Quei maledetti “11”

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Sono passati quasi dieci anni da un altro indimenticabile “11” che ha cambiato per sempre le nostre vite e quel giorno tutti scrissero “siamo tutti americani”.

Questo “11” nessuno ha scritto o detto “siamo tutti giapponesi”.

Quell’11 la mano assassina fu di altri uomini, questo 11 la mano assassina è di madre natura, quella stessa madre che i giapponesi hanno osato sfidare costruendo un impero economico su un territorio dalla fragilità spaventosa, le cui catastrofi hanno una ciclicità stabilita da regole quasi fisse. Ma loro no, sono sempre là, con “quelle facce un pò così quell’espressione un pò così”, che fino a pochi giorni fa incutevano soggezione tanta era la serietà che traspariva. E oggi sono facce senza lacrime, senza un battito di ciglia, che a momenti li puoi scambiare per “turisti in fuga”.

Hanno una dignità e una forza d’animo che mi fa vergognare per tutte le volte che mi sono preoccupato per problemi che di fronte alla loro immensa tragedia, oggi, mi sembrano immense cazzate.

E ora, con italica ignavia, già molti avvoltoi stanno speculando sul pericolo nucleare nipponico per tentare improbabili parallelismi con la sismicità del nostro territorio, come se l’Aquila fosse a 100 km circa a nord di Tokio, su una faglia sismica profonda 24 km.

Non abbiamo gli occhi a mandorla, ma le noccioline in testa.

Qualche volta, la mattina, mentre ci facciamo la barba, vergognamoci.