Versante crisi: banche reali o banche finanziarie?

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Sono passati ormai due anni dall’avvio della crisi internazionale e i mercati finanziari continuano a registrare turbolenze. In particolare, i mercati monetari sembrano colpiti da una nuova crisi di fiducia, mentre permane il rischio di una (nuova) inefficiente allocazione delle risorse finanziarie a favore di attività finanziarie e a tutto svantaggio dell’economia reale. Immaginando infatti una raccolta effettuata dalle banche tradizionali a tassi pari circa a euribor + spread (a seconda dei mercati geografici e del tipo di strumento) e considerando un impiego verso imprese per strumenti di medio termine a tasso euribor + spread pari a 250 punti base (2,5%), si arriva ad ottenere un differenziale di margine di interesse a favore della banca di meno 250 punti base, al qualche si aggiunge il guadagno derivante dalle commissioni. Anche queste ultime tuttavia risultano, rispetto al recente passato, in forte contrazione alla luce da un lato della concorrenza che produce maggiore efficienza nei costi dei servizi e dall’altro dall’entrata in vigore della nuova normativa PSD di stampo europeo, che ha introdotto importanti novità in tema di applicazione dei giorni valuta (su assegni, bonifici e ricevute bancarie) determinando di fatto benefici economici a favore della clientela e riduzione di ricavi per la banca. Con questo risicato profitto, la banca deve remunerare la propria filiera di produzione del credito (rete commerciale, analista fidi, uffici interni), nonché il costo del rischio del credito (pari almeno allo 0,7% circa annuo in questa fase di ciclo economico che vede la qualità del credito in continuo deterioramento), fissando cosi il suo guadagno reale sotto la soglia di 180 punti base. La banca, qualora decidesse di impiegare la raccolta in titoli di stato spagnoli, guadagnerebbe, a seconda del momento di acquisto, quasi 300 punti base sopra euribor, con ridotti costi di produzione. Il costo del credito in questo caso assume una connotazione più dicotomica (default si/no del Paese emittente), ma la banca potrebbe essere indotta ad assumere il rischio Grecia o Spagna pensando che la Bce (la Ue o il Fmi) potrebbe comunque sempre intervenire per evitare una crisi, come del resto e già avvenuto in alcune fasi per la Grecia. Assumendo un rischio governativo, inoltre, la banca sarebbe ulteriormente premiata dalla normativa di Basilea che assegna ai titoli emessi da stati sovrani una ponderazione minore rispetto al rischio del classico credito e di conseguenza un minore assorbimento di capitale. Ora, in queste settimane, questo ragionamento potrebbe affacciarsi – anzi, sicuramente lo ha già fatto – nei pensieri di molti banchieri europei, i quali hanno ben presente che la Bce garantisce masse importanti di liquidità a tassi compressi, offrendo così al mercato la possibilità di sviluppare un carry trade di curva di ragguardevoli dimensioni. La Bce non potrà sottrarsi a queste scelte fintanto che il mercato monetario non avrà ritrovato i propri percorsi di normale funzionamento, ma così facendo la combinazione di tutti questi fattori rischia di riprodurre due fenomeni distorsivi di ampia portata: favorire investimenti di carry trade a favore di titoli governativi e a sfavore delle imprese; creare un carry trade di dimensioni rilevanti, con forti posizioni speculative che, qualora smontate in tempi brevi, potrebbero creare ulteriore volatilità e instabilità ai mercati. In questa fase le banche possono cogliere opportunità di mercato e puntare a rendimenti maggiori (necessari anche a coprire i costi derivanti dalla pulizia delle sofferenze) per agevolare la reattività del sistema bancario rispetto alla crisi, oppure possono decidere di accettare rendimenti minori, a scapito della redditività delle imprese bancarie, pur di affiancare e sostenere famiglie, artigiani, agricoltori, commercianti e imprese nel loro sentiero di uscita dalla crisi. In Italia, l’azione di contenimento della spesa pubblica intrapresa del ministro Tremonti ci offre un quadro con maggiori possibilità di successo per il sistema Paese. Ogni banchiere e quindi ogni banca farà, in base alle suddette valutazioni, la sua scelta di campo. E’ certo che il sistema del Credito Cooperativo in generale e la Bcc della Valtrompia in particolare, i cui soci hanno una visione di più lungo termine, ha scelto in questo 2010 difficile di continuare ad essere banca reale non banca finanziaria e di stare ancora convintamente al fianco delle piccole imprese, degli artigiani e delle famiglie dei propri territori, accettando le conseguenze di conti economici meno brillanti e di un più lungo periodo necessario per ammortizzare le sofferenze maturate. Tutto questo nella certezza che il dividendo relazionale di lungo termine con le proprie comunità di riferimento, alla quali la banca si rivolge per ampliare la propria base sociale e il proprio capitale, sarà, alla fine, assai più generoso e duraturo.