Le monetine e la memoria

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I fatti di alcuni giorni fa, con il lancio di monetine contro l’irascibile La Russa e la sempre verde Santanchè, mi hanno ricordato alcuni giorni del 1993.

Allora le monetine furono lanciate contro Bettino Craxi all’uscita dell’Hotel Raphael, sua residenza romana.

In quegli anni non mi occupavo più di politica, lasciata agli anni delle contestazioni studentesche, in cui avevo militato nella federazione giovanile comunista.

Ero entrato nel mondo del lavoro e la giostra girava in modo diverso: non avevo più tempo per il cazzeggio giovanile.

Ma l’epidermica antipatia, che non aveva nulla di politico, ma era solo un fatto di pelle, faceva di me un anticraxiano della prima ora. Non ho mai digerito la sua arroganza esplicita e il vezzo di circondarsi di “nani e ballerine”, come si usa dire da quei tempi. Agli amici di fede socialista dicevo sempre: “prima o dopo scopriranno i sepolcri e ne vedremo delle belle”.

Che “nani e ballerine” fossero tali, fu ampiamente dimostrato da ciò che successe i giorni immediatamente successivi a quei fatti. Tutti divennero anticraxiani di ferro, incolpevoli e inconsapevoli di quanto fosse successo nella politica italiana dagli anni del dopoguerra fino a quei giorni, anche se molti ricoprivano da anni ruoli di responsabilità nei partiti e nelle istituzioni.

Nessuno che sapesse di tangenti e corruzioni varie, dei costi della politica che ci hanno prosciugato le casse, di partiti i cui bilanci occulti assomigliavano a quelli di blasonate multinazionali.

Argomenti che ormai appartengono alla storia. Non è di questo che voglio parlare.

E’ della mia reazione a quelle scene di lancio delle monetine, che qualcuno ha monetizzato in circa duecentocinquanta euro, moneta corrente.

E ai fatti che successero nei mesi successivi fino all’esilio di Craxi, costretto a morire in terra straniera, mentre molti dirigenti dell’ex partito comunista, passata “a nottata”, siedono ancora in parlamento; già, ma loro non sapevano nulla di tangenti e corruzioni!?

Quale fu la mia reazione? Vergogna di me stesso. Intendiamoci, non divenni, per questo, un socialista patentato. Ma cominciai a vergognarmi per una strana associazione emotiva, che in qualche modo mi aveva accomunato a coloro che denigravano quel leader socialista che ora vedevo sinceramente soffrire nella sua casa tunisina, solo e allontanato da tutti, come avesse la lebbra.

Ma con il coraggio di ripetere all’infinito le cose dette davanti ai magistrati di Milano, durante un’interrogatorio durissimo.

Il coraggio di assumersi le responsabilità delle decisioni prese e di non rinnegare una prassi che era comune a tutta la classe politica italiana.

Conquistò il mio rispetto e la mia stima.

Non sono mai stato socialista nè craxiano, ma un giorno andrò a far visita alla sua tomba, in Tunisia, e mi toglierò il cappello di fronte a un uomo vero.