Eppure c’è ancora chi vuole il conflitto

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Bruno Bertoli. V. P. Rapporti Sindacali dell’Associazione Industriale Bresciana, ci ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Sorprendono le dichiarazioni del Segretario Generale della CGIL riportate dalla stampa locale nei giorni scorsi, secondo il quale solo le azioni sindacali avrebbero impedito a Brescia ristrutturazioni selvagge.

Sono parole pesanti da parte di chi sa, o dovrebbe sapere, che a Brescia c’è stato uno sforzo comune per gestire l’impatto della crisi sull’occupazione e il sistema delle imprese ha mostrato grande senso di responsabilità di fronte all’emergenza sociale.

Di questo l’attuale Segretario Generale della CGIL dava atto pubblicamente solo un anno fa; certo preistoria, se guardiamo all’involuzione della locale Camera del Lavoro, per la quale ora il conflitto è valore, il resto è subalternità.

Non è l’unico, invero, a evocare il conflitto, e altri lo fanno anche con parole più dure.

Ma è davvero utile abbandonare il dialogo e tornare al conflitto ?

La Camera del Lavoro ha dato la sua risposta. Che non possiamo e non vogliamo condividere per più di un motivo.

Perché il conflitto di classe ha fatto il suo tempo. Perché il conflitto sociale porta alla violenza. Perché il conflitto sottrae le relazioni industriali alla ragione e le affida alle prove di forza. Perché il conflitto come forma di composizione degli interessi ha un costo, e qualcuno finisce sempre per pagarlo, i singoli e la collettività.

Sono tempi difficili e incombono scelte pesanti. In dieci anni l’Italia ha perso 32 punti di competitività sulla Germania e 29 sulla Francia. La perdita di competitività è perdita di mercati e di attività per le imprese. Alla lunga gli effetti sull’occupazione sono devastanti.

Possiamo ancora salvare il nostro tessuto produttivo e con l’impegno di tutti tornare a crescere. Ma qualcuno deve abbandonare la vecchia idea movimentista di sindacato, quella che in passato trovava proprio nel conflitto e nella capacità di mobilitazione il punto di maggiore forza della sua azione.

Fino ad oggi il sistema delle imprese ha fatto prevalere la responsabilità sociale sulle ragioni dell’economia, ma il riposizionamento competitivo è ormai indifferibile. Deve essere chiaro che quando si sceglie di abbandonare il dialogo per affidarsi al conflitto tutto diventa più difficile e gli esiti non sono né scontati né prevedibili.”