L’alba hi-tech di Brescia dopo l’acciaio

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“Sfoglianti” è la rubrica, permutata dall’edizione cartacea del nostro giornale, che mette in rilievo articoli che riteniamo interessante sottoporre all’attenzione dei nostri lettori ai quali, per mancanza di tempo o perchè non sono abituali lettori di questo o quel giornale, può essere sfuggito.

di Dario Di Vico sul “Corriere della Sera” del 20 aprile 2010

Anche Brescia ha la sua cintura della ruggine, una piccola rust belt, come gli americani sono soliti etichettare le loro zone deindustrializzate. Si chiama «Comparto Milano», è un`area immediatamente a ridosso della città e appare al visitatore come una sorta di cimitero siderurgico.

Un museo all`aperto del Novecento industriale, solo che più che edifici si vedono carcasse di stabilimenti, alcuni ancora zeppi di amianto, altri già bonificati. Viene da dire che la grande impresa, pur con alcune eccezioni virtuose come Iveco, Lonati e Omr (ha appena acquisito l`Alcoa di Modena che fabbrica telai in alluminio per la Ferrari), non la fa più da padrona da queste parti.

In questo Brescia somiglia tantissimo a Torino, per entrambe sembra esser passato il tempo scandito dal lavoro e dai conflitti nelle cattedrali manifatturiere. Nel 1970 in provincia erano stati contati 84 tra forni e laminatoi, oggi ne sono rimasti solo 14. I nomi che non compaiono più nella lista cominciano dal gruppo leader, Lucchini, e proseguono con La Pietra, Fenotti e Comini, Sideral.

A Odolo, il distretto valligiano del ferro, la situazione non è molto diversa. E del resto anche le altre due zone a industrializzazione diffusa, Lumezzane per i casalinghi e la valle dell`Oglio per il cotone («era una piccola Manchester» dicono i nostalgici) non se la passano benissimo per la concorrenza dei Paesi emergenti. I cinesi nelle pentole, i nord-africani nel cotone.

Il vecchio e il grande dunque declinano, ma – ed è questo il contrappeso – il territorio appare tutt`altro che in disarmo. Anche se nessuno l`ha pensata così, e tantomeno programmata, è andata avanti una mutazione silenziosa, lenta, quotidiana quanto inesorabile. A Brescia la piccola impresa extra-distrettuale di fronte alla retrocessione delle grandi ha preso a far da supplente, prima di tutto nella creazione di posti di lavoro e poi di homines novi che si candidano implicitamente a rappresentare la nuova immagine della Brescia industriale.

Nomi come Franceschetti, Baronchelli o Baglioni e aziende come Flos, Mesdan, Evolut non compaiono nel Gotha padronale e sono sicuramente sconosciuti al grande pubblico, ma si ha la sensazione che siano la punta di un iceberg o almeno così (caldamente) si spera. Accanto alla loro ascesa il modello post-siderurgico bresciano mostra una crescita della grande distribuzione che ha pochi eguali nelle altre province manifatturiere d`Italia, qui la densità commerciale è di 1.143 metri quadri ogni mille abitanti contro una media della Lombardia molto più bassa (892).

Le catene della distribuzione sono di casa, per l`Ikea Brescia è una specie di capitale italiana ma anche Auchan, Carrefour e, tra i locali, gli Odolini hanno preso le migliori posizioni. E ora si affacciano persino le prime catene cinesi come Hao-Mai. il fordismo quindi a Brescia va in soffitta e il nuovo è ancora indefinito.

In qualcosa il territorio comincia ad assomigliare al Veneto, tantissimi capannoni sparsi ai lati di strade intasate ad ogni ora. Dentro quei capannoni ci sono per lo più imprenditori che si specializzano, che presidiano alla morte il loro segmento di mercato investendo e innovando. Una, dieci, cento, mille nicchie al posto dei dinosauri della siderurgia.

Naturalmente stiamo parlando di un manifatturiero del nostro secolo, magrissimo, che ormai tra una ristrutturazione/dieta e l`altra non prevede di fatto soluzioni di continuità. Il territorio della Leonessa non ha (e li invidia) i parchi scientifici di Bergamo (Kilometro Rosso e Servitec) e nemmeno gode della rendita geo-economica di Verona, ma vanta una buona università, un cospicuo stock di professionisti e soprattutto un reddito medio ancora elevato che con tutta evidenza attrae la grande distribuzione.

Gli addetti al commercio negli anni pre-crisi dal 2001 al 2006 erano cresciuti circa del 9% trainando anche alberghi e ristoranti. Gli operaisti della Fiom si lamentano come dall`economia delle tute blu si stia passando a un sistema che ha alla base camerieri e commesse, ma sono in molti anche fuori dalla Cgil a pensare che con il fordismo se ne vada anche un sistema di valori che aveva prodotto grande coesione sociale ed esperienze-pilota.

Una su tutte: i villaggi di padre Ottonino Marcolini, dai cui scantinati nascevano le start up di ieri. Conviene dunque tenere a mente le parole che Giuseppe Berta ha scritto a proposito di Torino sul «Sole 24 Ore», ma che forse valgono anche per il bresciano.

