Un simbolo

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Non me l’aspettavo proprio. Andrea Pirlo ha lasciato il Milan dopo un decennio di successi e di soddisfazioni.
La società, al di là del problema del compenso che divideva le parti, non lo ha più ritenuto funzionale al gioco del nuovo allenatore. Talchè breve saluto in Via Turati, un abbraccio, si dice, con Galliani che ha consegnato un regalo di ricordo e via verso una nuova avventura.
Normale corso delle cose, si potrebbe dire. Invece no, non stavolta. A mio figlio Renzo sono venuti i lacrimoni  e io ho il magone ancora adesso. Dopo essermi vergognato di me stesso (mi sono detto: sono vecchio, amo la letteratura e la musica, ho visto cose ben più gravi per cui soffrire, chi se ne frega in fondo di uno che ha avuto tutto dalla vita sol per l’abilità di trattare con i piedi una sfera in cuoio) ho realizzato invece che non c’è nulla di cui vergognarsi. Anzi. E’ la sofferenza per la perdita di un simbolo, di un simbolo di qualità, umana e professionale. Intanto, per cominciare, è questione di faccia: “..con quella faccia un po’ così, con l’espressione un po’ così..” direbbe l’immenso Paolo Conte. Appunto, Andrea Pirlo, la faccia, ce l’ha proprio bella perché è una faccia che rispecchia appieno il suo proprietario.
Basta, infatti, guardarlo per capire la pasta di cui è fatto. Un timido, senza dubbio, davanti agli estranei, quel mezzo sorriso mai lasciato libero, segno di simpatica pudicizia. Poi la parlata, da lombardo non pentito, fatta di poche frasi misurate, dette mezzo piano con la voce sempre un poco roca, da cui emerge, senza possibilità di errore, l’humus culturale, in senso antropologico, che lo permea: un bassaiolo di Lombardia, concreto e legato alla sua famiglia con le opere quotidiane e non con le chiacchiere, uno che quando parla del suo talento esordisce ringraziando in primo luogo il Signore che glielo ha dato (incredibile, per bellezza demodé, un’affermazione del genere nel tempo della volgarità, dell’arroganza e dell’ego ipertrofico). Infine il suo mestiere, da sempre svolto con grande serietà; mai una sbavatura, mai una polemica, mai un atto di violenza verbale o fisica nei confronti di avversari che talvolta, per frustrazione, arrivavano a  mulinare pedate a questo brevilineo che – con intelligenza rara – sopperiva ad una velocità non eccelsa con tempi di smistamento della sfera dieci volte inferiori alla norma e che nascondeva il pallone con quel ghirigoro del corpo che finiva per mostrare le terga all’avversario cui non restava che ringhiare invano. No, no, ripeto, ho il magone ma me lo tengo e non me ne vergogno perchè se ne è andato non un omuncolo ma un simbolo luminoso.
Consolerò mio figlio Renzo, che terrà comunque appesa in camera la sua maglia numero 21, che indossa quanto va a dormire, e manderò a quel paese gli incolti che grideranno (li ho già sentiti) al mercenario. Non ti curar di loro, grande Andrea Pirlo da Flero!  E che la nuova avventura che sta per cominciare ti sia colma di soddisfazioni.