eliminare il marcio, se c’è, e comunque di rassicurarci. Perché, se lui per non essere spiato ha potuto cambiare casa, noi non possiamo diventare nomadi per sfuggire Caino (nome popolare delle Fiamme gialle). Dobbiamo poterci fidare e sapere che se i finanzieri dirazzano, c’è un’autorità politica che li imbriglia. Al momento, questa assicurazione manca e non si vede quando l’avremo di nuovo.

Ministro, lei ha scagliato il sasso e nascosto la mano. Una reazione istintiva, un po’ come ha fatto tacendo dopo le prime accuse. Rimedi lei stesso. Ora che ha lasciato la casa di Campo Marzio, torni in caserma e invece di farsi pedinare, pedini lei. Oppure ne tragga le conclusioni.-

Si può non essere d’accordo, indifferentemente dal giornale su cui sono state scritte queste righe? Sì, perchè qualche “anima candida” potrebbe pensare che, certo, ora che il Cav e Giulio non è che vadano troppo d’accordo, dal Capo sia arrivato l’ordine di sparare ad alzo zero sul suo ministro.
Io, invece, sono d’accordo con Perna e penso che quel che ha scritto potrebbe essere sottoscritto da tutti gli italiani perbene. Da vecchio sostenitore di Giulio penso che dovrebbe riprendere in mano la situazione e studiarsi una vera rivoluzione fiscale, metterla sulle pagine di tutti i quotidiani italiani e porla come condizione unica per rimanere al suo posto. Non viene accettata?

Andarsene, sul serio. Non limitarsi a minacciarlo ogni volta che qualcuno lo contraddice. Tanto lui non ha bisogno di restare per mantenere tutti i privilegi della casta