40 milioni di euro. Ma quanti sono?

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Ci risiamo. La salassata è ormai alle porte e questa cifra servirà solo a pagare gli interessi del debito pubblico e a rimanere dentro i parametri imposti dal patto di stabilità.

Ritratto del salasso

Sarà spalmata probaimente in tre anni, ma state tranquilli, ci tocca.

All’incontro di Arcore tra il Cav e Bossi si è parlato di riforma del fisco senza la quale, dicono tutti, il centrodestra non potrà rivincere le elezioni del 2013.
E su questo non ci piove. Ma da dove hanno deciso di partire? Pensate un pò, dall’aumento dell’iva per spostare, dicono, la tassazione dalle persone alle cose.
Come fare a detassare le persone, non ci hanno ancora pensato, ma ci faranno sapere.

Intanto Vi sottopongo, giusto per il piacere di leggere, l’opinione di uno che è stato emarginato “dai giri che contano” pur essendo uno dei veri, pochi, economisti autenticamente liberali di questo periodo.

Dal bolg di Antonio Martino, pubblicato il 22 maggio dal titolo “Manovre, riforme e rivolta fiscale” – Su Libero (20 maggio) sono apparsi due articoli apparentemente non correlati ma certamente interessanti, di cui vale la pena occuparsi. Il primo a firma del direttore Maurizio Belpietro era significativamente intitolato “Di manovra in manovra ci siamo rovinati” e svolgeva con grande chiarezza considerazioni che non mi stanco di ripetere da molti anni anche su queste colonne.

Data l’incombenza di un’ennesima manovra, credo valga la pena spiegare perché la tesi di Belpietro è ineccepibile, anche se ignorata dalla maggioranza di politici e commentatori. Una manovra correttiva è appropriata quando l’andamento di un sistema economico fondamentalmente sano devia per circostanze imprevedibili dal suo normale andamento. La manovra corregge la deviazione, l’economia riprende il suo normale funzionamento e non sono necessari altri interventi. Se questo fosse il nostro caso, alla prima manovra non ne sarebbero seguite altre per un lungo periodo di tempo. Ma, come sappiamo tutti, le cose non stanno affatto in questi termini: questi rituali si succedono non meno di una volta l’anno da circa mezzo secolo, e il fatto che debbano continuamente essere ripetuti dimostra che non riescono a correggere gli squilibri che avrebbero dovuto eliminare.

L’ovvia verità è che siamo costretti a reiterare affannosamente, anno dopo anno, manovre correttive che evidentemente lasciano il tempo che trovano, perché i nostri problemi non sono causati da accidentali malfunzionamenti di un sistema sano, sono invece la naturale conseguenza dell’operare di un sistema sbagliato. Non quindi la fugace patologia di un’economia in buona salute ma la fisiologia di un sistema di rapporti fra politica ed economia profondamente sbagliato. Per curarne i problemi sono necessarie riforme non manovre, non episodici correttivi ma una radicale modifica. A non funzionare è l’esistente che non va quindi gestito ma riformato.

Quanto poi al contenuto di queste manovre, è anch’esso disgustosamente ripetitivo: c’è sempre un appello alla lotta all’evasione, mitico Eldorado che risolve ogni problema, e l’eliminazione delle spese pubbliche immancabilmente superflue. Quanto alla prima non si ripeterà mai abbastanza che, essendo l’evasione un reato, va combattuta sempre, indipendentemente dallo stato delle pubbliche finanze, non solo occasionalmente quando lo Stato ha bisogno di quattrini. Non solo ma il fatto che venga continuamente reiterata suggerisce che i vari conati non hanno avuto successo e che non sarà quella la via per rimettere in sesto i conti pubblici. Stranamente, nessuno sembra aver mai pensato che l’esiguità delle entrate fiscali non sia da imputare alla malvagità degli evasori quanto piuttosto a un sistema tributario del tutto inefficiente e iniquo. Solo da un’autentica e coraggiosa riforma fiscale possiamo attenderci un rimedio, non certo dalle giaculatorie sulla cattiveria dei contribuenti.

Per ciò che riguarda invece il contenimento delle spese, non sarebbe male che i responsabili della nostra politica economica riflettessero sull’ovvia considerazione, recentemente ribadita dalla Corte dei Conti, che le spese pubbliche sulle quali il governo può operare discrezionalmente costituiscono una frazione molto piccola delle spese complessive e sono state già ampiamente compresse dalle manovre precedenti. Se, quindi, le amministrazioni pubbliche continuano a spendere troppo, se le spese continuano a crescere senza controllo, se la percentuale del reddito nazionale assorbita dalla politica e sottratta alla società si aggira sul 50%, non è togliendo a Forze Armate e forze dell’ordine i mezzi per il carburante, l’addestramento, la manutenzione dei mezzi che si risolverà il problema. Riforme non manovre ci vogliono. Solo il coraggio del cambiamento può salvarci; la timidezza dell’ordinaria amministrazione, le ardite operazioni d’ingegneria contabile non impediranno la prosecuzione dell’andazzo di sempre.

E vengo molto brevemente al secondo articolo di Respinti che dà notizia del primo”Tea Party” italiano, tenutosi a Prato il 20 maggio con la partecipazione di un centinaio di persone e che sarà seguito da altri. Rinviando ad altra occasione una più approfondita analisi del movimento, mi piacerebbe che servisse a ricordare ai sullodati responsabili che le rivolte fiscali sono pericolose: si sa come cominciano ma non come finiscono. Non credo di sbagliarmi: siamo alla vigilia di una rivolta dei contribuenti italiani che non tollerano più l’insensatezza del nostro fisco e rifiutano di continuare a pazientare nell’attesa di una riforma di cui non si vede nemmeno l’ombra.-

Che ve ne pare? Attendo commenti e riflessioni.

 

 

1 Commento

  1. Caro Direttore,

    il nostro è un Paese stanco! Siamo storicamente incapaci di pianificare cambiamenti a medio-lungo termine, tutte le rivoluzioni più importanti che ci hanno portato fino a qui sono state avviate altrove e sono sempre piovute dall’alto. La nostra identità nazionale unitaria è un prodotto di sintesi scaturito dal dibattito di una elite intellettuale, non da una reale spinta dal basso. Il nostro popolo in definitiva non è un Popolo, e questo è un dettaglio tutt’altro che marginale. Qui ognuno difende solo il proprio interesse particolare, e mi riferisco a interessi di corporazione davvero miserabili. Taxisti, notai, preti, statali, bagnini, farmacisti, militari e compagnia bella. Ognuno ha la propria corporazione, ognuno scava nella discarica della nostra economia e si impossessa di quelle poce miserabili cose che riesce a raccattare, con un tessuto sociale del genere dove vuole che si vada a parare???

    Personalmente ritengo che si dovrebbe procedere alla privatizzazione di tutto, compresa l’aria, costringendo i milioni di italiani che non hanno né arte né parte a resuscitare o morire del tutto. Sciogliemento delle associazioni di categoria, liberalizzazione delle professioni, abolizione del valore legale dei titoli di studio, privatizzazione di tutti gli apparati statali privatizzabili e uno Stato vigile che tuteli la legalità e la leale concorrenza, senza queste rivoluzioni fondamentali il nostro Paese continuerà a trascinarsi stancamente fino al definitivo declino.

    Voleva un commento, lo ha avuto.

    Grazie per l’attenzione e copmlimenti per il giornale.

    Nessuno

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