Intervista a Renato Zaltieri, ex segretario Cisl di Brescia

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Angelo Gitti in una foto d'epoca. E' il primo a destra

Il primo segretario della Cisl bresciana è stato un valtrumplino, Angelo Gitti di Gardone Val Trompia. Un altro valtrumplino delle origini che ha lasciato il segno è stato Mario Battisti. La Val Trompia, anche in seguito, ha dato alla Cisl quadri e dirigenti di rilievo.

Con Renato Zaltieri, che ha lasciato la segreteria generale dell’Unione Cisl di Brescia dopo dodici anni, ripercorriamo quegli anni dell’inizio, quegli scenari del passato, confrontandoli con i problemi di oggi.

In quegli anni a Brescia, e la Val Trompia è a questo proposito un’area tra le più significative, accanto alle piccole imprese c’erano le grandi. Lo sforzo di rilancio dell’economia, dopo gli eventi bellici, ha visto le grandi imprese, come la Beretta, l’Om, la Tempini, l’Atb, favorire, sollecitare, la nascita di un diffuso sistema di piccole imprese che costituiscono, ancora oggi, il tessuto produttivo bresciano.

Gli anni di Gitti sono quelli del difficile confronto con la Cgil, dopo la rottura, ma sono anche quelli dei primi segnali di unità d’azione. La Cisl, sin d’allora, ha seguito, quasi sempre, una linea pragmatica di approccio ai problemi.

Renato Zaltieri è uomo della Bassa, è uomo della terra, ha conosciuto la fatica dei campi e ha acquisito i parametri della saggezza contadina, fatta di buon senso, rapporto con la realtà, capacità di mediazione.

Alla natura non ci si oppone.

La si può addomesticare, ma se alla collaborazione si sostituisce il dominio, la natura si ribella. Bisogna convivere ed è di convivenza che parliamo con Renato Zaltieri, nello scenario nuovo con cui il sindacato si trova a fare i conti a Brescia e in particolare in aree densamente industriali come la Val Trompia. Uno scenario in gran parte segnato dall’immigrazione.

Negli anni Cinquanta e Sessanta i migranti venivano dal Sud e dalle campagne. I villaggi Marcolini sono la testimonianza di una migrazione di migliaia di persone delle campagne bresciane alle fabbriche della città. Cosa è cambiato da allora? Con quale sindacato ci troviamo a fare i conti?

“Quello di oggi non è più il sindacato di allora, è evidente. E’ cambiato il mondo. Ci sono ancora obbiettivi di allora validi, come il valore del lavoro e la difesa dei più deboli, ma siamo di fronte a sfide nuove. Le grandi imprese a cui accennavi non ci sono più. Oggi l’impresa più grande a Brescia è l’Ospedale civile. Ci sono settori nuovi come il terziario e il commercio. Si aprono scenari nuovi sulla contrattazione, che deve tener conto dei territori e delle realtà aziendali. Il sindacato deve accettare la sfida di contrattare aiutando le imprese a competere, senza ledere i diritti dei lavoratori. E’ una sfida difficile, ma possibile”.

Una sfida che il sindacato dovrebbe affrontare con quali idee?

“Non solo il sindacato, tutti devono capire che bisogna investire sui lavoratori, perché sono più importanti del capitale. Investire sui lavoratori significa formazione continua, fidelizzazione mediante rapporti di lavoro stabili, sicurezza. Le aziende per fare qualità e per essere affidabili sul mercato devono avere personale di qualità”.

Ci sono problemi anche sulla qualità dell’apparato produttivo nel suo complesso?

” Evidentemente si. Ad esempio, le armi sportive non hanno futuro, perché la caccia è destinata a ridursi. Ci sono settori nuovi che possono utilizzare il know how esistente in provincia, con le opportune immissioni di nuove tecnologie e di nuove abilità. Il biomedicale è un esempio che in provincia è visibile. Brescia deve ragionare su cosa produrre, come produrre e con quali risorse produrre”.

Dire che Brescia deve ragionare implica l’idea sottostante che oggi non ragiona?

“Oggi non c’è un’idea e una volontà da parte della classe dirigente e quando parlo di classe dirigente non mi riferisco solo alla politica. Oggi Brescia vive una crisi di classe dirigente”.

