Samain ridotta ad essere Halloween

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di Silvano Danesi

Samain, oggi purtroppo ridotta ad essere Halloween, è la notte nella quale il tempo si ferma e il sovrannaturale è pronto ad invadere il mondo degli umani; quando il tempo dei mortali e quello degli immortali coincidono e sono aperte le porte del cielo.
A Samain, ai cui festeggiamenti i Celti dedicavano undici giorni, fino a quello che poi è diventato il giorno di S.Martino, corrisponde oggi la festività cristiana di Ognissanti, seguita dal giorno dedicato ai morti. Due giorni nei quali i viventi, i mortali, dedicano la loro attenzione a tutti i santi, ovvero a tutti gli dei immortali e ai morti, che per aver superato l’angusto limite dello spazio-tempo, sono entrati nell’eterno presente.
Samain fine dell’estate (Sam, da cui l’inglese Summer e il tedesco Sommer) chiude il periodo iniziato il primo di maggio, festa di Beltane o Cetsamain, primo avvio della stagione estiva. Appartiene dunque a Samain ogni giorno compreso tra il primo di maggio, che segna l’inizio della stagione calda, e il primo di novembre, che ne segna la fine.
Samain segna la svolta dell’anno celtico. Il primo di novembre è così Capodanno e quindi punto di collegamento tra la luce e le tenebre, tra il bianco e il nero, tra una parte dell’anno, l’estate, ed un’altra, l’inverno; cerniera tra il mondo degli umani e il cosmo divino. Samain non appartiene all’anno che finisce, né all’anno che comincia: è una Terra di Mezzo, dove l’Altro Mondo è onnipresente e ad esso si accede come per incanto, facilitati dal riunirsi in luoghi sacri.
Alla vigilia di Samain, nella notte tra il 31 di ottobre e il primo di novembre (i Celti contavano il tempo partendo dalle notti), era obbligatorio spegnere i fuochi, in assonanza con la luce del sole estivo che stava tramontando, poichè l’anno volgeva verso la parte dove l’oscurità prevaleva sulla parte luminosa del giorno.
Samain era anche tempo di definizione delle leggi che avrebbero governato la vita del popolo per un anno.
Samain, dunque, è tempo di riunioni e spartiacque, ma anche punto di connessione,  tra la stagione calda e quella fredda e tra il mondo di qua e quello di là.
Con Samain comincia la lunga stagione invernale e finisce quella della raccolta e della semina.
Accolto nel seno della terra, il seme farà da sè. Dormirà, aspetterà il momento opportuno per riprendere la sua attività e, in primavera, tempo della rinascita, farà capolino tra le zolle per dare al mondo il segno che la vita, incessantemente, si rinnova.
Fatta la semina e quindi rimesso alla terra ciò che le era stato tolto con il raccolto, finivano anche in tempi recenti i rapporti di dipendenza tra proprietari terrieri e contadini. I salariati, a S.Martino, prendevano le loro povere cose e si trasferivano verso nuovi impegni di lavoro, che sarebbero durati un anno.
La scansione temporale dell’anno celtico ha dunque mantenuto, essendo legata ai cicli naturali, la sua valenza anche nella società agraria più recente, da poco uscita dalla nostra realtà, per rientrare nei luoghi della memoria, così come la magia dell’intrusione degli dei del Sid nel mondo dei mortali e degli uomini nel mondo dell’Aldilà.
La porta tra i due mondi, chiusa dal sopravvenire di una cultura che non ne ha le chiavi, è rimasta aperta nelle favole, dove attraverso pertugi scavati nelle zolle o cunicoli a cui si accede da tronchi cavi, uomini buoni e cattivi entrano nel mondo delle fate e degli gnomi, per ricevere il castigo di un ritorno, dopo molti anni che sembrano un giorno, resi vecchi e irriconoscibili, oppure il premio di aver vissuto secoli che sembrano un giorno e di ritornare al loro paese carichi di conoscenze e di saggezza.
Samain è la notte dell’incanto, quando il tempo è infinito e tutto è un eterno presente.