Festa di Natale, luce nel cielo

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di Silvano Danesi

Natale, anche quest’anno, giunge a ricordarci i tempi della nascita e della rinascita: nascita del mondo e rinascita ciclica della vita, secondo la concezione circolare del tempo propria degli antichi. In tutte le tradizioni troviamo spiegazioni mitopoietiche di come il mondo è nato e a queste spesso si accompagnano riti, festività, celebrazioni sacre. Natale è il giorno nel quale si celebra la ripresa del ciclo annuale, scandita dalla posizione del sole che torna a salire nel cielo, dopo il solstizio d’inverno. Il Natale, infatti, cade il 25 di dicembre, quarto giorno dopo il 21, il solstizio, e punto di svolta tra la fase di discesa del sole nel cielo e quella della sua rinascita.

Al Sol Invictus, non vinto dalle tenebre, l’imperatore romano Aureliano (270-275 d.C.) aveva dedicato il giorno 25 di dicembre, nel quale la risalita nel cielo del Sole-Bambino cominciava a divenire percettibile all’occhio umano. L’agrifoglio, con il quale si adornano le case nelle festività natalizie, con le sue bacche rosse, ricorda appunto l’astro nascente.

In epoca romana le festività natalizie cadevano nel periodo dei Saturnali, che si svolgevano tra il 17 e il 23 dicembre. Alcuni associano Saturno a Kronos, quindi al tempo, al divenire, che è la misura dell’epifania dell’Essere e il suo limite; altri hanno individuato nella possibile comune radice indoeuropea sat il parallelo con il dio vedico Satyavrata-Vaisvaswata, uno dei dodici Aditya che porta agli uomini il Veda, ovvero la Rivelazione primordiale.

Un’altra radice del Natale è da ricercarsi nel Mithraismo, sviluppatosi con l’incontro con l’astrologia caldaica e arrivato a noi portato dai soldati romani. Mithra è il sole, che coopera con il Bene nella lotta contro il Male. Il culto solare di Mithra era presente anche in terra bresciana, dove si intrecciava a forme celtiche. Ne danno testimonianza quattro dediche, due provenienti da Brixia e due dalla Valle Camonica. Mithra è sempre chiamato latinamente Sol, con gli aggettivi a lui comuni di Invictus, a Brescia e Divinus a Breno. Al Dio Sole era dedicata una grande ara al centro di quella che sarebbe poi divenuta Santa Maria in Solario (monastero di Santa Giulia). Per stare alle tradizioni a noi assai vicine, la Yule era la festività con la quale i Celti e le popolazioni dell’Europa nord occidentale celebravano il sole nella “strettoia” del suo passaggio dal ciclo discendente, iniziato con il solstizio d’estate, a quello ascendente.

Di simbolo in simbolo, guardiamo al significato antico del vischio, che nei giorni di Natale appendiamo all’architrave delle porte in forma augurale. Il vischio di rovere, sacro ai Celti, in quanto albero non albero, sospeso tra la terra e il cielo, frutto, come la rugiada, dell’incontro tra le forze celesti e quelle terrestri, veniva raccolto con un falcetto d’oro e deposto in un lenzuolo bianco. La sua funzione era taumaturgica. Il vischio veniva indicato come ciò che “guarisce tutto” e in effetti era usato dai Druidi come medicamento.

Altro simbolo del Natale è l’abete, adornato dalle luci.

L’albero di Natale è di tradizione nordica e ricorda insieme il frassino Yggdrasil, albero della vita e del mondo, e l’idea, diffusa nei popolo indoeuropei, della nascita dell’uomo dal legno. Se la pietra è il simbolo della vita statica, l’albero è soggetto a cicli di vita e di morte, ma è dotato del dono della perpetua rigenerazione: è quindi il simbolo della vita.

Potremmo continuare, ma lo spazio è avaro. Ricordiamo solamente che il pino è simbolo della fertilità e che la pigna, con i suoi pinoli, è segno di riproduzione e di fecondità.

Nella teologia neoplatonica, ad esempio in Giuliano l’Apostata ( IV secolo dopo Cristo), il sole era considerato ipostasi di Dio. La tradizione cristiana, infine, ha sovrapposto alle antiche credenze la nascita di Gesù, collocata temporalmente in modo simbolico proprio nel momento della rinascita del sole. Dei testi che parlano della nascita del mondo, ne offro alla vostra meditazione due: l’uno della tradizione abramica, alla quale si ispirano le tre religioni del libro; l’altro della tradizione vedica.

“In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era una massa senza forma e vuota; le tenebre ricoprivano l’abisso, e sulle acque aleggiava lo Spirito di Dio. Iddio disse: “Sia la luce”: e la luce fu” (Genesi).

“Non v’era allora né l’essere né il non essere, non v’era né l’aria, né il cielo di sopra. Che cosa dunque esisteva? E dove? Sotto la guida di chi? Era forse l’abisso inscandagliabile delle acque? Non v’era allora né morte né non morte; né alcuna separazione tra giorno e notte.

Senza fiato respirava l’Uno per forza propria. Nulla all’infuori di lui esisteva, e nient’altro!

Regnavano alle origini le tenebre ricoperte dalle tenebre, quest’universo altro non era che onda indistinta. Fu allora che, per forza del Kama (l’Ardore primordiale), l’Uno stesso nacque, vacuo principio ricoperto di vacuità”. (Rig-Veda X.129).

Da Oriente a Occidente.

Gli indiani d’America pensavano che Manitu, l’antenato della sacra pipa, prima della creazione del mondo vagasse su una distesa di acque, gridando e digiunando, in cerca del luogo dove sarebbe sorta la terra. Chiamò a raccolta le creature che già esistevano e la tartaruga riuscì ad individuare la Terra sotto le acque cosmiche. Manitu seccò la creta con la sua pipa e creò così il mondo visibile. Per gli indiani fumare la pipa significa dunque ri-creare il mondo, in una cerimonia di rigenerazione. Un Natale d’altri luoghi, legato alla prima scaturigine della vita.

Buon Natale.