Tu sei stato sotto la gru nei giorni caldi della protesta. Brescia è razzista?

“No, Brescia non è razzista; ha dato ampie dimostrazioni di solidarietà e accoglienza, non solo da parte dell’area cattolica, ma dell’intera realtà sociale. E’ sbagliato organizzare manifestazioni di piazza degli immigrati. Non è la piazza che risolve i problemi, ma i tavoli di discussione e di confronto”.

Vuoi dire che la protesta della gru è stata strumentalizzata?

“Chiara e lampante la strumentalizzazione, soprattutto da parte della sinistra estrema e radicale”.

Giorgio Cremaschi dice che sotto la gru ha visto un pezzo di risveglio della città.

“Sotto la gru abbiamo visto le miserie umane e la disperazione della povera gente strumentalizzata”.

Cosa va cambiato?

“La Bossi-Fini, anche se bisogna dire che il centro sinistra non lo ha fatto quando era al governo. Il provvedimento di regolazione del 2009 è inadeguato e insufficiente perché affronta il problema delle badanti e non dei lavoratori dipendenti, i quali hanno usato la strada possibile: quella delle colf e delle badanti, creando un problema successivo che è esploso”.

Gli extracomunitari sono tutti uguali?

“Anche nella nostra provincia potrebbe aprirsi una questione con una parte del mondo islamico, che mescola la religione con le regole dello Stato. Va assunta consapevolezza, il ché non significa segregare o discriminare”.

Cosa fare?

“Non bastano i corsi di formazione. C’è un contrasto irriducibile con chi considera le regole religiose regole dello Stato. I più illuminati del mondo cattolico da tempo hanno presente la questione. Altri preferiscono chiudere gli occhi”.

Ci sono pericoli di infiltrazioni terroristiche?

“A Brescia sono già stati scoperti elementi e quindi a maggior ragione va portata grande attenzione. Non per questo si devono impedire le moschee. Vanno invece valorizzate le comunità riconosciute, chiedendo trasparenza e adesione alle regole italiane”.

Per esempio?

“In primo luogo la lingua. Chi chiede la cittadinanza va sottoposto ad un esame che accerti la conoscenza della nostra lingua. Inoltre è necessario che chi chiede la cittadinanza giuri fedeltà alla Costituzione italiana, il ché significa fedeltà ai suoi principi chiaramente enunciati. Chi delinque deve essere cacciato. E’ un fenomeno, quello dell’immigrazione, che va governato”.

C’è chi vorrebbe concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti, anche se non cittadini.

“E’ una questione sulla quale è necessario riflettere. In altri paesi vige il principio no tasse, no voto, ovvero chi non paga le tasse non vota. Sai quanti italiani sarebbero esclusi? Ovviamente vale anche il contrario: chi paga le tasse vota. Sono elementi di riflessione. La questione non è di facile soluzione”.

La contrattazione può affrontare anche questi nuovi problemi posti dall’immigrazione?

“La contrattazione può essere un valido strumento per risolvere alcuni problemi, non tutti. Viene meno il welfare e la bilateralità è un utile strumento per garantire quello che lo stato sociale non è in grado di garantire. La bilateralità è inoltre uno strumento di partecipazione dei lavoratori, di solidarietà. In qualche modo si torna all’antico, al mutuo soccorso. Esperienze di bilateralità sono già state fatte nell’edilizia, in agricoltura, nel commercio, nell’artigianato. Ora si può provare la bilateralità nel settore industriale. In quest’area della contrattazione e della partecipazione possono trovare posto anche molti dei problemi posti dall’immigrazione, con soluzioni concrete e legate alle singole realtà”.

Su questi temi della contrattazione c’è vicinanza con la Uil e distanza con la Cgil. Quali sono gli ostacoli ad una linea comune?

“Un esempio concreto chiarisce i termini della questione. La Cgil è presente nella gestione della bilateralità degli artigiani, dell’edilizia e di altri settori. Però è contraria alla sua estensione. Che senso ha? La bilateralità o va bene o non va bene. Il problema della Cgil è che se non abbandona la linea della Fiom, che oggi è in sintonia con l’Idv di Di Pietro, non porrà mai le basi per ricostruire l’unità con Cisl e Uil”.