BRESCIA – Jamila, povera ragazza pakistana

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«Voglio vivere qui. Ora so che nessuno mi può costringere a tornare in Pakistan, so che posso continuare a studiare per prendere il diploma e trovare un lavoro, so che posso realizzare il mio sogno: avere una famiglia, un giorno, con l’uomo che sceglierò».

Stando ad un articolo apparso su “Corriere.it” sarebbero queste le parole che la ragazza pakistana, sequestrata dai fratelli gelosi, diceva a chi si era occupato della sua storia.

Quando “la squadra mobile guidata da Riccardo Tumminia si precipita nell’appartamento, preparandosi a trovare una giovane segregata…..la porta è aperta, basta abbassare la maniglia. La casa è modesta e dignitosa, molto pulita. Jamila è con sua madre. Dice la verità: «Non posso uscire da sola, non posso più andare a scuola». I poliziotti invitano le due donne a seguirli in questura e lì cominciano a chiarirsi i contorni di questa storia che, più di tutto, sa di arretratezza culturale, isolamento sociale e miseria.”

Questo sempre secondo il racconto apparso sul sito del maggior quotidiano italiano a firma di Elvira Serra con la collaborazione di Giuseppe Spatola

“Silvia Spera, che nella segreteria Cgil a Brescia si occupa della mediazione con la comunità di 28 mila pachistani, dice «Non era iscritto al sindacato e la sua assicurazione contro gli infortuni era scaduta: insomma la famiglia non ha potuto avere alcun risarcimento. La moglie e i figli, allora, si sono rivolti a un legale, che ha suggerito loro di non pagare più la rata del mutuo sulla casa fino alla conclusione della causa. Con quindici mesi arretrati, la banca stava minacciando di riprendersi l’appartamento. In questo contesto è maturata l’idea sconsiderata di tornare in Pakistan e combinare il matrimonio dell’unica figlia femmina con un familiare benestante, in modo da risolvere i problemi economici». Con la sindacalista, venerdì sera in Questura, c’era il console Syed Muhammad Farooq, chiamato per far capire ai fratelli di Jamila che da nessuna parte sul Corano c’è scritto che una ragazza non può uscire da sola, non può andare a scuola, non può scegliere di amare chi vuole. «Un altro elemento di questa storia è la grande gelosia dei ragazzi verso la sorella, frutto di un retaggio culturale antico. Si sono giustificati così: non volevano che lei diventasse oggetto delle attenzioni di altri uomini, probabilmente nell’eventualità che si innamorasse di qualcuno e che andasse a monte la possibilità di un matrimonio combinato con il cugino», aggiunge il dirigente della polizia Riccardo Tumminia. I familiari sono stati redarguiti a dovere: il loro comportamento era appena al di qua del confine che segna il limite con i reati di sequestro di persona, minacce e violenza. Si sono impegnati tutti e domani Jamila tornerà a scuola. Il console, scherzando, le ha garantito che se qualcuno vorrà farla rientrare in Pakistan contro la sua volontà lui metterà il suo nome su una lista nera e nessuno la farà mai passare alla frontiera. La Cgil prenderà in mano la questione del risarcimento per la morte del papà della ragazza. E i fratelli, con qualche difficoltà, dovranno adattarsi all’idea che Jamila ora balla da sola. Un diritto guadagnato sul campo, con la sua rivolta gentile”

Fine del racconto sul sito del “Corriere”. Insomma, quasi una ragazzata che questi “fratelli musulmani” hanno garbatamente ordito ai danni della sorella.

Ma, state tranquilli, non lo ripeteranno. Adesso che il dirigente di Polizia, la sindacalista e il console li hanno redarguiti hanno chiaro come si vive in un paese occidentale e liberale.

Voi ci credete? Io no e rimango sintonizzato in attesa della seconda puntata.