«Mentre l`industria muta pelle e sposta i suoi confini, l`universo dei servizi tampona sì, le falle occupazionali, ma con attività a produttività bassa e bassissima». I Piccoli di Brescia hanno per tradizione la pelle dura. La leggenda narra che la famiglia Brignoli di Gottolengo producesse coltelli e si trovasse suo malgrado a competere con i temibilissimi tedeschi del distretto di Solingen.

Ebbene i Brignoli ebbero la faccia tosta di storpiare il nome del loro paese e inventare per assonanza il marchio Gottinghen per battersi ad armi pari con i teutonici. Oggi questi escamotage li usano i cinesi e i nuovi protagonisti dell`industria bresciana puntano sull`energia, la robotica e più in generale la tecnologia applicata. La storia di Francesco Franceschetti è esemplare.

Nel 2005 la sua famiglia aveva venduto l`azienda – che produce granuli termoplastici – al fondo di private equity Tpg Europe e ora a distanza di cinque anni l`ha ricomprata, alla metà di quanto era stata pagata. Stavolta da solo. Ad aiutarlo è stata la Grande Crisi che ha costretto la Tpg a ristrutturarsi e a mettere in vendita gli asset a cui tenevano di meno.

Per riportare la proprietà in Italia, più precisamente in Franciacorta, Franceschetti jr ha usufruito di un finanziamento di Intesa Sanpaolo e di un investimento finanziario da parte di suo zio. Ha ribattezzato l`azienda ricavi per 16 miliardi e 32 dipendenti – con il suo nome e punta a saldare la banca in soli quattro anni.

La differenza con il fordismo sta innanzitutto nel rapporto con il cliente, non si crea più il prototipo e poi lo si replica in serie. Qui prodotti e applicazioni sono studiate con chi le comprerà, si fabbricano delle soluzioni ad hoc, manifattura e servizio diventano «un sistema economico integrato».

Come recita il paper di preparazione del convegno che Franceschetti, in qualità di presidente della piccola industria bresciana, ha organizzato per domani pomeriggio. Per di più il nuovo manifatturiero non si contrappone alla finanza, anzi Franceschetti considera gli anni del private equity nella sua azienda «come una straordinaria scuola di management» e da padrone punta ad avere «il medesimo stress sulla redditività e la stessa cura maniacale dei numeri».

Angelo Baronchelli con la sua Ab Energy produce impianti di cogenerazione a Orzinuovi, il paese di Mino Martinazzoli, ed è un imprenditore che si può permettere di dire che «la crisi non l`ha sentita» e anzi nel 2010 crescerà ancor più che negli anni passati. Ha 250 dipendenti e quindi più che piccolo è un medio. Ma come Franceschetti sostiene che nel business di oggi bisogna «prima avere in mano il cliente e poi muoversi di conseguenza».

Baronchelli negli anni ha messo a punto un nuovo e più flessibile sistema di cogenerazione e l`ha chiamato Ecomax. Per venderlo lo «customerizza», cioè lo sviluppa in funzione delle esigenze del cliente al quale alla fine in definitiva vende un unicum. «Se i cinesi volessero copiarmi dovrebbero investire almeno dieci anni del loro tempo». Definisce l`Ab Energy «un`azienda multidisciplinare» e oltre ad avere in organico il 30% di ingegneri continua ad assumerne.

In omaggio al papà che faceva l`agricoltore, il 50enne Baronchelli ha sviluppato anche un generatore alimentato a biomasse e ne sta vendendo uno dopo l`altro. Ai suoi dipendenti si presenta come «il miglior sindacalista che potreste avere perché se non fossi capace di sviluppare la vostra professionalità dovrei chiudere bottega».

Automazioni Industriali è di stanza a Nave, vicino la mitica Lumezzane, ed è guidata da Giuliano Baglioni. Definisce la sua azienda un integratore di sistemi robotizzati e ha avuto il coraggio di investire controcorrente, in piena crisi. Le banche gli hanno dato 4 milioni per costruire un nuovo stabilimento e lui nel 2009 è riuscito ad aumentare il fatturato dell`anno precedente.

Ma soprattutto ha messo a punto Forgetronic, un suo vecchio sogno rimasto a lungo nel cassetto. La prima pressa capace di deformare a caldo l`ottone e conta da quest`anno di venderne almeno una dozzina l`anno, il che lo porterebbe a crescere del 50%. Ha 30 dipendenti e «uno l`ho assunto sabato scorso», spera che il governo prolunghi la Tremonti-ter e finanzia uno-due dottorati di ricerca l`anno.

Anche lui imposta delle idee e poi le acconcia ai desiderata dei cliente, come Baronchelli sostiene che il modello «aziende povere e famiglie ricche» ha fatto il suo tempo e oggi se si vuole avere successo bisogna mettere i soldi sul business e non comprare yacht o aerei privati come facevano gli imprenditori smart di qualche lustro fa.

Sì considera un figlio del distretto di Lumezzane ed è convinto che quella grande tradizione manifatturiera non si estinguerà e saprà addirittura tenere a bada i cinesi. Gli homines novi dell`industria bresciana sono fatti così, ottimisti per volontà e ingegnosi per necessità, tanto tanto diversi dai loro precedessori che negli anni della crescita facile – narra la leggenda cittadina – facevano tanti soldi da comprare un appartamento al giorno.