Il settore armiero: ridimensionamento e nuove iniziative per rispondere alla crisi

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Pierangelo Pedersoli a destra nella foto

“Alla Shot Show (una delle più importanti fiere internazionali che si svolge negli USA), di gente ne abbiamo vista molta – sintetizza il presidente del Con.Arm.I. – L’interesse per il nostro prodotto è sempre alto. Attualmente si vende bene l’articolo che sta sotto i 500 $ mentre i prodotti che costano di più faticano a uscire dai punti vendita. Si vendono bene anche le armi in zama con anima d’acciaio, ma non rappresentano certo lo ‘stato dell’arte’ dell’artigianato armiero”.

Insomma pare di vivere in un’era glaciale: si vede il sole, bello, giallo, ottimista ma ancora non si sente il calore dei suoi raggi e tutto resta immobile, congelato. “È necessario – precisa Pedersoli – che il dollaro si stabilizzi, in modo che gli USA ricomincino ad acquistare. Per quanto riguarda invece gli altri mercati dobbiamo convincerci che allo stato attuale i cosiddetti mercati emergenti o alternativi non esistono. Russia, Cina e Brasile, tanto per citarne alcuni, frappongono tante e tali pastoie burocratiche all’importazione delle nostre armi sportive che possiamo parlare di una vera e propria politica protezionistica. Cosa che non facciamo noi nei loro confronti. È per questo che il governo dovrebbe cercare di stringere accordi bilaterali impostando una politica di reciprocità normativa. Per quanto riguarda il mercato europeo in Polonia e Ungheria abbiamo una buona possibilità di potenziare le nostre esportazioni, solo che sono Paesi con capacità di spesa, per il momento, limitata. Manca comunque, nei Paesi UE, una uniformità legislativa. Faccio un esempio: in Grecia non sanno cosa sia un’arma ad avancarica e non esiste normativa in merito. Non possiamo quindi esportare questo tipo di arma in Grecia. Lo stesso dicasi per la Russia (che comunque non fa parte dell’Unione Europea). Risulta quindi vitale per il nostro settore una politica di allineamento e standardizzazione normativa che consenta ai produttori di poter avere accesso ai mercati esteri secondo leggi certe e chiare, sia a livello di Comunità Europea che extra UE”.

Come hanno reagito le aziende del settore alla crisi?

“Ridimensionandosi. Da una parte ci si sta abituando a un tenore di vita più basso e mi riferisco soprattutto a chi percepisce un reddito fisso, mentre dall’altra, mi riferisco agli imprenditori, si cerca di limare i costi variabili dell’azienda (acquisti più oculati, pubblicità più mirata, riduzione del costo del lavoro…) e di trovare alternative produttive per coprire i costi fissi.

Un modo per cercare di rispondere in maniera costruttiva alla crisi è la creazione delle reti d’impresa. Un pool di imprese che abbiano una scopo comune. La Davide Pedersoli, la Fratelli Tanfoglio, la Sabatti Armi, la F.A.I.R., e un distributore americano, per esempio, hanno creato la Italian Firearms Group in modo da avere una base commerciale comune in USA e dividere i costi tra le varie aziende.

Noi produttori siamo bravi a produrre, molto meno a promuoverci a livello internazionale. L’incongruenza però sta ancora una volta nella normativa: gli incentivi previsti dal governo riguardano le reti di imprese che abbiano almeno due anni di vita. Ma la crisi è adesso ed è adesso che è necessario incentivare l’associazione delle imprese. E di imprese italiane produttrici, non di quelle che semplicemente commerciali, che distribuiscono prodotti magari importati”.